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I nuovi tesori di Riace

01/04/2016  Si chiamano Nadira, Salaam, Shugri, Lubaba: sono le giovani generazioni che stanno dando nuova linfa a Riace, un paesino della Jonica destinato allo spopolamento. E non importa che vengano dal Pakistan, dall’Etiopia o dalla Somalia. Perché loro, ormai perfettamente integrate, rappresentano un futuro che è già alle porte.

Agli sbarchi, sulla costa Jonica della Calabria, sono abituati dall’alba dei tempi. Tra leggenda e storia, cominciarono i greci, che in queste acque lasciarono un tesoro nascosto per oltre due millenni: due straordinarie statue bronzee di epoca ellenistica, ripescate in mare nel 1972. I bronzi di Riace, però, da queste parti fecero solo una fugace apparizione. Sottratti alle acque, vennero immediatamente mandati a Firenze per i restauri e quindi al Museo archeologico nazionale di Reggio Calabria per i turisti.
La storia recente racconta di sbarchi ben più drammatici. Migliaia di persone, uomini, donne, bambini, in fuga dalle guerre, dalla fame, dalle ingiustizie, in cerca di una sponda migliore dove vivere una vita più degna. «Il primo luglio del 1998 circa trecento curdi hanno fatto naufragio lungo la costa di Riace. Portavano con sé storie di guerra. Hanno cambiato la nostra storia».Domenico Lucano, per tutti Mimmo, il primo cittadino di Riace, ricorda così quel tragico evento che ha cambiato anche la sua, di vita. Era stato tra i primi ad accogliere quelle persone, che la Croce rossa portò alla Casa del pellegrino, e tra i primi a occuparsi di loro, per il cibo, gli abiti, le coperte. Era la prima volta. C’era tutto da fare, tutto da imparare. Si cominciò con la creazione, nel 1999, di “Città futura”, un progetto di accoglienza dei profughi, ma anche di rilancio del paese: restauri un po’ ovunque, apertura di laboratori artigianali, corsi di lingua, appartamenti recuperati, sia per l’accoglienza dei rifugiati che per i turisti, murales variopinti che danno un tocco di colore a questo antico borgo medievale.

Curdi, afghani, palestinesi, etiopi, eritrei, somali, serbi, albanesi, egiziani, siriani, iracheni e iraniani: è passato mezzo mondo da Riace. Più di 3 mila profughi, con punte di circa 300 presenze straniere per volta, in un paese che conta 1.800 abitanti, tra il borgo antico sulla collina e la marina lungo il litorale. Oggi Riace è diventato un modello di accoglienza e integrazione che fa da capofila a iniziative analoghe sorte nei dintorni, in paesini come Badolato, Caulonia, Stignano e altri. Un’esperienza a cui guardano con interesse molte realtà, non solo italiane ma anche straniere. Al punto che il famoso regista tedesco Wim Wenders, nel 2009, vi ha girato un film, Il volo: storia di una piccola comunità che si è aperta all’accoglienza degli immigrati, sperimentando in questo modo vie nuove anche per la propria sopravvivenza.
L’idea di fondo è quella di una solidarietà condivisa tra gli abitanti del luogo, che spesso non hanno altra alternativa all’emigrazione, e gli stranieri costretti, invece, a immigrare nel nostro Paese. Il modello è tutt’altro che assistenzialista: «Aiutando gli altri, aiutiamo noi stessi », sintetizza il sindaco, che è diventato, suo malgrado, un modello e un esempio, quasi una star. Arrivano giornalisti e televisioni da tutto il mondo a Riace, per documentare il «miracolo» di questa piccola comunità, fortemente legata alla propria cultura e alle proprie tradizioni, ma che sta rinascendo a vita nuova grazie all’integrazione di persone che vengono da ogni dove. Mimmo Lucano non nasconde il fastidio di essere continuamente sotto i riflettori. E non nasconde neppure i problemi. Che non possono mancare. Il contesto, d’altronde, è tutt’altro che facile: in paese non c’è lavoro, è evidente, e dalla Seconda guerra mondiale in poi la gente ha sempre cercato di emigrare altrove, al Nord o all’estero. «Qui non nascevano più bambini», dice la maestra Cosimina. «Solo grazie alla presenza degli immigrati abbiamo potuto tenere aperta la scuola elementare». Una prima e due pluriclasse: 40 bambini in tutto, lo scorso anno, di cui 28 stranieri.

