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martedì 22 ottobre 2019
 
Colmegna
 

Colmegna: «I rom capitale enorme per gli imprenditori della paura»

29/05/2015  Don Virginio Colmegna, presidente della Casa della Carità a Milano che da anni si occupa di rom, commenta i fatti di Roma e spiega perché non ci sono interventi strutturati a livello istituzionale.

Un auto pirata a Roma si butta a tutta velocità sulla folla, investendo nove persone, uccidendo una donna filippina, madre e moglie, e lasciando otto feriti sull'asfalto. Su quell’auto tre minorenni rom, probabilmente alla guida sotto l’effetto di alcol. La polemica non si fa attendere. Ne parliamo con don Virginio Colmegna, presidente della Casa della Carità a Milano che da anni si occupa di rom in difficoltà e della loro inclusione sociale nella città di Milano.

Don Virginio qual è stato il suo primo pensiero leggendo la notizia?
«Che la differenza con lo stupro della taxista di Roma è che lì ci si è concentrati sulla sofferenza della donna, qui, essendoci di mezzo un rom, ci si è concentrati su di lui. Quando, invece, minorenni e alcol, qualora le prime ipotesi sulla dinamica di questo incidente venissero confermate, fanno parte di un dramma che riguarda tutto il Paese. Così facendo, poi, si è dimenticata la vittima, la donna filippina, e il dolore della sua famiglia per cercare subito un capro espiatorio. Perché abbiamo un gran bisogno di un capro espiatorio. Il problema, però, dei campi rom rimane, anche guardando a Milano e, in alcuni casi, ai campi autorizzati. Alle persone che vi abitano, per le quali è diventata una situazione insopportabile. Insopportabile per tutti, i bambini e le donne dei campi, la cittadinanza che vive intorno e per chi ci vuole operare perché, abbandonati a loro stessi, non solo i campi sono ormai un luogo di esclusione e separazione, ma anche terreno fertile per le organizzazioni criminali, la droga e la prostituzione. In un meccanismo che preoccupa sempre di più. Per questo bisogna avere il coraggio di fare politiche per il superamento dei campi. Ma se regione Lombardia chiude sull’utilizzo di risorse che non sono “regalate” ma finalizzate a ridurre gli interventi repressivi e non punta sui ragazzi, sulle donne, sull’abitare nei campi con regolarità facendo esplodere la potenza solidale della legalità credo che si possa gridare e urlare quello che non funziona quanto si vuole, ma ci si scontra con questo grande silenzio che aspetta che passi l’ondata della cronaca fino… alla prossima volta».

Lo sgombero dei campi che diventa immediatamente strumentale. Voi che lavorate da anni con i rom condividete il superamento dei campi, non lo sgombero. Vogliamo fare chiarezza?
«Da anni sosteniamo il superamento dei campi. Il problema vero, però, è che si stanno creando continuamente nuove zone di abbandono e di degrado per cui il superamento dei campi deve evolvere in politiche sociali perché sennò diventa solo un giocare a rimbalzo, dove sgomberi e sposti da un’altra parte. E i campi autorizzati, in certi casi, diventano ancor più pericolosi perché vengono lasciati a loro stessi. Il problema vero è che non c’è il coraggio politico per affrontare la cosa perché il consenso, in questo momento, è carico di paura e vince la proposta facile (le ruspe!). Ma tutto questo non cambierà se non ci sono risorse, progetti e verifica degli stessi; valutazione del protagonismo dei rom che è necessario coinvolgere e a cui è necessario dare voce. Tutto ciò è compito della regione Lombardia e dell’area metropolitana, non è solo una questione di sicurezza e protezione civile. Quello che manca è un vero salto culturale che va fatto in nome di una legalità che produce solidarietà, ma ancora nessuno lo ha fatto».

175.000 rom in Italia, 50mila circa che vivono nei campi. Un numero esiguo in apparenza eppure “voluminoso” quando accade qualcosa. Ingestibile se si tratta a livello istituzionale. Come se lo spiega?
«Il numero è esiguo ma hanno una visibilità e una carica di immagine enorme. Su di loro si concentra tutta la paura e la rabbia, come se tutti quelli che guidano sotto l’effetto dell’alcol fossero solo rom. C’è una generalizzazione drammatica che produce un consenso enorme. Me lo spiego perché è un grande capitale per gli imprenditori della paura. C’è un altro dramma poi, ed è che riguarda tutti coloro, rom, che “ce la fanno”: lavorano, vivono, convivono perfettamente inseriti e ci chiedono di non dire che sono rom perché sennò gli viene negato il lavoro e una casa. Rendendoli così impotenti e costretti a subire la marginalità come struttura della propria personalità. Siamo tutti d’accordo sul superamento dei campi, tranne coloro che alimentano l’odio razziale; allora dico, sterilizziamo, togliamo "i germi" dal dibattito politico ».

Quali sono le proposte concrete di Casa della Carità?
«Una grande e seria politica di inserimento scolastico dei ragazzi, un lavoro culturale con le donne e affrontare la possibilità di percorsi di lavoro e abitazione. Senza questi sforzi non riusciremo mai ad affrontare il problema». 

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