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domenica 24 febbraio 2019
 
Federica Grioni
 
Benessere

«Ho avuto due splendidi figli nonostante un tumore›

10/05/2016  Operata al seno, dopo chemioterapia e radioterapia Federica Grioni è stata messa in menopausa forzata, ma una volta interrotta la cura è rimasta incinta, grazie ai nuovi protocolli che proteggono la funzione ovarica.

Oltre 63.000 donne ogni anno in Italia sono colpite da un tumore al seno o agli organi riproduttivi. Il cancro al seno pur essendo il più frequente, con circa 48.000 nuove diagnosi, è anche la patologia per la quale la ricerca ha ottenuto i migliori risultati, portando la sopravvivenza a cinque anni dalla diagnosi all’87 per cento dei casi. Ma non bisogna abbassare la guardia, anche perché è in aumento l’incidenza di questa patologia nella fascia di età 30-40 anni: sono infatti circa 3.000 le giovani donne che ogni anno si ammalano, e che potrebbero vedere compromessa la possibilità di avere dei figli al termine delle terapie. Questa eventualità è in parte scongiurata da un nuovo protocollo che protegge la funzione ovarica dagli effetti tossici della chemioterapia, somministrando alle pazienti alcuni farmaci che mettono le ovaie “a riposo” durante i trattamenti.
«Le donne curate con il nostro protocollo», dichiara la dottoressa Lucia del Mastro, direttore dell’Unità sviluppo Terapie innovative al San Martino – Istituto tumori di Genova, «hanno maggiori probabilità di recuperare la normale funzionalità delle ovaie, il ritorno delle mestruazioni si è verificato infatti nel 72,6 per cento dei casi contro il 64 per cento di quelle trattate con la sola chemioterapia». Si tratta di uno dei progetti resi possibili grazie ai finanziamenti alla ricerca da parte di Airc, che rilancia l’invito alla popolazione a sostenere le sue attività con la consueta giornata dell’azalea, l’8 maggio.
Una delle donne che ha visto coronare il suo sogno di maternità dopo le cure per un tumore al seno è Federica Grioni, a cui abbiamo chiesto di raccontare la sua storia. «Avevo 33 anni ed ero in un momento particolarmente felice della mia vita, un lavoro di pubblicitaria che mi piaceva e una bella storia d’amore con Alfredo. Guardandomi allo specchio avevo notato sul seno una specie di piccola smagliatura, che al tatto si rivelava una pallina. Un’amica del mio fidanzato lavorava alla Ieo (l’Istituto europeo oncologico) e mi prese subito un appuntamento. La dottoressa che mi visitò mi disse che occorreva fare l’ago aspirato.
L’esito è stato reso noto prima ad Alfredo, che decise di comunicarmelo in ospedale di fronte a un medico a cui avrei potuto fare tutte le domande che mi fossero venute alla mente. Lì, dopo un’ecografia e una mammografia, mi fu annunciato che dovevo essere operata con urgenza. Il medico mi ha prospettato tutto quello che mi sarebbe accaduto, descrivendomi nel dettaglio anche le mie possibili reazioni. E quando tutto quello che aveva ipotizzato si è puntualmente verificato, io mi sono sentita preparata. In quell’occasione mi chiese: “Da chi vorresti essere operata”? “Da una persona competente” ho risposto, “ma anche umana e gentile”. Allora lui mi accompagnò nello studio del dottor Umberto Veronesi, che fu molto rassicurante. Nel giro di una settimana fui operata e nel corso dell’intervento, con relativo svuotamento del cavo ascellare, ricevetti la prima dose di radioterapia. Dopo è iniziata la chemioterapia, che ho sopportato abbastanza bene, con effetti collaterali fastidiosi ma non devastanti. In quelle occasioni mi accompagnava una cara amica, che ogni volta mi confezionava quelli che chiamava cappelli magici, calottine di cartapesta decorate in modo fantasioso. Ho naturalmente perso i capelli, ma non ho voluto mascherarmi dietro una parrucca. Mi sono limitata a usare una bandana, perché preferivo che le persone che incontravo fossero consapevoli della mia condizione, non avevo né la voglia né l’energia per mentire. Ancora oggi se intuisco che una persona sta passando quella fase delle cure mi avvicino e le faccio sapere che si supera: io sono contenta di come mi è andata e ci tengo a comunicare il mio ottimismo.
Dopo la chemioterapia è iniziata la cura ormonale, un’iniezione al mese e una pastiglia tutti i giorni. Sarei dovuta stare in una condizione di menopausa forzata almeno per cinque anni. È stato un duro colpo, perché con il mio fidanzato progettavamo di avere un bambino. Dopo tre anni e mezzo, visto il decorso positivo, mi è stato proposto di interrompere la cura per sei mesi. Mi sono subito tornate le mestruazioni e sono rimasta immediatamente incinta. Ci siamo sposati ed è nata Maria Vittoria, e dopo sei mesi è iniziata la mia seconda gravidanza. Dopo la nascita di Tommaso Maria ho ripreso ad assumere gli ormoni e ora mi resta solo un anno per concludere il ciclo decennale di cura.
È stato bellissimo lasciarmi la malattia alle spalle e godermi le mie due gravidanze ravvicinate: ho avuto due parti naturali e sono riuscita ad allattare anche se da un seno solo. In tutto questo percorso mi ha aiutato tanto la fede. Sia prima sia dopo ho accompagnato i malati a Lourdes con l’Unitalsi. Nutro una devozione speciale per la Madonna, che si è rafforzata durante la malattia, tanto che ho anche dato il suo nome a entrambi i miei bambini. Io sono grata per quello che mi è accaduto, perché se è vero che ho avuto uno sgambetto dalla vita, dopo ho ricevuto delle cose meravigliose».


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