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martedì 21 novembre 2017
 
 

Il Burkina Faso e la crisi vista da vicino

14/01/2013  Per ripensare il futuro del Sahel servono progetti che tengano conto delle risorse del territorio e delle reale esigenze delle popolazioni. Lvia sa come si fa e su chi poter contare

Ora che le piogge di dicembre hanno portato un lieve sollievo alle popolazioni del Sahel colpite nel corso del 2012 da una carestia con pochi precedenti, nonostante l'emergenza non sia passata, c'è almeno il tempo di fare un bilancio. Dal Senegal al Chad, in un'intera striscia del continente africano, niente e nessuno è stato risparmiato. Morale, 18 milioni di persone colpite da malnutrizione cronica che si vanno ad aggiungere a quel 10% di popolazione che ne soffre già: l'Unicef completa il quadro con stime che parlano di 1 milione di bambini con meno di 5 anni la cui vita è in pericolo, e altri tre milioni sarebbero affetti da forme di malnutrizione che, seppure non mortali, incidono in modo determinante sullo sviluppo psico-fisico aumentando il rischio di contrarre malattie a quel punto sì, nuovamente, pericolose. Principale fattore scatenante della carestia, la siccità: in questa parte di mondo, è evidente, non costituisce una novità, ma in modo così massiccio e persistente come avvenuto nel 2012 ha comportato un calo della produzione agricola di sussistenza fino all'80%. E ciò, in un contesto che vive di quello che coltiva, significa una cosa sola: fame. Alla siccità, in maniera più o mena diretta, si sono aggiunti la scarsità di foraggio a disposizione del bestiame, il rialzo dei prezzi complessivi e la diminuzione delle "rimesse" da parte degli emigrati. D'altro canto va detto che in emergenze di questa entità, bisogna riuscire a calibrare lucidamente le risorse da impegnare in progetti a breve termine, quelli che per intendersi consentono di tamponare le situazioni che non possono essere rimandate, ad altri di più ampio respiro. È anche in un'ottica più lungimirante che vanno affrontate le calamità così come ricorda il direttore generale della Fao che, commentando lo stanziamento della comunità internazionale di oltre un miliardo di euro, ha specificato come di debba «riuscire a rendere le condizioni di vita delle popolazioni più resistenti alle crisi».

Tra i Paesi investiti con maggiore veemenza dalla carestia c'è il Burkina Faso, dove l'organizzazione di cooperazione internazionale Lvia opera dal 1972 con programmi di sviluppo rurale e interventi di tutela ambientale. Proprio la conoscenza capillare del territorio è ciò che rende efficaci le azioni dell'associazione: bussando letteralmente porta per porta anche nei villaggi "dimenticati", affidandosi ad operatori locali formati in linea con le strategie di intervento messe a punto, Lvia mira a individuare i casi più bisognosi di cure, indirizzando chi è a forte rischio di malnutrizione verso strutture sanitarie adeguate. Dalla prevenzione alla cura, dalla distribuzione degli integratori agli screening, ogni spesa è carico di Lvia che con la campagna sms solidale "La carestia non è una dieta" intende proseguire su due filoni in particolare: da un lato la cura della malnutrizione infantile attraverso l'aggiornamento professionale e la formazione del personale sanitario, la valutazione di massa della popolazione infantile e l'acquisto di farmaci e altre spese mediche per i casi più gravi; dall'altra la prevenzione della malnutrizione e il supporto alla produzione agricola attraverso l'acquisto e la distribuzione delle sementi, l'accompagnamento alla produzione delle comunità agricole locali e la formazione per la creazione di unità artigianali. Va precisato che in Burkina Faso la speranza di vita alla nascita è di 54 anni con un tasso di mortalità infantile di circa 80 decessi di bambini con meno di un anno di vita su 1000 nati vivi. Nelle prossime pagine, le testimonianze di referenti Lvia in Burkina Faso aiutano a comprendenre meglio il quadro di riferimento.

Ousmane Ag Hamatou, referente della Lvia per la crisi alimentare nel Sahel. A seguito del colpo di stato nel Mali, ha lasciato il paese con la sua famiglia. Oggi vive a Ouagadougou, Burkina Faso, dove continua a lavorare con Lvia per gli interventi di risposta alla crisi alimentare nel Sahel, in attesa di poter riprendere le attività nel nord del Mali.


