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sabato 18 agosto 2018
 
 

“I Santuzzi”, il racconto vincitore

14/05/2018  Ecco il breve racconto con cui Abdel Zaglool ha vinto il concorso "Sicilia cornice di senso"

Correva l’anno 1907, correvo anche io, correvo colle tasche colme di arance e la testa carica di pensieri, mi sentivo pesante, ma non potevo rallentare, dietro di me sentivo i passi di quel cornuto di Nuccio che tra un’imprecazione e l’altra trovava anche il tempo di ordinarmi di fermarmi. Ma io di restituirgli le arance non ne volevo sapere, le avevo promesse a Lena, che proprio non riusciva a farsi guarire quella tosse che tormentava lei, me e anche il cornuto di Nuccio, che era stanco di rincorrermi. Ero riuscito ancora una volta a seminarlo, perché conoscevo gli stretti vicoli di Caltanissetta meglio delle mie tasche, e io le mie tasche le riempivo spesso.

Tornai da Lena che già si era fatto tardi, era buio pesto, non riuscivo nemmeno a vedere dove mettere i piedi, talché rischiai di ruzzolare rovinosamente per terra, e con me anche le arance per Lena. Riuscii ad accendere un fiammifero e mi feci strada. Non sentivo Lena tossire, il che mi parve strano. Dormirà, pensai. E così era, Lena dormiva, dormiva beatamente, e non capivo come ci riuscisse con quella tosse che la seguiva ovunque andasse, persino a letto. Ma questa sera l’aveva risparmiata, così decisi di non svegliarla. Accanto a lei posai delicatamente le arance, nel caso la tosse cambiasse idea.
Ero tornato in piedi già prima che il gallo di Zio Nardu cominciasse a cantare, chiamai Lena, ma non ricevetti risposta, mi avvicinai, non si era ancora mossa, e così anche le arance. Provai a scuoterla, saltai sul letto, ma non voleva proprio saperne di svegliarsi. Forse desiderava dormire ancora un poco per rimandare il suo appuntamento con la tosse, o forse non voleva parlarmi, ma non ricordavo di aver combinato nulla che la rendesse arrabbiata, le avevo anche portato le arance! Presi la mia sedia, e restai a fissare Lena per ore, non si accorse di nulla, perché gli occhi non li aprì. Provai a parlare io, le raccontai di quella volta che, sulla barca di Zio Bertu, persi l’equilibrio e caddi in acqua, di come piansi e urlai come una femmina fin quando non mi ci tirarono fuori. Me ne vergognavo, così cominciai a ridere imbarazzato, ma Lena non rise. Continuavo a ridere, non dovevo smettere, non v’era altro modo per rompere il silenzio che aleggiava per la stanza, per riempire il vuoto che cominciava a straziarmi. Ho riso fino a lacrimare, lacrime di apprensione, di sgomento, di paura. Lacrime di un bambino costretto a diventare uomo, che ha realizzato di aver perso la donna che lo ha cresciuto, e con lei l’affetto materno, una goccia di amore in un mare di dolore.

Lasciai la stanza, la casa, con gli occhi gonfi di disperazione, e cominciai a correre, come se dovessi fuggire da quel cornuto di Nuccio, ma questa volta non era Nuccio ad inseguirmi. Ad inseguirmi erano le immagini di Lena. Vedevo il suo volto ovunque, su ogni donna del paese. Dovevo smettere di vederla, dovevo dimenticare, mi coprii gli occhi, inciampai, caddi, non mi rialzai.
Fu un uomo a tendermi la mano, balbettai, ma poi, tremante, mi feci aiutare. Aveva un aspetto strano, si presentò come Vito Santuzzo, Santuzzo perché era solito travestirsi da santo durante le feste patronali del paese. E così era vestito anche quel giorno, in rosso e con le ali di San Michele l’Arcangelo sulle spalle. Gli dissi che forse era il momento di cambiarle perché più che ali parevano un cuore spezzato, spezzato come lo era il mio, del resto. Gli raccontai di Lena, che proprio come lui, anni fa, quando ero solo, mi porse la mano, gli raccontai della tosse, delle arance e anche di quel cornuto di Nuccio, che invece la mano me l’ha sempre negata.                                                                                      

Piacqui fin da subito a Santuzzo, mi portò con sé a pregare, pregammo per Lena, pregammo all’Immacolata, al Redentore e, per non farci mancare nulla, anche a San Michele l’Arcangelo.Santuzzo non aveva una casa, dormiva di fronte alla chiesa, e lì dormii anch’ io, con lo sguardo rivolto alle stelle. Nel sonno vidi Lena, era bellissima, aveva i capelli raccolti, sicché riuscii a scorgere anche l’orecchino che le avevo regalato, e ne fui entusiasta. Sedeva colle gambe accavallate, tra due bimbe, e ne teneva un’altra più piccola sulle ginocchia, leggeva loro un racconto, la storia di un bimbo solo, lasciato nelle mani del destino, vegliato dal solo Arcangelo Michele, il Santo protettore. Mi svegliai, di soppiatto svegliai anche Santuzzo e non lo lasciai dormire finché mi giurò che non avrebbe continuato a tenere gli occhi chiusi anche la mattina, come invece aveva fatto Lena.

Passarono giorni, mesi, anni, ma il ricordo di Lena non si affievoliva. Con Vito mendicavo e pregavo, e, quando era il momento, ali di San Michele L’Arcangelo in spalla, ci recavamo in piazza, a presenziare alla festa patronale del paese, tanto che oramai per tutti eravamo diventati i Santuzzi.
Ma i Santuzzi, anche se non lo davano a vedere, erano stanchi di vivere una vita da vinti.              Per Caltanissetta correva voce che un tale Turiddu aveva trovato fortuna altrove, in un paese che chiamavano Milano. Facemmo presto ad associare Milano al nostro desiderio di riscatto.
Fu Vito ad organizzare il nostro viaggio. Prima di partire però decisi di recarmi a salutare quel cornuto di Nuccio, e di portargli via qualche arancia. Non lo trovai, aveva chiuso baracca, o forse aveva già raggiunto Lena, che sicuramente gli aveva restituito le sue arance, ora che la tosse non la tormentava più.
La notte ci dirigemmo alla stazione, era piena e rumorosa, ve ne erano di tutti i colori, mi chiesi quanto poteva essere grande questa Milano per poter ospitare tutti quei poveri cristi. Scendemmo a Messina, salimmo sul traghetto, e poi ancora sul treno, e vi rimanemmo per giorni.                                                                                                    

Arrivammo sporchi, affamati, sfiniti, o forse lo eravamo sempre stati. Mi guardai intorno, non avevo mai visto nulla di simile, sentii girare la testa, stremato, caddi a terra. Vito mi tese la mano, dovremmo trovarci qualcosa da mangiare, mormorò. Ci recammo al forno più vicino alla stazione, eravamo senza spicci, entrammo e uscimmo di corsa. Correvamo colle tasche piene di pane e la testa carica di pensieri, ci sentivamo pesanti, ma non potevamo rallentare...                                                          

                                                                                  Abdel Zaglool                           

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