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sabato 15 dicembre 2018
 
 

Il paese che non voleva i migranti

08/05/2015  Gli abitanti di Roncobello hanno occupato un ponte, per impedire l’accesso ai profughi. Quattro giorni di presidio non stop. Poi si sono arresi alle decisioni del prefetto e insieme alla Caritas hanno cambiato completamente il loro atteggiamento.

Alcuni dei rifugiati ospitati nella casa vacanze Santa Maria del Carmine.
Alcuni dei rifugiati ospitati nella casa vacanze Santa Maria del Carmine.

Hanno occupato un ponte, per impedire l’accesso ai profughi. Quattro giorni di presidio non stop, 24 ore su 24. Mamme e papà, giovani e anziani. Poi si sono arresi alle decisioni del prefetto e la rivolta è rientrata. Oggi la cittadina di Roncobello, 350 abitanti effettivi e una manciata di frazioni in mezzo alle abetaie della Val Brembana, a una quarantina di chilometri da Bergamo, sembra convivere piuttosto bene con i nuovi arrivi. 45 rifugiati, per lo più africani, arrivati direttamente dagli sbarchi e ospitati nella casa vacanze Santa Maria del Carmine, gestita dalla cooperativa sociale Ruah con la supervisione della Caritas diocesana.

«All’inizio c’era preoccupazione e diffidenza, ma poi la gente ha reagito in modo positivo», spiega Chiara Donadoni, della cooperativa, «ci sono arrivati abiti e scarpe in quantità, le signore del paese portano le torte e i ragazzi giocano a pallone con i nostri ospiti. Il peggio sembra scongiurato».

Intanto sono partiti anche i corsi d’italiano per facilitare la socializzazione. I rifugiati sono tutti maschi, per una precisa scelta della Caritas bergamasca, che ospita circa 460 profughi divisi nelle 9 strutture del territorio, e hanno dai 18 ai 30 anni. Appartengono a etnie diverse. I nigeriani sono in buona parte cristiani, gli altri sono musulmani, il che naturalmente non facilita la convivenza. Roncobello vive di turismo e questo spiega l’ atteggiamento iniziale degli abitanti, preoccupati di vedere compromessa la stagione.

Proprio in questi giorni, sempre per iniziativa della Caritas, d’intesa con il sindaco, partirà il progetto che vede il coinvolgimento dei giovani rifugiati in attività di volontariato a favore della cittadinanza. «Più della metà dei nuovi arrivati ha già dato la sua disponibilità», continua Chiara. Piccoli lavori, come per esempio la pulizia dei sentieri di montagna, che serviranno soprattutto per tenerli impegnati, perché passare la giornata senza far niente può diventare insostenibile. In ogni caso questo li aiuterà a conquistare la stima della comunità e a imparare l’italiano.

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