Quali sono stati i principali interventi promossi da Lvia per far fronte alla carestia in Burkina Faso? 
«A causa della scarsissima campagna agricola del 2011, molte famiglie in Burkina Faso non hanno avuto abbastanza cibo per nutrirsi quotidianamente. Per aiutare le fasce più povere e vulnerabili colpite dalla crisi alimentare, la Lvia ha agito in due ambiti: lotta alla malnutrizione infantile severa e, in un’ottica di prevenzione della malnutrizione, supporto all’agricoltura locale».

Quali gli interventi in ambito agricolo e alimentare? 
«Tra gli aspetti più critici legati alla crisi alimentare, c’è il fatto che la maggior parte dei produttori non possiede più le sementi che, in mancanza di cibo sufficiente, sono state utilizzate come nutrimento. Nel 2012 LVIA ha distribuito dei viveri, essenzialmente miglio e mais, a 1.130 famiglie identificate con i servizi sociali e le autorità locali, nei comuni di Yalgo, Tougouri, Nagbingou, Zitenga e Gorom-Gorom, nel nord del paese. Inoltre, con una strategia di prevenzione, per sostenere i contadini nel rilancio della produzione nella campagna agricola 2012, LVIA ha distribuito a 500 produttori dell’associazione contadina ASK, sementi di niébé di Kapelga (fagioli) e di mais».

Quali gli interventi per la cura della malnutrizione? 
«Lvia ha iniziato in aprile 2012, con Medicus Mundi Italia e il sostegno dell’ufficio umanitario dell’Unione Europea ECHO, un progetto di emergenza per la lotta contro la malnutrizione severa dei bambini con meno di 5 anni di età e si prevede l’estensione dell’ intervento nel 2013, ancora con l’appoggio finanziario di ECHO, per coprire tutti i distretti sanitari della regione del Centro Ovest».

Quali sono le strategie adottate sul lungo termine? 
«Nel Sahel, le crisi sono sempre più cicliche e ricorrenti. Motivo per cui, oltre a realizzare interventi puntuali diventa ancor più necessario rafforzare la capacità delle comunità di reagire agli shock, proprietà definita in termini tecnici “resilienza”. In questa logica, è stato formulato un progetto per rafforzare la resilienza degli allevatori del Sahel, nel nord del Burkina Faso, nella prevenzione e gestione delle crisi alimentari. Le attività, che inizieranno nel 2013, sono proposte con il Centro Regionale delle Unioni del Sahel (CRUS), partner di lunga data della LVIA e attore fondamentale per l’appoggio al mondo pastorale in Burkina Faso».

Marco Alban, rappresentante della LVIA in Burkina Faso.


In un quadro di insicurezza diffusa nel Sahel, dalla crisi maliana al fondamentalismo islamico, quanto ne risente il Burkina Faso?
«Il Paese è un’area cuscinetto nella regione, perché è uno dei paesi di accoglienza della crisi maliana e nel recente passato lo è stato con la Costa d’Avorio. È un paese molto esposto e sotto stress, per le crisi alimentari che si ripetono e per l’accoglienza dei profughi, ma per sua cultura e per sua storia non è terreno fertile all’instaurarsi del fondamentalismo islamico».

Quali sono oggi i fattori più critici nel paese su cui si concentrano gli aiuti internazionali? 
«La crisi è multipla: oltre ad un problema di sicurezza della regione, ci sono la crisi alimentare e l’aumento dei prezzi dei cereali. La stagione agricola 2012 è andata bene, ma il vero problema è che i prezzi dei cereali, oggi, rispetto al 2009 sono aumentati dal 40% al 70% e la speculazione finanziaria sui mercati nazionali e internazionali è tra le grandi colpevoli. Quando i granai sono pieni, le persone soffrono meno ma il livello di produzione familiare non è mai sufficiente per l’intero anno e tutti devono comprare prodotti alimentari sul mercato. Nel momento in cui si alza la domanda, i prezzi vanno alle stelle. La FAO e il Programma Alimentare Mondiale stanno studiando l’entità del problema. Altro punto fondamentale per abbassare il prezzo degli alimenti è rendere più agibile ed economico il trasporto sul mercato interno, migliorando le infrastrutture stradali che sono ancora deficitarie nel paese».

