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lunedì 14 ottobre 2019
 
cinema
 

Il “Signor Diavolo” di Pupi Avati ci interroga sul grande mistero del male

23/08/2019  Nel Nord Est degli anni '50 dominato da pregiudizi e superstizioni, un ragazzino uccide un coetaneo, considerato indemoniato. La recensione di don Davide Milani, presidente della Fondazione Ente dello Spettacolo

Raramente la visione di un film incita alla rilettura di San Tommaso. Capita con Il signor Diavolo, di Pupi Avati. «Il diavolo può indurre l’uomo a peccare, persuadendolo internamente. È capace d’impedire l’uso della ragione. Il diavolo non può essere la causa del peccato dell’uomo come uno che muove direttamente la volontà, ma soltanto alla stregua di chi persuade», scriveva il santo teologo.

Di solito il diavolo al cinema è l’archetipo psicologico dei mostri, un pupazzone in crisi di astinenza di sangue e malefatte per generare nello spettatore emozioni forti, senza preoccupazioni di senso. Non nel film di Avati, riflessione meditatissima che sgorga da una fede vissuta, miscelata con gli archetipi universali: l’origine della vita, il mistero del male, la paura per la differenza, il gran potere del sacro e di chi lo media, il peso dei pregiudizi e della superstizione.

LA TRAMA DEL FILM DI PUPI AVATI

Autunno 1952. Nel Nord Est è in corso un processo sull’omicidio di un adolescente, considerato indemoniato. 

Furio Momentè (Gabriele Lo Giudice), ispettore del Ministero, parte per Venezia e in viaggio studia i verbali degli interrogatori. Carlo (Filippo Franchini), l’omicida, è un quattordicenne che ha per amico Paolino Osti. La loro vita è serena fino all’arrivo di Emilio, figlio di una possidente terriera, un essere deforme, già accusato di aver ucciso a morsi la sorellina. Paolino un giorno lo umilia pubblicamente: Emilio, furioso, mette in mostra una dentatura da maiale. Durante la Messa di Prima Comunione, Paolino, nel momento di ricevere l’ostia, viene spintonato da Emilio. La particola cade al suolo costringendo Paolino a pestarla. Di qui l’inizio dello sviluppo del film, da non liquidare come puro horror. Certo la tensione non manca, così come un paio di scene (la prima delle quali precede i titoli di testa) davanti alle quali sbarrare gli occhi.

 

Il "Signor Diavolo": riportare il male autentico alla visione cristiana nel cinema

  

Niente a che vedere però con le innumerevoli saghe filmiche "de paura” di corpi variamente sezionati in cui il demonio è prim’attore ma in commedia che definiremmo comica se non fosse pensata per inorridire. Nell’horror il sacro non è il santo, ma guarnizione di contorno: un prete, un esorcismo, una croce, un morto che si rianima ci devono pur essere. Forse proprio i chilometri di film su un demonio ridotto a spettro noir, sconnesso dal mistero del male e di Dio, hanno contribuito a oscurare il maligno dall’orizzonte della fede. Ma, grazie ad Avati, il grande rimosso dalla predicazione e dalla spiritualità personale, il Signor Diavolo, torna sulla scena, così come lo presenta la fede cristiana: colui che seduce la volontà e induce l’uomo a peccare. Materia da trattare senza confidenza alcuna (è il “Signor” diavolo). Per Pupi Avati è un ritorno riuscito alla parte più originale della sua cinematografia, quella degli esordi e del sottogenere di cui è geniale capostipite, il gotico padano. Un film è da affrontare come tale, non è una predica o un catechismo. Questo di Avati è un bel film, girato con mestiere (effetti speciali “naturali”, alcuni paesaggi sono quadri del miglior Ottocento), con un buon cast (Gianni Cavina, Lino Capolicchio, Chiara Caselli, Alessandro Haber) e ha il pregio (pur in un codice particolare come il “gotico”) di tornare a porre seriamente la questione del demonio a chi crede e chi pensa di aver affrontato il mistero del male solo perché ha pagato per spaventarsi davanti a qualche zombie sul grande schermo.

Il trailer del film (consigliato a un pubblico maturo)

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