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mercoledì 22 novembre 2017
 
Lo sfruttamento degli stranieri “irregolari”
 

I “capineri” e gli uomini illegali

28/08/2013  Sono almeno 400 mila gli immigrati vittime del lavoro nero, il 43% dei braccianti in agricoltura, secondo il rapporto “Agromafie e caporalato” della Flai-Cgil. Ecco la realtà dei nuovi schiavi del 21° secolo.

Uno dei protagonisti del documentario sul caporalato, "Caponero Capobianco", realizzato da ZaLab. Nella foto di copertina: braccianti nella Piana della Capitanata, Foggia (Foto: Zalab-Caponero Capobianco).
Uno dei protagonisti del documentario sul caporalato, "Caponero Capobianco", realizzato da ZaLab. Nella foto di copertina: braccianti nella Piana della Capitanata, Foggia (Foto: Zalab-Caponero Capobianco).

Poco prima di Ferragosto, li hanno fermati mentre trasportavano in un furgone 14 immigrati, tra i quali un bambino di dodici anni e due donne in gravidanza. I due uomini, di nazionalità rumena, entrambi braccianti agricoli, erano i “caporaletti” che piazzavano i loro connazionali nei campi di pomodoro di Cerignola, in provincia di Foggia.

Ora sono accusati di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro in concorso, e di sequestro di persona e riduzione in schiavitù; da agosto dello scorso anno, infatti, con il Decreto dell’allora ministro Riccardi, l’Italia ha introdotto il reato di caporalato, uniformandosi alla normativa europea.

«Un provvedimento veramente molto utile», secondo Gianni Forte, Segretario generale della Cgil Puglia. «Anche quest’anno», commenta Forte, «notiamo una maggiore attenzione dello Stato a recuperare il proprio ruolo, evitando di arretrare di fronte ai caporali. In passato, l’atteggiamento sembrava segnato da un’inerte rassegnazione all’illegalità. Come sindacato, abbiamo spinto per questo cambio di atteggiamento e abbiamo visto segnali positivi: la recente visita in Salento della ministra Kyenge, la pronta collaborazione delle forze dell’ordine, l’importante protocollo di intesa firmato il 6 agosto tra la Regione Puglia, il Governo e la Prefettura per favorire la collaborazione interistituzionale contro l'illegalità e il lavoro sommerso».

Secondo la Cgil, sono almeno 400 mila le vittime dei caporali e caporaletti dell’agricoltura italiana. Un esercito di invisibili, un quarto dei quali costretti a vivere in condizioni di sfruttamento e semi-schiavitù, per un danno alle casse dello Stato di almeno 420 milioni di euro l’anno.

La raccolta del pomodoro nel foggiano.
La raccolta del pomodoro nel foggiano.

Il caporalato trasforma i braccianti in schiavi

Sono i numeri dell’illegalità lavorativa in agricoltura (43% dei lavoratori dipendenti) secondo il rapporto “Agromafie e caporalato” della Flai-Cgil. Ma il caporalato è anche un «reato spia di infiltrazioni mafiose nel settore», spiega Anna Canepa, della Direzione nazionale antimafia. Il tutto per un giro d’affari tra i 12 e i 17 miliardi di euro l’anno, circa il 10% dei guadagni della criminalità mafiosa. In crescita esponenziale anche le confische nel settore: dall’inizio del 2008 sono aumentate del 65%. È il caso dell'azienda agricola Suvignano di Monteroni d'Arbia, nella ridente e insospettabile provincia di Siena, che ospita il bene confiscato più grande d'Italia.

Nell’agricoltura, il caporalato trasforma i braccianti negli schiavi del 21° secolo, secondo una mappa dell’indecenza che unisce tutta la Penisola. Dalla provincia di Cuneo a quella di Pavia, dalla Maremma ai famosi distretti del vino italiano, come la Franciacorta e il Chianti. Nel Sud c’è un esercito di “uomini illegali” che vagano a testa bassa da una campagna all’altra, per tappare i buchi del modello mediterraneo dell’agricoltura, che senza i caporali non saprebbe dove trovare le braccia necessarie. Spesso vivono come uomini trasparenti: presenti quando c’è da spezzarsi la schiena in campagna, ma invisibili quando si parla di diritti. «Seguiamo le stagioni», spiega Eliza, polacca. «Le arance a Gioia Tauro, le primizie a Caserta, le angurie in Puglia, il melone in Basilicata, le olive ad Alcamo».