La parola d’ordine oggi sembra essere “resilienza”, indicata dall’Unione Europea come nuova strategia d’azione per contrastare le emergenze. Di cosa si tratta?  
«Resilienza significa rafforzare la capacità delle comunità locali a sopportare lo shock delle crisi. È un termine moderno, ma è quello che la Lvia e altre ong fanno da tempo: da una parte promuovere lo sviluppo locale, dall’altra superare la crisi. Se parliamo di agricoltura, ad esempio, rafforzare un’organizzazione contadina significa fare resilienza perché se questa è ben organizzata e realizza un buon stoccaggio dei prodotti agricoli, aiuta la comunità a sopportare meglio lo shock nel momento di crisi alimentare. Allo stesso modo, un sistema promosso da molte ong è il warrantage, una modalità di finanziamento rivolto ai piccoli agricoltori basato sullo stoccaggio della produzione agricola in banche comunitarie a fronte di un prestito: da un lato si aumenta il livello di sicurezza degli stock di alimenti, dall’altro, attraverso il microcredito, si danno alle famiglie risorse economiche per sostenere le spese, fare piccoli investimenti, avviare piccole attività imprenditoriali e quindi far crescere l’economia locale. Dobbiamo sicuramente continuare con questo approccio anche perché sarà difficile per i finanziatori mantenere lo stesso livello di impegno per gestire le crisi future».

Cosa ha intenzione di realizzare Lvia nel 2013 in questa direzione? 
«La lotta alla malnutrizione resta una priorità. I bambini malnutriti gravemente sono nel Sahel un’emergenza costante nel corso degli anni. In secondo luogo, stiamo progettando interventi con i nostri partner, associazioni di agricoltori e allevatori, per migliorare la sicurezza alimentare ponendo l’accento sulla resilienza, cioè con un focus sui soggetti vulnerabili, i più poveri. La chiave è permettere alle persone di uscire dalla povertà».

Dott.ssa Ella Compaoré, nutrizionista. È impegnata con Lvia nel progetto di lotta alla malnutrizione infantile nella Regione Centro Ovest del Burkina Faso. Il progetto si svolge con Medicus Mundi Italia e il sostegno dell’ufficio umanitario dell’Unione Europea ECHO. Le attività termineranno a febbraio 2013. Successivamente, la Lvia prevede l’estensione dell’intervento nel 2013 per coprire tutti i distretti sanitari della regione.


Qual è l’impatto della carestia sulla popolazione in Burkina Faso?
«Il 2012 è stato un anno molto difficile per il paese. A causa delle piogge insufficienti nel corso della campagna agricola precedente, i raccolti sono stati deficitari e tutte le regioni, tutte le famiglie sono state colpite. Nella regione del Centro Ovest, dove Lvia opera con questo progetto di lotta alla malnutrizione infantile, le famiglie vivono di orticoltura e agricoltura di sussistenza ma nel 2012 la popolazione non ha avuto abbastanza cibo».

Quali sono i livelli di malnutrizione che avete riscontrato nella regione? 
«La Lvia con Medicus Mundi Italia opera in due distretti della regione, Réo e Nanoro. Abbiamo monitorato 100mila bambini dai 6 mesi ai 5 anni di età di cui 40.400 abbiamo verificato essere affetti da malnutrizione. Di questi, 400 sono colpiti in modo irreversibile da malnutrizione severa e 40mila sono affetti da malnutrizione moderata che, anche se non mette a repentaglio le loro vite, può causare gravi danni allo sviluppo psico-fisico».

Come verificate il livello di malnutrizione e quali sono gli effetti sul bambino? 
«Il metro di misurazione è il perimetro bracciale. In condizioni normali, in un bambino normalmente nutrito, il braccio misura tra i 13 e i 14 cm. Nel caso di malnutrizione moderata la misura è tra i 12 e 12,5 cm. Al di sotto è malnutrizione severa. Le conseguenze della malnutrizione sono irreversibili. I bambini malnutriti gravemente avranno un ritardo nella crescita, lo sviluppo intellettuale rischia di essere compromesso, non potranno raggiungere buoni risultati a scuola, saranno adulti con forti difficoltà nella vita lavorativa, che si affaticheranno facilmente nella vita di tutti i giorni. Non saranno mai realmente autonomi e dovranno essere presi in carico dalle famiglie e dalla società. Si ammaleranno spesso, saranno deboli. Le bambine che hanno sofferto di malnutrizione, quando cresceranno e diventeranno mamme partoriranno bambini piccoli, che cresceranno male. La malnutrizione avrà quindi delle conseguenze nel futuro, passerà da una generazione all’altra, nasceranno dei bambini meno sani. Nel caso della malnutrizione moderata la presa in carico deve essere immediata, per evitare che gli effetti siano irreversibili. In questa condizione, i bambini sono fortemente vulnerabili, a rischio di malattie, sono spesso malati. Il sistema immunitario è debole e hanno difficoltà di apprendimento».