In tutta la regione del resto non c’è vita facile: mancanza di lavoro, mancanza di servizi e infrastrutture e assenza dello Stato, che fa sì che la criminalità organizzata arrivi a permeare tutti i gangli vitali di questa terra. Il sindaco non lo dice, ma è stato più volte minacciato: l’auto bruciata, la porta del ristorante gestito dalla cooperativa colpita con proiettili, così come il chiavistello della sede di “Città futura”. Eppure in paese si respira un’atmosfera rilassata, serena. Gli anziani se ne stanno seduti lungo la via principale e nella piazza, come sentinelle. Accompagnano con un saluto e un commento chi va e chi viene. La piazza, del resto, è il centro di tutto. C’è un funerale e tutto il paese è mobilitato. C’è il contadino di Stignano che viene con la sua auto a vendere la verdura. E l’afghano che porta vestiti e scarpe. Entrambi nel baule della macchina. Ci sono le donne emigrate, soprattutto somale, eritree ed etiopi, che si fermano con i loro bambini vivacissimi. E quelli di Nadira l’afghana – 29 anni e quattro figli – del negozio di collane e souvenir, che volentieri si precipitano a giocare con gli altri piccoli. All’angolo, c’è una bottega del commercio equo-solidale, dove si vendono i prodotti realizzati sul posto, nei diversi laboratori creati dall’associazione: vetro, ceramica, falegnameria, ricamo... C’è il progetto di rilanciare quello dell’intreccio della ginestra – un’arte antichissima da queste parti – e un nuovo laboratorio di produzione del cioccolato. Vi lavorano immigrati e italiani, un modo per facilitare l’integrazione, ma anche per dare lavoro agli uni e agli altri.
Poco distante dalla piazza, sulla porta di un negozio, sedute su basse sedie, Caterina ricama insieme a Helen e Salaam. Sembra una scena d’altri tempi, ma con protagonisti del tutto nuovi. Helen e Salaam sono eritree, entrambe arrivate a Riace nel 2008, dopo essere sbarcate a Lampedusa e poi transitate dal campo di Crotone. Salaam dice che «si sta troppo bene qui. La gente è gentile, c’è la scuola materna dalle suore e poi quella elementare». Helen è arrivata che era incinta. Ora ha una bimbetta, la seconda, che gioca lì attorno insieme alla figlia di un’altra etiope e a quelle di Shugri, somala, che ha una bimba di 9 anni, Anna, e un maschio di 10, Thomas. Come in Africa, non capisci a chi appartengano i figli. Tutti se ne occupano, anche gli anziani di Riace, come in una vera comunità.

«La gente di qui continua ad andare al Nord», dice Caterina, che per diversi anni ha dovuto fare la baby-sitter prima di potersi nuovamente dedicare alla sua passione, il ricamo, che ora ha trasmesso anche a queste due donne. «Grazie alla presenza dei profughi e a “Città futura”, oggi in paese c’è qualche opportunità di lavoro in più anche per noi». Poco distante c’è il laboratorio del vetro: ci lavorano Irene di Riace e Lubaba diWallo, Etiopia. Irene è un perito chimico che poi si è specializzata nel vetro soffiato. E ha insegnato quest’arte a somali, etiopi, eritrei, afghani... «Lavorare insieme aiuta a conoscersi e a diventare amici», dice, guardando Lubaba, ventisettenne, che è arrivata qui tre anni fa. «Un viaggio infernale », racconta: «Sette mesi in Sudan, tre anni in Libia. Poi la decisione di attraversare. Eravamo in trecento su un barcone ». Lei, nata in Etiopia ma di origini eritree, ha pagato il caro prezzo dell’odio tra questi due Paesi, che si sono fatti la guerra e continuano a discriminare reciprocamente le popolazioni. Ha un figlio, Ferdos, di circa un anno, un fidanzato che spera possa venire da Malta, e una sorella Zebira, di 19 anni, che lavora alla bottega di ceramica.

Qui c’è anche Issa, afghano di quarant’anni, scappato dalla guerra: «Un giorno», racconta, «i talebani sono entrati in casa mia. Avevo paura che volessero arruolarmi a forza e sono scappato in Pakistan e da lì in Iran, attraverso le montagne». Alcuni trafficanti di esseri umani lo avevano rinchiuso in un appartamento con altre 200 persone: avevano diritto a un bicchiere d’acqua al giorno e a un pezzo di pane ogni due. Con altri quindici è riuscito a scappare in Turchia, dove si è imbarcato a Smirne per l’Italia: un viaggio d’inferno, di cinque giorni, senza cibo e con la nave che imbarcava acqua. Il tutto per 4 mila dollari. In Italia un’altra odissea, finché nel 2003 è arrivato a Riace: ha imparato vari mestieri, prima la tessitura e ora la ceramica. Certo, ha nostalgia della famiglia, ma per il momento non pensa proprio di andarsene da qui. Ci sono altri afghani in paese con le loro famiglie, diverse donne del Corno d’Africa, una famiglia di libanesi, un indiano che lavora come pastore. C’era anche un folto gruppo di palestinesi, ma se ne sono andati in Svezia a raggiungere le loro famiglie.
«Da diversi mesi», dice il sindaco, «abbiamo dato la disponibilità ad accogliere altri profughi che sbarcano a Lampedusa, ma abbiamo l’impressione che le istituzioni preferiscano utilizzare strutture più costose e difficilmente gestibili, come il campo di Mineo, vicino a Catania, invece di distribuire i profughi sul territorio in progetti di accoglienza più mirati e meno onerosi».

Il Comune di Riace è stato uno dei primi ad aderire al Programma nazionale di asilo (Pna) e a ricevere i contributi del Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar): «Circa 24 euro al giorno per persona», precisa il sindaco, «molto meno di quanto si spende in grosse strutture spesso militarizzate. Qui non abbiamo bisogno di militari o polizia, perché puntiamo sull’accoglienza e l’integrazione e su un concetto di cittadinanza che significa tessere nuove relazioni sociali».
«L’accoglienza è una cosa sacra», gli fa eco padre Salvatore Monte, missionario scalabriniano che la sua terra di frontiera l’ha trovata qui, tra mare e monti, dove i popoli si incontrano. I bambini lo seguono. Oggi sono previste le benedizioni delle case; domani si va tutti al mare. Poi c’è l’oratorio estivo dove vanno tutti. In auto padre Salvatore ci carica mezzo mondo. I bambini, loro, non si fanno troppi problemi. Si riconoscono, si bisticciano, si vogliono bene per quello che sono, non per il posto da cui arrivano. Anche padre Salvatore sembra a suo agio: «Mi occupo degli anziani del paese, così come delle famiglie immigrate. Qui convivono culture, religioni, tradizioni molto forti e molto diverse, ma la gente si rispetta e si sono create buone relazioni. Noi cerchiamo di favorirle. La nostra missione è qui».

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