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lunedì 19 febbraio 2018
 
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Il gesto d'amore del comandante Erich Eder

26/01/2018  “Siamo qui, siamo vivi”, di Roberto Mazzoli. Un piccolo libretto nascosto in un convento. le pagine di un diario. La ricostruzione appassionata della storia di una famiglia salvata da un ufficiale tedesco

Nel convento di San Giovanni Battista di Pesaro, tra i fogli e i libri riposti sugli scaffali di un frate francescano, salta fuori un libretto all’apparenza di poco conto, L’ufficiale Erich Eder ritorna. Si racconta la storia di un giovane sottoufficiale della Wehrmacht che nel 1944 sulle colline pesaresi sceglie di salvare la vita a una famiglia di sfollati ebrei milanesi, risparmiando loro la deportazione. Roberto Mazzoli, giornalista pesarese, direttore del settimanale diocesano Il Nuovo Amico, si ritrova tra le mani quelle pagine, ne resta affascinato, ne intuisce immediatamente lo straordinario valore. Si mette alla ricerca della famiglia ebrea salvata dal comandante Erich Eder. Comincia così una ricerca che lo conduce fino al diario di Alfredo Sarano, segretario della Comunità ebraica di Milano al tempo delle leggi razziali e della guerra, che con la famiglia si era rifugiato nel paese di Mombaroccio, vicino a Pesaro. Le tre figlie di Sarano, Matilde, Vittoria e Miriam, vivono in Israele, a Tel Aviv. Hanno custodito in un cassetto per decenni la memoria del padre, senza mai renderla pubblica. Decidono di affidarla a Mazzoli, perché ne curi l’edizione. Nasce così Siamo qui, siamo vivi. Il diario inedito di Alfredo Sarano e della famiglia scampati alla Shoah (edito da San Paolo), a cura di Mazzoli, con la prefazione di Liliana Segre. «Da tanto tempo ho una passione per la ricerca sul periodo della guerra e delle persecuzioni razziali», spiega l’autore. «Tra l’altro a Pesaro passava la linea gotica. Anticamente in questa città esisteva una grande comunità ebraica di origine spagnola, che nel Cinquecento aveva trovato rifugio qui dalle persecuzioni. Ancora oggi Pesaro conserva una bellissima sinagoga sefardita, oggi dismessa. La mia amicizia con Liliana Segre, che spesso viene in questa città, ha contribuito ad alimentare questo interesse».

Quali sono il valore storico e morale e la particolarità di questo diario?

«Si tratta di una memoria redatta da un uomo che rivestiva un ruolo fondamentale all’interno della Comunità israelitica (poi chiamata ebraica) di Milano. Sarano - nato in Turchia, in seguito arrivato a Milano con la famiglia, dove aveva studiato Economia alla “Bocconi” - aveva eseguito il censimento degli ebrei milanesi. Lo aveva fatto per una questione tributaria. Tuttavia, a ridosso dell’emanazione delle leggi razziali nel 1938, aveva cominciato a temere che questo censimento potesse essere usato per compromettere la comunità. Fino ad allora nessuno aveva mai raccontato come fossero stati redatti gli elenchi sulla base dei quali poi i nazisti avrebbero agito per rintracciare e arrestare gli ebrei. Il diario fornisce inoltre un ritratto molto nitido della Milano ebraica negli anni prima della guerra. La comunità ebraica di Roma era autoctona. Quella di Milano, più piccola, era stata alimentata numericamente dai tanti ebrei fuggiti verso l’Italia da Germania e Austria. Nel 1940 la comunità milanese contava 14 mila persone tra uomini, donne e bambini, una realtà viva e dinamica. Nel diario di Sarano si avverte sempre il timore che le liste degli ebrei potessero finire in mani sbagliate e la paura di venire lui stesso catturato e dover rivelare informazioni sugli altri membri della Comunità. Fu lui stesso, a un certo punto, a nascondere questi elenchi, nel tentativo di salvare gli altri, compiendo un’azione di grande coraggio. Sarano era costantemente preoccupato per l’incolumità della sua famiglia e per la comunità ebraica, che per lui era come una seconda grande famiglia. Come hanno ricordato le figlie, aveva l’abitudine di tenere appunti su ogni evento, in modo molto preciso. Lui diceva che il racconto è addirittura più importante di ciò che si è vissuto, perché se non viene raccontato l’avvenimento si perde, è come se non fosse mai esistito».

Consegnando personalmente a lei il manoscritto del padre, custodito per tanto tempo, le sorelle Sarano le hanno affidato una grande responsabilità.

«Sì, molta fiducia e una responsabilità storica. Il mio lavoro di cura del diario ha comportato un’ampia ricerca sul contesto storico al quale lo scritto fa riferimento. Per esempio, fra le altre cose, ho spiegato cosa fosse la Brigata ebraica, che in pochi davvero conoscono, per mettere in luce e far conoscere quegli ebrei che combatterono per liberare il nostro Paese dal nazifascismo. Le ricerche mi hanno impegnato per cinque anni».

Nel diario, Sarano delinea due figure straordinarie di giusti: uno è un frate francescano, padre Sante Raffaelli, allora capo del convento del Beato Sante a Mombaroccio, l’altro è appunto il comandante Eder.

«Entrambi hanno rischiato la vita per salvare una famiglia di ebrei, i Sarano. Non so se Eder potrà mai essere riconosciuto tra i Giusti tra le nazioni dal memoriale di Gerusalemme Yad Vashem, perché per questo riconoscimento servono delle testimonianze precise e ben circostanziate. Ma è sicuro che il sottoufficiale – profondamente cattolico, originario di una cittadina della Baviera - corse consapevolmente un pericolo, perché l’ordine dalla Germania era che qualunque ebreo venisse scovato fino all’ultimo dovesse essere arrestato. Lui, invece, quando venne a conoscenza che a Mombaroccio viveva una famiglia ebrea, scelse di lasciarla vivere in pace e non denunciarla alle SS di stanza nella zona».

Sei riuscito a riunire le due famiglie Eder e Sarano?

«Dopo molti tentativi ho potuto rintracciare uno dei figli di Erich Eder, in Germania, al quale è arrivata una mia lettera. Lo scorso anno è venuto a Mombaroccio, dove ha incontrato due delle figlie di Sarano, Vittoria e Miriam, arrivate da Israele. È stato un incontro molto intenso e commovente. Sullo sfondo delle atrocità della guerra e delle persecuzioni razziali ci sono dei barlumi di speranza, dei gesti di grande solidarietà. In Italia abbiamo avuto tanti casi di persone che non ci hanno pensato due volte a rischiare la loro vita per mettere in salvo degli ebrei, convinti dell’assoluta follia delle leggi razziali. La diocesi di Pesaro allora guidata da monsignor Porta aveva criticato apertamente le leggi razziali – con il linguaggio del tempo – invitando a non compiere discriminazioni. Purtroppo buona parte degli italiani ha agito diversamente. Come Liliana Segre testimonia, tanti sono quelli che hanno denunciato gli ebrei facendoli arrestare. Tuttavia, da testimonianze come quella di Alfredo Sarano emerge anche un’altra faccia del nostro Paese: quella di una popolazione che, di fronte all’orrore e all’ingiustizia, ha dimostrato solidarietà e coraggio».

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