Come state operando nel progetto in corso per la lotta alla malnutrizione infantile? 
«Si inizia con la formazione degli infermieri dei distretti sanitari e questi a loro volta, con il supporto del progetto e del personale specializzato, formano gli agenti sanitari locali. Gli agenti sanitari sono personale para-medico che vivono nelle comunità locali, sono inseriti nei villaggi e conoscono ogni famiglia, ogni bambino. Con loro realizziamo le visite bussando ad ogni porta. I bambini malnutriti vengono seguiti dagli agenti sanitari e sono accompagnati presso il Centro di Salute Comunitaria più vicino. Si tratta di Centri pubblici che servono in modo abbastanza capillare il territorio e che offrono cure ordinarie e di primo soccorso. Nei Centri, i bambini vengono curati e nutriti con la misola, una farina altamente ricostituente. I trattamenti sono totalmente gratuiti. Nella lotta alla malnutrizione la gratuità deve essere garantita perché le famiglie sono troppo povere per pagare le cure. Questa operazione vede una collaborazione con l’Unicef e con il Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite».
Qual è il valore aggiunto di queste attività per le comunità locali? 
«Il progetto è totalmente inserito nel tessuto sociale e nel sistema sanitario locale. Abbiamo formato 120 infermieri e a cascata 372 agenti sanitari di villaggio, che garantiscono un’azione di prossimità con la popolazione e un monitoraggio capillare dei casi di malnutrizione. Facciamo degli incontri preparatori, delle dimostrazioni, si spiega come informare la popolazione, come misurare il perimetro bracciale, tutti parlano lo stesso linguaggio. L’obiettivo è accompagnare le comunità locali affinché possano meglio gestire crisi future.Da questo punto di vista il progetto è innovativo perché nell’emergenza stiamo costruendo percorsi di autonomia e sviluppo, stiamo lavorando con le comunità per rendere il sistema indipendente».

Quali sono i piani per il 2013?   
«Dobbiamo continuare perché il livello di insicurezza alimentare è ancora allarmante. Oggi le famiglie stanno raccogliendo i prodotti dei loro campi perché la campagna agricola del 2012 è andata meglio ma tra poco non avranno più risorse, dovranno pagare i debiti accumulati nell’anno, pagare la scuola, le cure mediche, ecc. Nel campo della lotta alla malnutrizione infantile stiamo progettando nuove attività, sempre con il sostegno di ECHO, per ampliare il raggio di azione in tutti e 5 i distretti della regione, come ci è stato richiesto dalle autorità locali. Realizzeremo inoltre delle dimostrazioni culinarie affinché le donne imparino ad auto-produrre le farine nutrienti a partire da cibi locali, come il miglio e l’arachide. Molti bambini oggi sono colpiti da anemia, malaria e altre malattie legate alle povere proprietà nutritive dell’alimentazione quotidiana». 

François Paul Ramdé, direttore dell’Union Fraternelle des Croyants (UFC). L’UFC è una ong burkinabè che opera nella Regione Sahel, regione del nord del Burkina Faso. Fortemente impegnata nel campo della sicurezza alimentare e dello sviluppo locale, l’UFC è tra i principali partner della LVIA nell’area.


Qual è stata l’entità di questa carestia nel paese e quali le cause? 
«La carestia nel 2012 è stata drammatica, tanto che il governo del Burkina Faso ha lanciato un appello alla comunità internazionale per l’aiuto nell’emergenza. Nel paese c’è un’unica campagna agricola, che va da giugno a settembre e che coincide con la stagione delle piogge. Nel 2011 le piogge sono mancate, i raccolti sono stati scarsi e nel 2012 le famiglie hanno terminato nel giro di poco tempo le scorte alimentari. Contemporaneamente, il prezzo degli alimenti sul mercato è aumentato e la popolazione non ha potuto comprare il cibo.  Per effetto del riscaldamento globale, le piogge sono sempre più scarse. Quando si parla di cambiamento climatico, in Europa si pensa all’inquinamento, ma qui significa mancanza di pioggia, fallimento delle campagne agricole, carestia».

