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domenica 19 maggio 2019
 
 

Il legno delle barche dei profughi è lo stesso della croce di Cristo

29/12/2017  Tante scadenze e impegni svaniranno come neve al sole, bontà e tenerezza appartengono al “libro della vita”. Auguriamoci per il nuovo anno più solidarietà e condivisione. La lettera del cardinale Gualtiero Bassetti, Presidente della Cei, pubblicata sul numero di gennaio di Vita Pastorale.

LA LETTERA DEL PRESIDENTE DELLA CEI  

«Ma a chi consegniamo l’anno da cui prendiamo congedo, che lasciamo dietro di noi? Possiamo darlo a qualcuno? Non è semplicemente passato e quindi non esiste più?».

In questi ultimi giorni di dicembre, queste domande mi sono affiorate con forza alla mente. Appartengono alla profondità di un teologo come Karl Rahner, che – alla luce della fede – aveva la forza di interpretare il mistero che abita il cuore dell’uomo. A mia volta, sono convinto che vengano per tutti i momenti in cui ci si chiede se il tempo andato sia semplicemente passato, cancellato e perduto o se qualcosa – e che cosa – resti.

Alla risposta che diamo a tali interrogativi è appesa la verità degli auguri che siamo soliti scambiarci nei prossimi giorni. I miei vorrebbero raggiungere, soprattutto, quanti più faticano a guardare avanti, quanti non trovano motivo per sperare, tutti coloro che sono appesantiti dalla malattia o da un dolore che impedisce loro di alzare lo sguardo e di iniziare con fiducia la nuova pagina del calendario degli uomini.

A sostanziare questo sguardo è la consonanza con cui non fatico a riconoscermi nelle parole di Rahner: «Se lo consideriamo da cristiani, se teniamo conto di Dio, se ci riconosciamo per quello che siamo, esseri spirituali dell’eternità [...] possiamo prendere congedo da quest’anno con un senso di gratitudine, perché – nonostante le nostre stanchezze e infedeltà – la grazia del Signore ci ha conservati, fino a fare anche del bene agli altri per mezzo nostro».

Sì, i giorni che ci sono stati donati sono comunque stati giorni di grazia e di salvezza. Per me hanno significato assumere una responsabilità che non avrei pensato: la fiducia dei confratelli vescovi, confermata dal Santo Padre, mi ha portato a uscire sempre più frequentemente dalla “mia” Perugia per incontrare, ascoltare, consolare, incoraggiare. Sto cercando di prendere sul serio, fino in fondo, il mandato che mi è stato affidato: non ho ambizioni personali, se non quella di servire la Chiesa, mettendo con umiltà a disposizione di tutti un’esperienza maturata visitando più e più volte le regioni del Paese, soffermandomi soprattutto nei Seminari, quindi a contatto con tanti formatori. Con analoga prospettiva ho vissuto le occasioni e i momenti d’incontro con le diverse istituzioni.

La frequentazione sistematica della Segreteria generale della Cei, il tempo speso per la conoscenza diretta di responsabili e dipendenti, la condivisione di problemi e attese che dal territorio si riversano sul centro, mi ha reso ancor più consapevole delle enormi risorse e potenzialità delle nostre diocesi. La stessa diversità che ci anima è una ricchezza, almeno nella misura in cui ci sprona a un confronto franco e fraterno, a una tensione per l’unità, a una testimonianza di comunione non proclamata mavissuta.

Lasciatemi dire – senza che suoni retorico o scontato – che alla fine sono proprio queste le cose che restano. Tante corse, scadenze e impegni probabilmente svaniranno come neve al sole; la bontà, la tenerezza, la passione di chi sa smorzare i toni non per timore né per calcolo,ma per camminare davvero insieme appartengono a un’agenda che non invecchia. La Sacra Scrittura, con un’immagine efficace, la chiama il “libro della vita”.

Nel rileggere queste righe, mi accorgo di quanto, per certi versi, siano distanti da quanto avrei desiderato scrivervi. Con la memoria del cuore mi sarebbe, infatti, piaciuto intonare con voi il Te Deum per i tanti segni di bene che riscontro quotidianamente e che innervano il Paese: nella loro piccolezza sono più grandi di ogni fallimento. Avrei anche voluto soffermarmi su ritardi e ombre, che appesantiscono l’andare: non per aumentare l’amarezza, ma per affidarla a chi perdona, risana, rialza. Infine, avevo l’ambizione – permettetemi almeno questa – di guardare più in là e condividere con voi un paio di intuizioni che trasporto volentieri nel prossimo anno, con l’impegno di iniziare a realizzarle. Più che di nuove opere, si tratta di processi che vorrei avviare insieme, come ama ripetere il Santo Padre: avremo modo di tornarci sopra quanto prima.

Intanto, chiudo con un breve racconto. Il mese scorso sono stato a Rimini per commemorare don Benzi,un grande prete, che ha saputo abbracciare tante povertà e fragilità del nostro tempo. Alla fine della celebrazione mi è stato donato un pastorale di legno, realizzato con il legno dei barconi dei migranti. Portava affissa una targhetta che mi ha commosso profondamente: «Il legno delle barche dei profughi è lo stesso della croce di Cristo».

Se permettete, questo è il messaggio che il dono del Natale porta al nostro cuore inquieto. Da quella Notte santa non possiamo più sentirci semplicemente soli o abbandonati, perché Lui cammina con noi nei sentieri del tempo. Lo farà anche lungo i giorni del prossimo anno, che proprio per questo è fin d’ora benedetto.

A noi sia data quella sapienza della fede che, come scrive il Papa nel Messaggio per la Giornata mondiale della pace, è capace di accorgersi che tutti facciamo parte della stessa famiglia: qui trovano fondamento la solidarietà e la condivisione. Possano sostanziare anche il programma del tempo che abbiamo davanti: allora sarà davvero un Buon Anno.

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