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I 60 anni di Susanna Tamaro sotto l'ala dell'angelo tremendo dell'amore

12/12/2017  Il compleanno di Susanna Tamaro. A tu per tu con la scrittrice nell'intervista pubblicata nel 2015 sul numero 24 di Famiglia Cristiana: il talento l'ha tirata fuori dalla depressione che ha nelle ossa fin da bambina, «La chiave di tutto», racconta, «è nell’amore»

«Una casa dove c’è una madre e non c’è un padre è un vuoto difficile da riempire». Una “voragine” che Susanna Tamaro ha tentato di colmare, per lei e per tutti noi, in questi anni con la scrittura. «Non credo che avrei scritto se avessi avuto una famiglia più “regolare”. O forse avrei scritto cose completamente diverse».

Cresciuta nella Trieste postbellica, con la guerra tramandata nel sangue dai nonni e dai genitori, convinta che «ogni generazione dovesse vivere un conflitto mondiale», con la paura di attraversare il confine che non riesce a vincere neppure adesso, in una famiglia allargata che «allora era uno scandalo da non riuscire a condividere con nessuno», Susanna Tamaro usa il suo talento per tirarsi fuori da una depressione che ha nelle ossa fin da bambina. «Appena avevo un momento libero», confessa nelle pagine di Ogni angelo è tremendo,  «mi sdraiavo sul pavimento della stanza e iniziavo a piangere. Ero una maratoneta del singhiozzo. I miei pianti non avevano nessuna ragione apparente e questo irritava molto mia madre. “Perché piangi?” mi gridava e io, senza interrompere la mia attività, rispondevo: “Non lo so!” In realtà lo sapevo benissimo. Piangevo perché le cose finivano, perché, dietro la luce, c’era sempre in agguato il buio».

E rivela: «Amavo i giochi dei maschi perché in quei giochi era sempre presente la morte che, già allora, mi pareva l’unica garanzia di verità».

Chissà cosa penserebbe quella bambina disperata della Tamaro di oggi, quasi serena nella sua campagna umbra circondata dall’affetto dei cani e di persone amiche. Con la passione per le api e per le meringhe fatte in casa. Con i grandi spazi soleggiati che forzano per allontanare quel buio che la insegue da sempre.

«Come dico anche nel libro, sono convinta che i bambini nascano già con il loro zainetto di cose. E gli adulti dovrebbero insegnar loro cosa togliere e cosa mettere a seconda delle necessità». E il pensiero va alla sua infanzia, a quando i suoi genitori avrebbero dovuto aiutarla in questo compito. «E invece, quando nasci in una famiglia come la mia, con un padre che va e viene ogni sei mesi e non sai mai cosa faccia, con una madre che aveva altri compagni, in un’anormalità che non sai neanche come spiegare agli altri, ti chiedi: “Mi hanno messa al mondo e non si occupano di me?”». La scrittrice è convinta che «ogni bambino voglia un papà e una mamma, preferibilmente che si vogliano bene e che gli vogliano bene. È così dentro di noi questo desiderio che la mancanza crea una voragine interiore».

«La chiave di tutto», racconta, «è nell’amore. Sono convinta che ogni essere umano nasce rivestito da una luce d’amore, e se questa luce non viene intercettata e caricata dai suoi genitori si creano delle ferite nell’anima veramente profonde e da queste ferite vengono tutte le cose brutte. Come negli alberi, se uno taglia la corteccia, piano piano vengono i parassiti, i funghi, e l’albero comincia ad ammalarsi. Penso che tutti i disturbi nevrotici, le fobie, l’emergenza di disturbi psichiatrici che oggi abbiamo nei bambini, alla fine, siano tutte carenze d’amore. Quando si va a fondo si capisce che è mancato l’interruttore dell’amore. Le terapie vanno benissimo per capire, per mettere a fuoco e poi, però, non ne esci senza l’amore».

Un amore che Susanna ha incontrato nella fede, lei di famiglia atea, e che «mi ha dato una grande libertà, perché è la fede alla quale si era convertita mia nonna, non fatta di bigottismo e formule, ma proprio di apertura all’amore di Dio, che ti ama come sei».

Una Susanna che sperimenta il perdono: «Ho cercato negli ultimi anni di fare delle cose belle con mia madre per avere di lei anche dei ricordi felici». Che cerca di capire il padre «sempre così evanescente», che riconosce che «forse il loro è comunque stato un grande amore, visto che con tre mariti mia madre ha avuto tre figli solo da mio padre e che ai suoi funerali si era raccomandata di essere seppellita accanto a lui». E che usa la scrittura per far pace con sé stessa e con la vita, per ricordare anche le persone che hanno segnato in meglio la sua vita, da Gianna, chiamata a badare a loro ragazzi, «senza la quale forse io e i miei fratelli saremmo morti giovani in qualche gabinetto di periferia con un ago conficcato in vena», alla nonna materna, «che è stata la mia figura adulta di riferimento».

Perché se è vero che «respiravo un alito di morte nella mia città e nella mia famiglia e che forse sarebbe stato diverso se fossimo nati a Ischia, in una bella famiglia del Sud che ci avrebbe riempito di amore e di attenzioni», dice la Tamaro, c’è sempre anche un angelo, «c’è una forza nel bene che arriva a essere tremenda e che può vincere qualsiasi cosa».

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