Gli aiuti per far fronte alla carestia sono stati importanti, la FAO ha dichiarato che l’impegno della comunità internazionale nel 2012 ammonta a 1 miliardo di euro. La crisi è sconfitta? 
«I problemi e gli effetti della carestia non possono essere risolti in un solo anno, serve una strategia di ampio respiro a lungo termine che affronti le varie cause del problema».

Quali dovrebbero essere gli assi di questa strategia?
«Acqua, agricoltura, infrastrutture stradali le priorità. È necessario lavorare sulle infrastrutture idriche per portare l’acqua nei villaggi che ancora ne sono privi. Ciò significa valorizzare e manutenere le opere già esistenti ma anche costruirne di nuove, ponendo attenzione a trovare un equilibrio tra le infrastrutture di ampia scala, come le grandi ritenute d’acqua, e le opere più piccole che in molti casi possono essere più efficaci perché permettono un controllo e una gestione diretta da parte delle comunità locali, che ne diventano responsabili.  Importante, in quest’ottica, lavorare sull’accompagnamento delle comunità per aumentare la loro capacità di gestire tali infrastrutture. In agricoltura, dobbiamo sviluppare degli adattamenti ai cambiamenti climatici, che impongono l’adozione di altri processi e di altre tecniche. Infine, è necessario collegare il mercato interno con strutture stradali più capillari ed efficienti. Molte aree sono ancora isolate, soprattutto nel nord. Nelle aree deficitarie, i prezzi del cibo sono molto più alti perché il costo dei trasporti è notevole».

In che modo possiamo migliorare le capacità dei produttori a far fronte ai periodi di siccità ormai cronica nel paese? 
«Ci sono dei saperi locali da valorizzare e occorre lavorare su questi piuttosto che importare delle tecnologie che provocano dipendenza dall’aiuto. Pensiamo al caso dei semi. Personalmente sono contrario all’introduzione di varietà di sementi non prodotte localmente, dalle qualità d’importazione agli Ogm. In Burkina Faso stiamo assistendo a questo fenomeno, l’acquisto dei semi oggi è sovvenzionato dallo Stato ma questa soluzione non è sostenibile per il futuro e quando le sovvenzioni finiranno cosa succederà ai produttori che non potranno acquistarli? Nel paese ci sono dei centri di ricerca agricola che fanno un ottimo lavoro, producono dei semi adatti al contesto locale. E’ quindi fondamentale supportare questo tipo di ricerca e nello stesso tempo migliorare le capacità tecniche dei contadini, formandoli all’utilizzo di nuovi strumenti e processi».

Come associazione siete coinvolti nell’elaborazione delle strategie per superare questa crisi?
«Le decisioni sulle strategie non sono sempre partecipative: promuovere una maggiore partecipazione delle associazioni locali, dalle ong alle associazioni contadine, aiuterebbe la concezione di piani d’azione più efficaci. I progetti di sviluppo devono essere coerenti e non possono essere "calati" dall’alto senza prendere in considerazione il piano locale, altrimenti l’intervento rischia di essere non solo inefficace ma di fare danni, perché rende la popolazione più dipendente di prima».

Cosa impariamo da questa crisi? 
«Nel 2012 le piogge sono arrivate e la campagna agricola è andata meglio, ma non dimentichiamoci che il Sahel è un’area a rischio, non possiamo permetterci di dimenticare le cause della gravissima carestia che si è abbattuta sul paese. Dobbiamo andare avanti sulla base di strategie di medio-lungo termine».

Moussa Diallo, Sindaco del distretto di Gorom-Gorom, nord del Burkina Faso. Il distretto di Gorom-Gorom si trova nel nord del paese, ai confini con il Mali e il Niger. La Lvia collabora da lungo tempo con la municipalità burkinabè, che si trova in una tra le aree più vulnerabili del Burkina Faso.


Quali interventi ha predisposto la Municipalità per far fronte alla carestia? 
«Grazie al sostegno del governo, il Comune ha potuto mettere in piedi dei punti di distribuzione dei viveri, soprattutto riso e miglio, a prezzi sovvenzionati. Con la Lvia, inoltre, abbiamo distribuito 42 tonnellate di alimenti alle famiglie più povere. Questo ha permesso la loro sopravvivenza. Siamo inoltre in contatto con vari partner internazionali affinché continuino a supportarci in questo momento difficile. I nostri servizi tecnici portano avanti, anche con il sostegno dei donatori internazionali, dei programmi per aiutare la popolazione nella cura della malnutrizione, l’agricoltura, l’allevamento, l’acqua e l’igiene».

