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mercoledì 22 novembre 2017
 
Campiello
 

"Il mio romanzo in onore del mio Abruzzo ferito"

10/09/2017  A colloquio con la vincitrice del Premio Campiello Donatella Di Pietrantonio, una storia familiare tra modernità e tradizione.

È Donatella Di Pietrantonio la vincitrice della cinquantacinquesima edizione del premio Campiello. La scrittrice abruzzese si è aggiudicata il prestigioso riconoscimento con il romanzo L'arminuta (Einaudi), parabola familiare di abbandono e di riscatto, che affronta il tema della maternità, della responsabilità e della cura. Il premio, organizzato e finanziato da Confindustria Veneto, è stato assegnato sabato sera alla Di Pietrantonio nella splendida cornice del Teatro La Fenice, in una cerimonia condotta da Natasha Stefanenko ed Enrico Bertolino. La vincitrice ha ottenuto 133 voti dei 282 espressi dalla giuria popolare, battendo gli altri finalisti in cinquina (che erano stati scelti a giugno dalla giuria dei letterati, presieduta quest'anno da Ottavia Piccolo): Stefano Massini, Qualcosa sui Lehman (Mondadori), 99 voti; Mauro Covacich, La città interiore (La Nave di Teseo), 25 voti; Alessandra Sarchi, La notte ha la mia voce (Einaudi), 13 voti; Laura Pugno, La ragazza selvaggia (Marsilio), 12 voti.

Il premio Opera prima è andato invece a Francesca Manfredi per la raccolta di racconti Un buon posto dove stare (La Nave di Teseo). Incoronati anche Rosetta Loy, con il premio Fondazione Campiello, una sorta di riconoscimento alla carriera (dopo che trent'anni fa, nel 1987, aveva ottenuto il Campiello con il romanzo Le strade di polvere), e il giovane Andrea Zancanaro, ventunenne di Feltre (Belluno), con il premio Campiello Giovani, dedicato a testi inediti di esordienti.

Classe 1963, dentista pediatrica a Penne (in provincia di Pescara), la Dipietrantonio aveva debuttato nel 2011 presso la casa editrice Elliot con Mia madre è un fiume e aveva proseguito la sua carriera di narratrice nel 2014, presso lo stesso editore, con Bella mia (con cui aveva partecipato al premio Strega). La protagonista dell'Arminuta, dopo essere stata affidata in tenera età a una coppia di zii senza figli, torna da adolescente presso i suoi genitori biologici, passando così da una famiglia a un'altra, e da un contesto urbano e piccolo-borghese a un altro rurale e popolare. «L'arminuta» significa infatti in dialetto abruzzese "la ritornata".

«Dedico questo premio», ha detto felice ed emozionata sul palco della Fenice nel ricevere il premio dalle mani dal presidente di Confindustria Veneto, Matteo Zoppas, «alla mia regione, l'Abruzzo, che esce da un anno molto difficile, per i terremoti, le valanghe e questa estate gli incendi, sperando che questa mia vittoria possa aiutare la mia terra a risollevarsi moralmente».

Dottoressa Dipietrantonio, che cosa voleva raccontare?

«Una sorta di discesa agli inferi, rappresentata per la mia protagonista dal ritorno nella casa dei genitori. Si ritrova così in una casa povera, poco accogliente, in una situazione di promiscuità con i fratelli che dormono tutti in una stessa stanza. E poi si parla una lingua che lei non conosce».

Infatti lo shock dell'«arminuta» è anche uno shock linguistico...

«Sì, la ragazzina si trova a passare, trasferendosi da una città costiera a un paesino dell'interno, dall'italiano, che ha imparato presso gli zii, al dialetto, che è la lingua parlata dai genitori e dai fratelli, ma che lei non conosce. Il dialetto diventa così anche il segno di una profonda incomunicabilità, mentre la sua "lingua interiore" continua a rimanere l'italiano».

Come reagisce alla nuova condizione?

«Talora manifesta dei momenti di nervosismo e di rabbia contro la madre biologica, atteggiamenti che testimoniano lo smarrimento, l'angoscia, la paura che prova».

Si lega però di un affetto molto forte alla sorella minore Adriana, una bambina di dieci anni...

«Adriana rappresenta per lei una presenza molto importante, fonte di conforto e di rifugio. Tra di loro ci sarà sempre un rapporto di mutua protezione e di mutuo soccorso. Adriana, nata in quell’ambiente, ha dovuto attrezzarsi molto precocemente per sopravvivere: ha intelligenza, prontezza e buon senso nato dall’esperienza, tutto ciò che manca alla “arminuta”, vissuta in un ambiente ovattato e protettivo, che l’ha tenuta al riparo dalle crudezze e dalle brutalità della vita. In quel contesto, Adriana è di grande aiuto per la sorella, ma, durante una gita al mare, Adriana apparirà completamente inerme e sarà “l'arminuta” a soccorrerla».

Era davvero così arretrato l'Abruzzo rurale degli anni Settanta, il periodo in cui è ambientata la vicenda?

«Il racconto del rientro della protagonista in paese ci riporta a un'epoca che ci appare lontana. Gran parte dell'Italia, soprattutto al Centro e al Sud, mezzo secolo fa era ancora così. Anche se va detto che quella che racconto è una famiglia un po’ estrema, in una condizione di disagio economico che la fa sembrare più "antica"».

E oggi?

«Penso che la scommessa della mia terra, l'Abruzzo, sia oggi quella di conciliare modernità e tradizione. Dobbiamo svilupparci, ma farlo anche valorizzando i nostri prodotti, frutto di una tradizione millenaria».

Alla base della restituzione dell’«arminuta» c’è un segreto che si apprende solo alla fine del libro: la rivelazione colpevolizza la madre adottiva?

«La prassi per cui le famiglie indigenti cedevano l'ultimo nato a coppie benestanti sterili era un tempo piuttosto diffusa nella mia regione, ma non solo. Tornando al mio romanzo, probabilmente quando aveva deciso di adottare la bambina, questa donna non aveva la capacità e la maturità per intraprendere un'impresa così impegnativa. Ma, pur non sottacendo la colpa di questa donna che sottopone la ragazza al secondo grande rifiuto della sua vita (dopo quello inziale dei genitori biologici), non affronto esplicitamente questo tema, che rimane un motivo più nascosto, affidato all'interpretazione del lettore».

 

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