Vengono reclutati dai loro stessi connazionali, i “capineri”, come per i rumeni arrestati a Cerignola. Sono loro a stringere gli accordi con il “padrone bianco”, i capi italiani. E a tenersi gran parte degli stipendi. «Orari? No, non ci sono, li decide il capo», spiega John. Vive in una baraccopoli a San Severo: «Il capo viene a prendermi prima del sorgere del sole». John si spezza la schiena tra perini e pomodori da insalata nella Piana della Capitanata in provincia di Foggia, dove il 95% dei braccianti lavora in nero.

Il camper della Flai-Cgil durante il progetto “Gi invisibili delle campagne di raccolta”.
Il camper della Flai-Cgil durante il progetto “Gi invisibili delle campagne di raccolta”.

I diritti non esistono

  

Lo racconta nel documentario “Caponero Capobianco”, prodotto da ZaLab. Chi protesta viene zittito a colpi di spranga, perché il sangue serve da lezione. Tutti sono pagati “a cassetta”: 3 euro e mezzo per una da mezza tonnellata. I caporali impongono anche le proprie tasse giornaliere ai lavoratori: 5 euro per il trasporto, 3,50 per il panino e 1,50 per ogni bottiglia d'acqua.

Non esistono diritti: «Ho visto persone che si sono fatte molto male, e non sono state soccorse dal loro padrone», ricorda John, chiedendosi: «Ma di chi è la colpa?». Sembra quasi rispondergli Idriss, ghanese: «In tre anni tra angurie e agrumi, non ho mai visto un controllo sul posto di lavoro. Per noi, chiedere il rispetto delle regole significa come minimo perdere il lavoro. Un mio connazionale ha protestato perché non lo pagavano da due mesi ed è finito all’ospedale con le ossa rotte».

La sua è una storia comune tra le campagne italiane: “viaggio della speranza” nel Mediterraneo, centro per richiedenti asilo a Trapani, rifiuto della protezione internazionale e del permesso di soggiorno, lavoro nero.

La campagna foggiana, dove gli immigrati vanno per la raccolta del pomodoro.
La campagna foggiana, dove gli immigrati vanno per la raccolta del pomodoro.

E se ti ammali, paghi pure la multa

Ma nei mesi della raccolta, le campagne del Meridione richiamano braccianti anche dal Nord. Come Robert, 36 anni, che a Brescia aveva un contratto regolare e lavorava come facchino. Perso il lavoro, non ha potuto rinnovare il permesso di soggiorno. Ora, con un decreto d’espulsione alle spalle, è tagliato fuori dai giochi, oltre che ancora più ricattabile dagli aguzzini. «Ma almeno mando qualche soldo a mia figlia Pat di 5 anni e alla mia famiglia». Può sembrare assurdo, ma in Togo, dove una giornata di lavoro è pagata poco più di un euro, anche i “nuovi schiavi” sono la dimostrazione pratica, per quanto paradossale, che il sogno europeo funziona.

«Ma alle nostre famiglie non raccontiamo che mangiamo alle mense della Caritas e che condividiamo in due un lurido materasso», aggiunge Robert. Pochi riescono a trovare un alloggio degno di questo nome; alcuni si organizzano in gruppi di 5-10 persone in abitazioni occupate, che diventano 15-20 nei casolari.

Molti invece affollano baraccopoli, ghetti e vecchie fabbriche, senza acqua, né luce, alle volte controllate dai caporali. Condizioni igienico-sanitarie spaventose si sommano a malattie, infezioni alle vie respiratorie, aggravate dal freddo e dal fumo dei fuochi accesi per riscaldarsi, disturbi dell’apparato gastrointestinale dovuti a diete povere. Spiega Robert: «Il peggio è quando stai male perché nei campi respiri i pesticidi, o perché bevi acqua non potabile. Se ti ammali e non vai al lavoro, devi pure pagare una multa».

Ogni tanto, ci scappa il morto. Yeroslav Hrinchishyn, ucraino, uno dei tanti “invisibili” di Rosarno, l’ha ammazzato il freddo a 44 anni dopo una lunga giornata di lavoro, il 14 febbraio 2012. Due anni fa, una polmonite bilaterale e i troppi anni passati a raccogliere pomodori a Foggia si sono portati via Fakemo Kante, un bracciante di 37 anni arrivato dal Gambia.

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