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martedì 22 maggio 2018
 
Sanremo 2017
 

Luigi Tenco, il ricordo del migliore amico: «Ti sogno sempre felice»

08/02/2017  A 50 anni dalla tragica fine di Tenco, Gianfranco Reverberi ricorda il cantautore: «Con me era sempre allegro. Quella sera a Sanremo non era lui»

Milano, club Santa Tecla, metà anni Cinquanta. Il chitarrista dei Rocky Mountains Old Times Stompers ha un’aria stralunata e si fa chiamare Giorgio Gaber. Il sassofonista invece non guarda verso il fotografo e appoggia il piede sulla transenna con aria strafottente. Il suo nome è Luigi Tenco. «Faceva sempre così, oppure assumeva pose tristissime. In quel periodo andava di moda James Dean e lui, che gli assomigliava, giocava a fare l’artista tormentato per far colpo sulle ragazze. E ci riusciva benissimo. Ma sceso dal palco si toglieva la maschera e tornava a essere allegro e spiritoso come sempre».

Gianfranco Reverberi con il fratello Gian Piero è uno dei compositori e arrangiatori che hanno fatto la storia della musica italiana. Per lui, Luigi Tenco è stato semplicemente «il mio migliore amico». Un amico che cinquant’anni fa, il 27 gennaio 1967, dopo aver appreso che la sua canzone Ciao, amore ciao era stata eliminata dal Festival di Sanremo, si tolse la vita in una stanza d’albergo. «Io c’ero quella sera. E la persona che vidi non era Luigi». Meglio allora ricordare l’amico conosciuto a Genova quando erano poco più che ragazzini. «Bruno Lauzi, con cui mi divertivo a suonare, abitava di fronte al negozio di vini gestito dalla madre e dal fratello di Luigi. Un giorno me lo presentò. Aveva con sé un clarinetto tenuto insieme con gli elastici che aveva imparato a suonare da solo. Qualche tempo dopo fu lui a presentarmi un altro ragazzo. Lo provammo con tutti gli strumenti, ma era un disastro. Però era simpatico e così lo prendemmo come cantante: era Gino Paoli».

Oltre alla casa dei Reverberi, l’altro punto di ritrovo degli aspiranti musicisti era il cinema Aurora: «Proiettava di continuo musical americani di cui eravamo appassionatissimi. Entravamo in sala alle due del pomeriggio e uscivamo a mezzanotte. Poi ci mettevamo su una panchina a cantare le canzoni che avevamo sentito. Oltre ai musical ci piacevano le canzoni francesi con i testi di poeti come Jacques Prévert e George Brassens». Una passione condivisa da un altro giovane che ogni tanto con l’amico Paolo Villaggio si univa alla combriccola: Fabrizio De André. Anni dopo, quando Tenco aveva già inciso qualche canzone, venne a sapere che proprio De André andava in giro a vantarsi di aver scritto la sua Quando. «Luigi andò da lui a chiedergli spiegazioni e Fabrizio gli disse che l’aveva fatto per conquistare una ragazza che adorava quella canzone. “Se le cose stanno così, allora hai fatto benissimo”, troncò la discussione Luigi».

Che nel frattempo aveva seguito Gianfranco Reverberi a Milano dove, per sbarcare il lunario, avevano creato i Rocky Mountains come gruppo di supporto ad Adriano Celentano. «Una volta lo seguimmo in Germania per un concerto. Di solito, Luigi non iniziava mai a cantare per primo perché era troppo timido. Partiva Giorgio, che con il suo nasone conquistava subito la simpatia della gente. Ma quella sera, dato che Adriano era in ritardo e che lì non ci conosceva nessuno, Luigi prese coraggio e si scatenò in una serie di rock ’n’ roll alla Little Richard. Alla €ne, fu circondato dal pubblico che gli chiese l’autografo pensando che fosse lui Celentano!».

Gianfranco fu al suo fi€anco durante il tour che Tenco fece in Argentina nel 1965. La sua Ho capito che ti amo era stata scelta come tema guida di una seguitissima telenovela, trasformando Luigi in un vero divo. «Quando scendemmo dall’aereo a Buenos Aires, la gente buttava giù le transenne per poterlo toccare e mentre l’auto ci portava nello studio dove si registrava l’ultima puntata della telenovela, tutte le stazioni della radio parlavano di lui. Arrivati lì, lui si mise al piano e io lo accompagnai all’organo mentre cantava Ragazzo mio. Quando fi€nimmo, ci fu un silenzio che sembrò durare un’eternità. Alla fi€ne, scoppiò un applauso incredibile».

Questo improvviso bagno di folla, secondo Reverberi, fu uno dei motivi che spinse Tenco a partecipare al Festival di Sanremo. «Gli era venuta voglia di avere lo stesso successo popolare anche in Italia. Il Festival era il trampolino di lancio migliore, tanto più che avrebbe cantato in coppia con Dalida, che in quel momento era in vetta a tutte le classifi€che. Così ci andò, anche se sapeva benissimo che non c’entrava niente con il suo mondo».

La sera del 26 gennaio 1967 Tenco esegue Ciao, amore ciao accompagnato dall’orchestra diretta dal fratello di Reverberi, Gian Piero, che deve fare i salti mortali per cercare di “riprendere” Luigi: per tutta l’esibizione canta fuori tempo. «Mi sono reso subito conto che non era lui: era come se fosse paralizzato. Quando uscì, dovevamo andare tutti al ristorante, ma arrivati sul posto mi disse che preferiva tornare in albergo. Mi preoccupai, temendo che volesse sfogare la rabbia correndo a tutta velocità con la sua auto, ma un quarto d’ora dopo mi tranquillizzai dopo aver telefonato in albergo: mi dissero che Luigi era nella sua camera».

E invece proprio in quei momenti, il cantautore, a 28 anni, decise di togliersi la vita. «Non mi va di scendere nei particolari. Posso solo dire che se Luigi avesse passato quella notte, probabilmente il giorno dopo si sarebbe fatto una grossa risata su tutto».

Reverberi rimpiange il cantautore Tenco: «Tra quelli della sua generazione era il più originale. Ed era anche un musicista eccellente: basti ascoltare il suo assolo di sax in Se qualcuno mi dirà, un brano che abbiamo scritto assieme: poche note, ma perfette».

Ma rimpiange soprattutto l’amico Luigi: «Per molti mesi dopo la sua morte l’ho sognato tutte le notti. Ho iniziato ad avere paura del buio, a temere che qualcuno entrasse in casa mia per farmi del male, tanto che a un certo punto decisi di trasferirmi in un quartiere più centrale di Roma: io, che avevo sempre odiato il traffi€co, mi sentivo rassicurato dal rumore delle auto. Finché nel 1970 non sono tornato a Sanremo come coautore con Nicola Di Bari di La prima cosa bella. La notte prima del debutto, Luigi tornò nei miei sogni per dirmi: “Non ti preoccupare, andrà tutto bene”. E così fu. Da allora, continuo a sognarlo ogni tanto. E sono sempre bei sogni: ci siamo io e lui che parliamo. Felici».

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