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domenica 19 maggio 2019
 
 

I ragazzi hanno bisogno di sognare

20/11/2013  Dopo quattro mesi di campagna "I have a dream" ecco quali sono i sogni dei ragazzi di oggi: trovare lavoro, essere in condizioni di formare una famiglia, sostentare dei figli, poter rimanere nella propria città, dove sono le “radici”, o almeno in Italia, senza essere costretti a emigrare.

L'episodio più divertente? «Una ragazza (avrà avuto circa 16 anni) mi ha avvicinato, durante un incontro alla periferia di Roma. “Sai qual è il mio sogno?”, mi ha detto. “Fare il sindaco di Roma”. Gliel'ho sconsigliato». I messaggi più preoccupanti? «Quelli, tanti, che considerano un sogno non dover lasciare l'Italia per poter lavorare o costruirsi un futuro decente. L'elemento più ricorrente è la paura del futuro. Trasversale, tanto fra i ricchi che fra i poveri, nelle città come in periferia o in provincia». A raccontare è Vincenzo Spadafora, il Garante per l'infanzia e l'adolescenza. In occasione del 20 novembre, Giornata internazionale dedicata ai diritti dei bambini e dei ragazzi, Spadafora ha deciso di rendere pubblici i risultati dei primi quattro mesi della Campagna “I have a dream. I sogni spingono avanti”. L'iniziativa – il cui slogan è “L'Italia ha bisogno di tornare a sognare” – era stata lanciata il 28 agosto scorso, a 50 anni esatti dallo storico discorso di Martin Luther King a Washington. L’obiettivo? «Riprendere l’opera di sensibilizzazione sul tema dei tanti razzismi che ancora albergano nel nostro Paese, raccogliendo i sogni dei più giovani e facendosene portavoce col mondo degli adulti, con le istituzioni, con l’Italia tutta», aveva detto allora il Garante.
Da quel giorno, i ragazzi dai 13 ai 18 anni potevano inviare all’Authority il proprio sogno, la propria idea di futuro. Con qualunque mezzo: immagini, video, file audio ma anche scritti o disegni. Via mail o sui canali social più diffusi: Facebook, YouTube, Instagram, Flickr, Pinterest. Ne sono giunti diverse centinaia, di sogni, da ogni parte d'Italia.

- Ebbene, Spadafora?


«Se posso tentare una sintesi, i ragazzi oggi sognano i loro diritti. Che vedono sempre più negati. I diritti più semplici: trovare lavoro, essere in condizioni di formare una famiglia, sostentare dei figli. Poter rimanere nella propria città, dove sono le “radici”, o almeno in Italia, senza essere costretti a emigrare. Dopo quattro mesi di campagna questo emerge dai messaggi dei ragazzi che mi hanno scritto».

- Un risultato sorprendente?

«Non più di tanto. In questi due anni, da quando mi sono insediato in questo nuovo ruolo istituzonale (il Garante per l'infanzia e l'adolescenza è stato voluto dai presidenti di Camera e Senato; Spadafora prima era alla guida di Unicef Italia, ndr) ho girato tanto l'Italia. E mi sono reso conto che c'era bisogno, prima di tutto, di parlare con i ragazzi, di ascoltarli, di dare loro la parola. Perché nessuno lo fa più. Questo è il primo, e più importante, scopo di “I have a dream”».

- Come prosegue la campagna?


«Continueremo a raccogliere sogni in forma di messaggi, video, mail, immagini. Ma intanto, per Natale prossimo, vorremmo anche stampare e inviare a tutti quelli che hanno partecipato un libriccino con il discorso di Martin Luther King. Lo troveranno estremamente attuale: basta sostituire la parola “nero” con povero, immigrato, emarginato e si vedrà chi sono i nuovi discriminati, chi sono coloro che hanno diritto a Grandi Sogni, e che sognano i diritti».

- È stato girato anche uno spot...

«Sì, dalla Indigo Film, con la regia di Ivan Cotroneo. Dal 20 novembre va in onda su tutte le tv nazionali e sarà diffuso attraverso i social network. Un breve video di grande impatto, girato vicino a Roma con 400 ragazzi (e nessun attore). L'elemento simbolico è un pulmino arancione. Lo stesso che intendiamo usare per continuare d'ora in poi a girare l'Italia e incontrare bambini e giovani. Sarebbe bello che questi “sogni” diventassero dei brevi film, una web-series».

- Cosa l'ha colpita di più?


«Questo stato di depressione, di non-speranza. Dare voce a questi ragazzi non significa non affrontare i prpblemi concreti. Anzi. È portare alla luce l'effetto inquietante della non soluzione delle tante difficoltà che vive la nuova generazione. Senza dimenticare per un solo istante che quei problemi vanno risolti. Non si può più accampare la solita scusa che non ci sono le risorse. Se sono poche, occorre usarle bene. E non lo si sta facendo. Tanto per fare solo qualche esempio: non è questione di risorse se il Parlamento ci ha messo sette mesi per esprimere la Presidente della Commissione infanzia, e se ancora oggi non ha saputo nominare quella della famiglia. Non è questione di risorse se le comunità di accoglienza dei minori sono al collasso, quando i cinque milioni di euro stanziati da mesi non arrivano a destinazione per le lentezze della burocrazia».

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