Come sarà la situazione nel 2013? La carestia è sconfitta?  
«La crisi è ancora effettiva. Negli ultimi mesi del 2012 la raccolta è riuscita meglio, ma comunque i livelli non sono promettenti, per lo meno in quest’area del paese che è quella che più di tutte paga il prezzo del cambiamento climatico. In quest’area semidesertica la crisi alimentare e la malnutrizione sono condizioni croniche. Soprattutto in alcuni villaggi del mio distretto, quelli più isolati, più lontani, la malnutrizione nei bambini è ancora grave».

Quali sono, per lei, le priorità d’intervento nel 2013? 
«Dobbiamo intervenire prioritariamente sul piano alimentare, dell’acqua e dell’agricoltura rafforzando le infrastrutture a disposizione dei villaggi, come ad esempio gli invasi d’acqua dove fare orticoltura di contro-stagione, agendo sui casi di malnutrizione grave, soprattutto nei bambini, e nel complesso rafforzando le capacità delle comunità di reagire alle crisi e prevenirle».

Dott. Tega, Direttore del Servizio tecnico della Salute e Sanità del distretto di Gorom-Gorom, nord del Burkina Faso. Il distretto di Gorom-Gorom si trova nel nord del paese, ai confini con il Mali e il Niger. La Lvia collabora da lungo tempo con la municipalità burkinabè, che si trova in una tra le aree più vulnerabili del Burkina Faso.


Per far fronte alla carestia come avete agito a livello distrettuale? 
«La nostra strategia di lotta alla malnutrizione è sempre in atto, perché esiste un problema di malnutrizione cronica. Questo piano è stato ulteriormente sostenuto dal Governo e donatori internazionali nel periodo più acuto della carestia».

Come operate? 
«Lavoriamo con i Centri di Salute Comunitari, che sono presenti nei villaggi. Viene effettuata una formazione specifica al personale para-medico a seguito della quale gli operatori possono realizzare le visite nei villaggi per identificare i casi sospetti di malnutrizione attraverso le operazioni di peso e di misurazione. La priorità è data a tre categorie: i bambini fino ai 5 anni di età, le donne incinte e in allattamento. Le persone identificate come a rischio malnutrizione vengono accompagnate nel più vicino distretto sanitario per essere visitate da medici ed infermieri al fine di verificare se la malnutrizione è effettiva e se ci sono complicazioni legate a malattie. Nel caso in cui non si riscontrino altre malattie, le persone vengono riaccompagnate a casa e viene predisposto un programma, affidato agli operatori dei Centri di Salute Comunitari, che distribuiscono delle razioni alimentari. Gli infermieri si recano sul terreno per fare un monitoraggio settimanale dei casi di malnutrizione e supportare il lavoro del personale paramedico di villaggio».

Boubacar Cissé, direttore del Comitato Regionale delle Unioni dei Produttori del Sahel (CRUS). Il CRUS è un’associazione che raggruppa a livello regionale, nella Regione Sahel del nord del Burkina Faso, 61 unioni di produttori per un totale di circa 40.000 persone e 1.800 gruppi. Il coordinamento è impegnato con attività di sviluppo rurale nella regione garantendo coerenza nell’elaborazione di strategie comuni. È un partner di lunga data della LVIA nell’area.


La regione del Sahel, nel nord del Burkina Faso, è principalmente terra di allevatori. Come si caratterizza l’area?
«È vero, in questa regione del Burkina Faso l’allevamento è tra le attività principali, il 25 % del bestiame del paese si trova qui. La regione del Sahel è un’area transfrontaliera, confiniamo con il Niger e il Mali e siamo legati dalla stessa cultura pastorale. Ogni anno tra marzo e giugno avviene la transumanza, la migrazione stagionale e temporanea delle greggi, delle mandrie e dei pastori che dal Niger e dal Mali si spostano nei pascoli della nostra regione in Burkina Faso».

