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mercoledì 15 agosto 2018
 
 

Il rischio di un mercato dei gameti femminili

05/02/2015  Per far fronte alla "carenza di gameti per la fecondazione eterologa di ovociti femminili" il Tavolo tecnico delle Regioni sulla procreazione medicalmente assistita propone un premio.

E’ brutto dirlo ma c’era da aspettarselo e noi l’avevamo già scritto. La cosiddetta donazione di gameti femminili stenta a trovare volontarie perché, a differenza della raccolta del seme maschile, implica un intervento non piacevole e invasivo (con tanto di ricovero), e le Regioni devono correre ai ripari per procurarsi il materiale per l'inseminazione eterologa un tempo vietata dalla legge 40 e poi annessa da una sentenza della Corte Costituzionale.
 Bisognerrebbe chiedersi, però, se al di là delle paure per l'intervento necessario a rendere restie le donne non giochi anche la consapevolezza di quanto si  stia “offrendo” e di quanto sia in gioco una parte importante di sé stesse. Che non si limita a una insignificante secrezione, come qualcuno vorrebbe far credere, ma è un ovocita  che, per quanto minuscolo, porta tuttavia in sé tutto il grande patrimonio più intimo della propria persona, che non a caso, unito al seme maschile, creerà un bambino con i propri caratteri somatici e soprattutto tutta l’eredità genetica, la storia, il carattere che ognuno di noi ha dentro di sé e non a caso  ama scoprire nei propri figli.
 Un bambino che sarà portato in grembo da altri e cresciuto ed educato da altri, non come accade nell’adozione per manifesta impossibilità dei genitori biologici di farsene carico e prendersene cura, ma per un gesto che alcuni riterrebbero di generosità, ma altri, come  il Tavolo tecnico delle Regioni, cominciano a ritenere bisognoso di un “premio di solidarietà”, una ricompensa diciamo, come accade peraltro in altri Paesi che rimborsano la giornata lavorativa persa (come si fa per i donatori di sangue) o pagano cifre intorno ai 1000 euro.
  Del resto era facile immaginare che un premio in denaro venisse proposto per trovare “donatrici”, da cercare magari tra quelle già mamme che hanno difficoltà a nutrire i propri figli e in nome di quel bisogno estremo potrebbero essere tentate dalla vendita del proprio “materiale biologico” come si vorrebbe definire la metà di una possibile vita che ogni donna porta dentro di sé. Ma attenzione. Se questa per ora è solo la proposta del Tavolo tecnico delle Regioni sulla procreazione medicalmente assistita, per far fronte alla «carenza di gameti per la fecondazione eterologa di ovociti femminili» altri  prevedono di risolvere con l’acquisto del “materiale” in centri esteri, magari in quei Paesi in cui la povertà può spingere più facilmente alla “donazione”, oppure chiedendo un “atto di generosità” alle donne che si stanno sottoponendo in prima persona a metodiche di procreazione assistita perché donino a quelle che non hanno la possibilità di ovulare alcuni dei propri ovuli. E vien da chiedersi a questo proposito che cosa penserebbero le donatrici, di fronte a un fallimento di ottenere una propria gravidanza, di quella al contrario riuscita di una donna a cui hanno donato un proprio ovulo…
 Il rischio di un mercato più o meno ufficiale è sotto gli occhi di tutti come anche tutti i  paradossi prevedibili, che si potrebbero moltiplicare e non è un caso se qualcuno, forse troppo sottovoce e a rischio di essere bollato di oscurantismo, seguita a segnalare che una volta imboccata la strada dell’eterologa i problemi - e ahimé anche i drammi - si moltiplicano e si sovrappongono. E non basta inserire l’eterologa nei Livelli essenziali di assistenza e chiedere alle Regioni di recepire le Linee guida sull’eterologa dopo che la sentenza della Corte Costituzionale ha cambiato il dettato della legge 40 che la vietava. Perché al di là dei proclami, la vita e il pensiero su di essa delle persone ancora conta. Almeno fino a quando anche questi non saranno considerati degli ostacoli dannosi.

 
 
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