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sabato 19 gennaio 2019
 
 

Il gioco dove si perde tutto

13/08/2015  Il documentario "Vivere alla grande", presentato al Festival di Locarno, è una lucida denuncia della piaga del gioco d'azzardo che rovina le vite di chi se ne fa irretire. Ma offre anche una speranza. Che può partire solo dal basso, perché lo Stato è uno dei colpevoli, se non il principale, di questa situazione.

Le vicende di Francesco e Mattia percorrono con la loro drammaticità il documentario “Vivere alla grande”, scritto, prodotto e diretto dal regista esordiente Fabio Leli e presentato stasera al Festival di Locarno.
Due ore e mezzo di denuncia rigorosa dell’azzardo, alternando in modo serrato interviste e testimonianze che rappresentano per lo spettatore una scossa salutare, un approfondimento che svela i retroscena anche di gesti qualsiasi come l’acquisto di un “gratta e vinci”. Chi tra noi sapeva, per esempio, che ogni anno gli italiani spendono 130 miliardi di euro in alimentari e 90 in gioco d’azzardo? Che la media di slot machine nei Paesi dell’Unione europea è 40.000, mentre da noi sono 400.000? Che in Italia la tassa per chi gestisce legalmente l’azzardo è del 9%, mentre l’Iva per le imprese in genere è del 21%? O che on line si svolgono anche partite di calcio virtuali proprio per intercettare la grande richiesta di scommesse?

Ma più di tutto parlano le storie, come dicevamo.Come quella di Francesco (al centro nella foto), che poteva contare su una vita agiata, un buon lavoro, una moglie e una figlia con le quali formava una famiglia affiatata. Ha buttato via tutto con il gioco d’azzardo. Due anni dopo essere riuscito ad abbandonarlo, sta ancora pagando i debiti economici che gli è costato. La moglie e la bambina vivono lontano e lui, con una calma dolente, racconta per filo e per segno la sua storia davanti alla macchina da presa, perché chi corre i suoi stessi rischi rifletta, si fermi in tempo. E anche perché chi non li conosce prenda atto di una piaga sociale, la dipendenza dall’azzardo, poco conosciuta e poco contrastata. C’è poi la storia terribile di Mattia, un ventenne che si è impiccato perché non riusciva a lasciare il gioco, i suoi debiti, i suoi squallori, benché una parte di lui avesse cercato in tutti i modi di combatterlo. Il suo dramma di giovane in gamba ucciso da una dipendenza subdola rivive nelle parole degli amici e dei genitori, soprattutto del padre che tagliò la corda con la quale Mattia si era ucciso.

“Vivere alla grande” svolge in pieno la sua funzione di cinema civile incrociando fatti e dati, inchieste e spiegazioni. Non trascura nessun esperto: sociologi, psicologi, investigatori, magistrati, politici, esponenti di associazioni per il recupero di chi è vittima di ludopatia, persino matematici che dimostrano come anche il gioco più semplice si basi su algoritmi per cui chi gioca è destinato a perdere e invece chi fa giocare a vincere. L’aspetto più inquietante è l’intreccio tra settori della politica e le lobby dei signori del gioco. Non a caso il senatore Raffaele Lauro, che con molto vigore si battè in Parlamento contro i pericoli dell’azzardo, nel 2013 non venne più ricandidato. O il comandante Umberto Rapetto della Guardia di Finanza, che dopo anni d’indagine ottenne risultati che dovevano produrre una multa di oltre 90 miliardi per concessionari del gioco d’azzardo (poi ridotta a 700 milioni), alla fine si ritrovò spostato dall’incarico e nel maggio 2012 si dimise. Per dignità personale e professionale.Le pubblicità rassicuranti per indurre al gioco, le slot machine che affollano non solo luoghi dedicati alle scommesse, ma bar e persino latterie, alimentano una febbre che coinvolge sempre più persone, minori compresi, tanto più quando l’economia in crisi alimenta l’illusione di poter sistemare tutto con una vincita. Mentre, per contro, i soldi dirottati verso l’azzardo (ormai consumo di massa) tolgono ossigeno ad altri consumi. Per non parlare della forte infiltrazione nel settore da parte della criminalità organizzata.

Il regista Fabio Leli è convinto che una riscossa anti-azzardo possa partire solo dal basso, da una società con sempre più cittadini informati e motivati. Come quelli del movimento SlotMob che appaiono in “Vivere alla grande”: organizzano flash mob con centinaia di persone, che vanno ad affollare i bar dove sono state tolte le slot machine. Fino al momento delle riprese, ne avevano organizzati 73 in altrettante città, su richiesta degli stessi abitanti.Per ora il documentario non uscirà nelle sale cinematografiche, ma sarà distribuito in scuole, associazioni, parrocchie.

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