Che ripercussioni ha avuto la carestia sull’allevamento nella regione? 
«Nella regione parlerei soprattutto di crisi pastorale: con la mancanza delle piogge, i pascoli si sono impoveriti e i punti d’acqua si sono svuotati. A causa del colpo di stato in Mali sono arrivati molti profughi che hanno portato il proprio bestiame. Questa pressione ha conseguenza un ulteriore aumento dei prezzi, sia dei cereali che del mangime per il bestiame. In entrambi i casi, i prezzi sono raddoppiati. La carestia ha provocato anche un forte indebolimento degli animali, e questo ha fatto crollare il prezzo del bestiame sul mercato regionale, con gravi conseguenze per il sostentamento delle famiglie di allevatori. E poi la mortalità del bestiame: molte famiglie hanno perso la metà del gregge. Infine, un’altra grave conseguenza è stata l’enorme abbassamento della produzione di latte, che ha impoverito le donne, perché nel Sahel sono le donne che si occupano della lavorazione del latte, e ha acuito lo stato di malnutrizione nei bambini».

A fronte di questa crisi, quali sono state le attività promosse dal CRUS? 
«Abbiamo elaborato un piano strategico su tre linee d’azione. Primo, salvare i capi di bestiame più importanti fornendo un supplemento di nutrizione: è stato comprato il mangime, che abbiamo distribuito ad un prezzo sociale alle famiglie in difficoltà, e donato gratuitamente alle famiglie molto povere. Le famiglie molto povere sono quelle più vulnerabili: donne sole con figli o famiglie che hanno come unica fonte di sostentamento un nucleo massimo di tre capi di bestiame. Sono molto poveri perché se sono costretti a vendere il proprio animale, non resta loro più nulla. Abbiamo così sostenuto 2000 famiglie. Secondo punto: abbiamo aiutato gli allevatori a vendere il bestiame ad un prezzo equo sul mercato nazionale e di altri paesi dell’Africa Occidentale. Abbiamo fatto quattro operazioni in tutte le province della regione ed ogni operazione ha toccato tra i 200 e i 300 capi di bestiame e tra i 400 e i 500 piccoli ruminanti. Abbiamo realizzato una indagine dei mercati, organizzato gli allevatori per la vendita del bestiame e facilitato la relazione con i mercati. Terzo punto: il sostegno alle famiglie più vulnerabili nell’accesso al cibo. Abbiamo operato con il sostegno del PAM supportando circa 1400 famiglie nel realizzare un lavoro di recupero delle terre pastorali e in cambio hanno ricevuto denaro o cibo».

Le piogge sono tornate a fine 2012 e l’attività agricola è migliorata. Cosa succede nel mondo della pastorizia? 
«Anche i pascoli sono migliorati ma restano dei fattori di instabilità che ci preoccupano fortemente. Prima di tutto, la crisi maliana: siamo vicini al Mali, confiniamo con la regione di Gao. Ogni anno da dicembre a febbraio la maggior parte degli animali dal Burkina Faso e dal Niger viene portata verso i pascoli maliani ma ora dovrà restare in Burkina Faso, causando una pressione enorme sui pascoli della regione. In secondo luogo, c’è l’insicurezza dell’area: i movimenti di popolazione tipici delle aree transfrontaliere, com’è il nord del Burkina Faso, con spostamenti aumentati dal Mali, creano forti difficoltà per i pastori nello spostare in sicurezza il bestiame da un mercato all’altro della regione».

Quali sono le vostre proposte a fronte di questi fattori di instabilità? 
«Proponiamo di agire su tre livelli: realizzare degli stock di sicurezza del mangime per il bestiame; migliorare il livello di sicurezza della regione; dialogare con i governi del Benin e del Togo affinché ammettano o facilitino la transumanza del bestiame dal Burkina Faso».

Diverse crisi alimentari si sono ripetute nel paese negli ultimi anni. Avete pensato a delle strategie che permettano di farvi fronte in futuro?  
«Con la Lvia stiamo riflettendo proprio su questo aspetto e cioè su come rafforzare la resilienza. Ritengo si debba agire su tre livelli: la resilienza istituzionale, rafforzando i Comuni, le Regioni e le organizzazioni della società civile ad avere reazione rapida, con un piano strategico per affrontare gli shock. Non possiamo aspettare che la crisi arrivi per reagire. In secondo luogo, mettere in sicurezza la base della produzione locale, aumentando la produttività agricola e, infine, supportare i produttori nell’integrare le attività di agricoltura e allevamento in un’ottica economica ed imprenditoriale. Dobbiamo supportare le piccole unità familiari ad intraprendere delle attività economiche per uscire dalla povertà».   

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