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«Aborto diritto fondamentale». Ma i vescovi dicono no

24/11/2014  Il 26 novembre il Parlamento è chiamato a votare una risoluzione per riaffermare il "diritto all'interruzione di gravidanza e il diritto delle donne a disporre del loro corpo liberamente". Critica la conferenza episcopale: "Come può un diritto umano basarsi sulla negazione del diritto alla vita di altri esseri umani all'inizio della loro esistenza?"

Mercoledì 26 novembre, il giorno dopo la visita del Papa all’Europarlamento di Strasburgo, l’Assemblea nazionale francese è chiamata a votare una risoluzione che mira a «riaffermare», recita il testo, «il diritto fondamentale all’interruzione volontaria di gravidanza in Francia e in Europa» ed «il diritto universale delle donne a disporre del loro corpo liberamente, come condizione indispensabile per la costruzione dell’uguaglianza reale tra donne e uomini in una società progredita».

La Conferenza episcopale francese (Cef) è andata all’attacco e con una dichiarazione diffusa da monsignor Guy de Kerimel, vescovo di Grebole-Vienne e presidente del gruppo di lavoro della Cef dedicato al “Fenomeno sociale dell’aborto e questioni educative”, ha ribadito che «imporre l’aborto come una procedura medica ordinaria al servizio della libertà delle donne manifesta la difficoltà di fondare in maniera solida questo presunto diritto fondamentale».

Come può, infatti – spiega il presule – «un diritto umano basarsi sulla negazione del diritto alla vita di altri esseri umani all’inizio della loro esistenza e della loro crescita?». Naturalmente, si legge ancora nella dichiarazione, «la promozione della libertà femminile e delle pari opportunità tra uomo e donna sono cause giuste da sostenere e sottoscrivere»; tuttavia la questione è un’altra: «Di quale libertà si parla? Quando si leggono le storie di tante donne che hanno abortito – afferma mons. de Kerimel – si devono comprendere anche le loro angosce, le pressioni e le sofferenze che esse provano per essere state condotte a commettere un atto che esse ritengono grave». Per alcune donne, continua il presule francese, si tratta di «un vero e proprio inferno”, tanto che anche “sociologi, psicologi e psicoanalisti, lontani da riferimenti religiosi, conoscono tali situazioni dolorose».

In un contesto in cui «il trauma post-aborto viene passato sotto silenzio o semplicemente negato», quindi, si chiede mons. de Kerimel, «si può parlare di libertà?». Certamente, evidenzia ancora il presule, «la libertà è fondamentale nei rapporti uomo/donna, nella maternità e nella paternità», ma essa deve essere «una libertà responsabile, una libertà che si impegna in favore del dialogo».
Per questo, è la conclusione del vescovo francese, «bisogna lavorare a monte per far sì che la gravidanza non sia intesa come una “aggressione” che giustificherebbe la legittima difesa tramite la soppressione de “l’aggressore”», ovvero il nascituro, poiché «esso è un innocente». Lo stesso termine “riaffermare” è ingannevole perché la legge francese non ha mai definito l’aborto come un “diritto”, tanto meno “fondamentale”.

 «Questa risoluzione avrà un impatto giuridico, psicologico e simbolico», ha scritto Jean-Marie Le Méné, presidente della Fondation Jérôme Lejeune. Giuridico, perché «affermare che l’aborto è un diritto fondamentale è incompatibile con il codice civile francese (articolo 16) e con il codice della salute pubblica (articolo L.2211-1), che stabiliscono come principio fondamentale il rispetto dell’essere umano dal principio della sua vita. L’aborto [è permesso solo] in deroga a questo principio. (…) Se questa proposta di risoluzione sarà votata il 26 novembre prossimo, si otterranno un’inversione dei valori della Repubblica e un’impasse giuridica».  

Affermare che l’aborto sia un “diritto fondamentale” è un’offesa per le donne perché l’aborto, per loro, era e resta un dramma, una decisione tra le più difficili e questo lascia segni, sofferenze e ferite profonde e traumatizzanti.    

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