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domenica 24 febbraio 2019
 
 

I Seminari minori? Resistono

09/11/2010  In tutta Italia sono 64. Sorpresa: nel 2010 è addirittura aumentato il numero di chi li frequenta. Parla don Nico Dal Molin, direttore del Centro nazionale vocazioni della Cei.

Don Nico Dal Molin, 61 anni, direttore del Centro nazionale vocazioni della Cei.
Don Nico Dal Molin, 61 anni, direttore del Centro nazionale vocazioni della Cei.

Il dato è inequivocabile. Cresce il numero dei seminaristi "minori", cioé d'età compresa tra gli 11 e i 18 anni. Stando a dati ufficiali, infatti, risulta che nel 2010 siano 2.984 in tutta Italia, (1.762 frequentano strutture diocesane; 1.222, invece, vanno in Seminari minori gestiti da ordini o da congregazioni religiose). Nel 2009, erano complessivamente 2.872 (1.522 "diocesani" più 1.350 "religiosi"). L'aumento è dunque del 3,9 per cento. 

Sul numero 45 (data di copertina: 7 novembre 2010), Famiglia Cristiana pubblica un'inchiesta al riguardo, redatta dopo aver visitato numerosi Seminari e dopo aver ascoltato tanto i Rettori quanto i giovani iscritti. Vengono ospitati anche i differenti pareri di don Gino Rigoldi, educatore, cappellano del carcere minorile "Cesare Beccaria" di Milano, criticamente pensoso («Mi pare prematuro decidersi per il Seminario in un'età in cui i ragazzi e i giovani stanno ancora cercando di capire chi sono e che vogliono fare della propria vita») e di Mariateresa Zattoni e Gilberto Gillini, due pedagogisti di chiara fama, decisamente favorevoli: «I ragazzi vivono divertimenti, conflitti, cotte al pari di tutti. Lì dentro, però, imparano anche l'impegno, lo studio in gruppo, il sostegno reciproco».

Nato a Bassano Del Grappa, in provincia di Vicenza, 61 anni compiuti, don Nico Dal Molin è uno che il Seminario minore l'ha frequentato e che ne serba un buon ricordo. Dal 2007 è il direttore del Centro nazionale vocazioni della Conferenza episcopale italiana (Cei). 


Don Dal Molin, ha ancora senso, oggi, il Seminario minore?

 

«Non nascondo che la classica forma “residenziale” dei Seminari minori sta attraversando un momento di difficoltà: credo, però, che la soluzione non sia quella di abolirli, ma di rivederne la proposta educativa. Il fatto stesso che l’esperienza, pur con modalità diverse, sia tuttora presente in 64 diocesi italiane – con presenze in crescita soprattutto nelle regioni del Centro Sud - è un dato sul quale costruire. Tra l’altro, le varie ricerche vocazionali testimoniano che la quasi totalità dei giovani che entrano in teologia hanno avuto una prima scintilla di interesse per il ministero ordinato per lo più grazie ad una positiva identificazione con una figura di sacerdote, incontrato da ragazzi: questa, dunque, è una età a cui va data particolare attenzione vocazionale».

 

Quali forme deve avere per tenere il passo con i tempi?

 

«Se guardiamo alle nuove esperienze che stanno interessando soprattutto il Nordest e la Lombardia, si sta passando dal Seminario minore residenziale a tempo pieno, come lo si intendeva sino ad un recente passato, a comunità nelle quali i ragazzi frequentano le scuole pubbliche della loro città, mantengono un legame con i loro coetanei, partecipano ai cammini associativi delle loro parrocchie… La vita comunitaria, qualificata dall’accompagnamento di formatori vocazionali e dal coinvolgimento attivo delle famiglie, diviene comunque essenziale per aiutarli a costruire una stima di sé adeguata, una identità coerente e stabile, un cammino di maturazione affettiva serena ed un rapporto con la famiglia più costante».

 

Avete delle direttive nazionali cui attenervi o le state elaborando?

 

«La “Ratio fundamentalis”, rivista nel 2007, è il documento che ispira e orienta la formazione dei Seminari nelle diocesi italiane; compete alla Congregazione vaticana per l’educazione cattolica e alla Commissione episcopale per il clero e la vita consacrata della Conferenza episcopale italiana mettere a tema indicazioni e orientamenti qualificanti.

Come Centro nazionale vocazioni ci stiamo interessando sempre di più ad un aspetto significativo della pastorale vocazionale, che ha spesso uno sbocco nei Seminari minori: mi riferisco ai “ministranti” o chierichetti, un ambito particolarmente vivo, che da sempre è stato una fucina di ragazzi con una buona “disponibilità vocazionale”».

 

Negli ultimi dieci anni alcune diocesi hanno rinunciato al Seminario minore...

 

«Effettivamente ci sono state diocesi, che hanno rinunciato ai Seminari minori per mancanza di presenze di ragazzi o per un impegno sproporzionato di energie formative. Molte di queste, comunque, hanno attivato cammini integrativi - spesso investendo anche sui parroci - con incontri zonali  e proposte residenziali di minore durata, ma coinvolgenti e interessanti anche per le modalità comunicative con cui si rivolgono ai ragazzi stessi».

 

Tra i seminaristi "minori" ci sono ragazzini stranieri extracomunitari?

 

«Cominciano anche ad essere presenti nei Seminari minori, in particolare provenienti dall’Africa, a conferma della vitalità della chiesa africana nell’ambito vocazionale, anche al di fuori dei confini della propria terra».

 

Qual è la percentuale dei ragazzi che passano dal Seminario minore a quello maggiore?

 

«Attualmente le vocazioni che provengono dal mondo giovanile e dai cammini associativi integrati da opportuni percorsi di accompagnamento vocazionale e di discernimento, sono certamente in maggioranza nei Seminari maggiori. Tuttavia l’integrazione numerica proveniente dai Seminari minori è ancora significativa e propone dei ragazzi che hanno saputo valorizzare le proposte formative a loro offerte».

 


    

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