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martedì 25 giugno 2019
 
«Dico no all'odio»
 

«Io, rom bosniaco, ho perdonato i carnefici serbi»

29/06/2016  Il musulmano Zijo Ribic scampò al massacro nel 1992: un commando di serbi trucidò la sua famiglia. Lui, rimasto vivo per miracolo, ha testimoniato contro gli assassini ma ha trovato la forza di non odiarli. Neanche quando sono stati assolti a Belgrado

«Voglio vivere senza odio. Voglio farmi una famiglia, una casa. Non essere continuamente ossessionato dall’idea della vendetta, perché sarebbe un incubo che ti tiene prigioniero del passato. Io non odio». Che in bosniaco si dice: «Ja ne mrzim».
Sta tutto rinchiuso in queste sue tre ultime parole: Zijo Ribic, il sopravvissuto, ha deciso di perdonare i suoi carnefi‚ci. Ed è iniziata un’altra storia. Per lui e per tanti che hanno provato lo stesso orrore che ha vissuto lui, vittime dell’odio razziale. Erano gli anni Novanta e nella Bosnia-Erzegovina si consumava contro il suo popolo l’ultimo atroce genocidio che ha conosciuto l’Europa, culminato nel luglio del 1995 con l’eccidio di Srebrenica.
La vita del rom bosniaco Zijo Ribic, oggi 32enne, viene stravolta per sempre nel luglio del 1992 quando un gruppo paramilitare composto da sette cetnici invade il piccolo villaggio Skocic, località della Bosnia orientale a 14 km dal con‚fine con la Serbia, dove Zijo viveva con i genitori, sei sorelle e un fratello.
I soldati del gruppo soprannominato "i cetnici di Simo", dopo aver stuprato più volte la sorella maggiore Zlatija, sgozzano davanti ai suoi occhi tutta la famiglia che viene gettata in una foiba. Miracolosamente sopravvissuto alla strage, perché il fendente al collo lo ferisce soltanto, il bambino viene salvato dai soldati dell’esercito regolare serbo che si ri‚fiutano di riconsegnarlo nuovamente ai massacratori della sua famiglia. «Non so ancora spiegarmi come ho fatto a salvarmi. Ma certo Dio lo ha voluto», commenta il giovane.
Zijo Ribic è il primo rom che ha avuto il coraggio di testimoniare contro i crimini di guerra commessi in Bosnia. A dargli la forza di rompere un silenzio di 22 anni è stata la sociologa Natasha Kandic, già direttrice dello Human Law Center di Belgrado, nonché membro del consiglio d’amministrazione del Fondo volontario delle Nazioni Unite per le vittime della tortura, che lo incontrò in Bosnia nel 2006 e gli offrì il suo aiuto.
«È stato un incontro che mi ha cambiato la vita», spiega Zijo: «Con lei ho trovato la forza di raccontare pubblicamente la mia storia e di far avviare il processo contro i responsabili della morte dei miei familiari. Capii che ero rimasto vivo al massacro di Skocic proprio per poter testimoniare su quanto accaduto e chiedere giustizia. Non mi interessava la vendetta. Volevo rompere quella spirale di odio che aveva intrappolato i miei coetanei», afferma con passione.
«I miei genitori, d’altra parte, non mi hanno insegnato a odiare. Nel mio villaggio rom la modalità di vita escludeva qualsiasi forma di violenza. Si viveva in pace tra noi e con i bosniaci stanziali. Tanto è vero che, iniziata la guerra, non ci siamo preoccupati più di tanto dei serbi, perché i rom non hanno mai fatto guerre», osserva.
Il processo al Tribunale per i crimini di guerra a Belgrado avviato nel 2009 contro i sette cetnici è giunto a una prima sentenza di condanna nel 2013. Ripreso in secondo grado, si è concluso nel 2015 con un’altra sentenza che ha capovolto la prima: gli imputati sono stati assolti non perché non fossero responsabili della strage, ma perché risultò impossibile determinarne le responsabilità individuali. Un processo farsa, sul quale ha scritto parole eloquenti la Kandic: «In un tempo migliore, che dovrà venire, la Serbia si vergognerà di questa sentenza». Lo stesso presidente del Tribunale di Belgrado ha fatto una dichiarazione, poi censurata, in cui affermava di vergognarsi di essere serbo.
Zijo non può dimenticare quel giorno: «Quando il giudice lesse la sentenza, i carnefici della mia famiglia mi risero in faccia. Ma rimasi impassibile. Voglio restare normale. Non voglio odiare, neanche ora», dice caparbiamente il giovane, che oggi è tornato nel suo Paese, assieme alla ‚fidanzata Ramiza. Vive a Tuzla facendo il cuoco in un albergo e lottando per un futuro di convivenza paci‚fica.
Ha scritto su di lui Jrfanka, una sua concittadina: «In molti non lo capiranno. Alcuni addirittura potranno condannarlo per quello che ha fatto, altri non ci crederanno. Ma lui ha perdonato davvero».

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La storia di Zijo, il rom che ha perdonato i suoi carnefici
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