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martedì 21 maggio 2019
 
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Il Papa cambia il catechismo: mai più la pena di morte

17/08/2018  La dottrina ammetteva la pena capitale in casi straordinari. Ora la esclude sempre perché è contro la dignità della persona. «La Chiesa si impegni per l’abolizione dove è praticata»

Che qualche cosa bollisse in pentola lo si era capito l’11 ottobre dell’anno scorso. Papa Francesco parlava nell’Aula del Sinodo, per celebrare il venticinquesimo anniversario della promulgazione del Catechismo della Chiesa cattolica, avvenuto l’11 ottobre del 1992. Il Papa di allora, san Giovanni Paolo II, aveva scelto quella data per collegare idealmente il nuovo Catechismo con il concilio Vaticano II, aperto da san Giovanni XXIII l’11 ottobre del 1962.

Papa Francesco, l’anno scorso, ha cominciato il suo discorso citando le parole con le quali Giovanni XXIII aveva aperto e spiegato il significato del Concilio: «È necessario che la Chiesa non si discosti dal sacro patrimonio delle verità ricevute dai padri; ma al tempo stesso deve guardare anche al presente, alle nuove condizioni e forme di vita che hanno aperto nuove strade all’apostolato cattolico». Il nostro dovere, commentava Francesco, è «custodire» ma anche «proseguire»; non per cambiare la dottrina, ma per esplicitarla, illuminando con la luce della fede le nuove situazioni e i nuovi problemi.

C’è un tema, spiegava Francesco, «che dovrebbe trovare uno spazio più adeguato e coerente» con la dottrina cristiana, la cui sostanza, azione e finalità è «l’amore di nostro Signore»: la pena di morte. «Si deve affermare con forza», continuava il Papa, «che la condanna alla pena di morte è una misura disumana che umilia, in qualsiasi modo venga perseguita, la dignità personale. È in sé stessa contraria al Vangelo perché viene deciso volontariamente di sopprimere una vita umana che è sempre sacra agli occhi del Creatore e di cui Dio solo in ultima analisi è vero giudice e garante. Mai nessun uomo, “neppure l’omicida perde la sua dignità personale” (Lettera al presidente della commissione internazionale contro la pena di morte, 20 marzo 2015), perché Dio è un Padre che sempre attende il ritorno del figlio il quale, sapendo di avere sbagliato, chiede perdono e inizia una nuova vita. A nessuno, quindi, può essere tolta non solo la vita, ma la stessa possibilità di un riscatto morale ed esistenziale che torni a favore della comunità». Il fatto nuovo di questi giorni, comunicato il 1° agosto dal cardinale Luis F. Ladaria, prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede, è la decisione di modificare il Catechismo riscrivendo il n° 2267, nel quale, citando il discorso dell’11 ottobre scorso, comparirà la nuova formulazione: «Pertanto la Chiesa insegna, alla luce del Vangelo, che “la pena di morte è inammissibile perché attenta all’inviolabilità e dignità della persona”, e si impegna con determinazione per la sua abolizione in tutto il mondo».

Pena di morte e Rivelazione

Ora, dobbiamo considerare che, almeno per i cristiani, non si tratta di un tema marginale. Il cristianesimo infatti comincia la sua storia con la condanna a morte del suo fondatore. Il primo annuncio della fede cristiana, dopo la Pentecoste, è proprio la risurrezione di Gesù dai morti. La vittoria sulla morte è al centro della Rivelazione. Ci si aspetterebbe, di conseguenza, che, su questa base, il cristianesimo abbia fin dall’inizio e costantemente ripudiato l’idea che fosse lecito, sia alle persone sia alle istituzioni, infliggere volontariamente, a chiunque, la morte.

I Vangeli infatti, in molti modi, sottolineano la dignità assoluta di ogni vita umana. Limitiamoci a un episodio che riguarda direttamente il nostro tema e che ci viene raccontato dal Vangelo di Giovanni (8,2-11): Gesù interviene per sospendere l’esecuzione della pena capitale nei confronti di un’adultera. Con le parole: «Chi è senza peccato scagli la prima pietra», egli mette i giudici-esecutori che si apprestavano a lapidarla, di fronte alla realtà della propria condizione umana: voi che siete peccatori, come potete pensare di disporre della vita degli altri? Col suo intervento Gesù vuole chiarire, nella coscienza di ciascuno, la differenza tra il Creatore, che dispone della vita, ma ne dispone creandola e donandola, e le creature, le quali, di fronte alla grandezza della vita ricevuta, devono rispettarne il mistero. Gesù, in un primo momento, non entra nel merito del giudizio sulla donna, ma contesta la pretesa del potere, della legge, sulla vita umana: aprendo così la legge mosaica, interprete della volontà divina, alla sua lettura secondo lo Spirito di un Dio che è Amore. Gesù rivela le intenzioni originarie di Dio al di là della durezza dei cuori di cui la legge è denuncia. E, dopo che tutti se ne sono andati, Gesù, che pure avrebbe potuto giudicarla, aggiunge: «Neppure io ti condanno»: è la manifestazione dell’amore e del rispetto di Dio per la creatura, amore e rispetto ai quali anche l’uomo deve giungere.

Questo messaggio è portato dal cristianesimo all’interno di tutte le culture con le quali viene a contatto, immettendo in esse una dinamica di liberazione dall’anonimato della legge e di progressiva scoperta della realtà della persona.

La riflessione lungo i secoli

  

D’altra parte, già tra i Padri della Chiesa troviamo opinioni molto diverse circa il potere di infliggere la pena di morte. Atenagora, Tertulliano, Origene, Lattanzio, hanno avuto parole di condanna per la pena capitale.

Sant’Agostino, invece, la ammetteva, basandosi sul noto passo di san Paolo nella Lettera ai Romani: «Ma se fai il male allora temi, perché non invano essa [l’autorità] porta la spada; è infatti al servizio di Dio per la giusta condanna di chi opera il male» (Romani 13,4). Questo passo sottolinea la caratteristica da parte dello Stato di esercitare la giustizia anche attraverso la forza; non deve necessariamente venire inteso, come fa Agostino, come una giustificazione, in via di principio, della pena capitale. Agostino dà la propria interpretazione con la sensibilità del suo tempo storico; ma una interpretazione non è, di per sé, dottrina. Inoltre, bisogna considerare il passo citato nel contesto della Lettera. Paolo sta spiegando l’atteggiamento che il cristiano deve avere verso tutti; subito dopo avere espresso il dovere di riconoscere l’autorità pubblica, Paolo espone il precetto generale di cui i doveri verso l’autorità costituiscono un caso particolare: «Verso ciascuno non avete che un debito: amatevi gli uni gli altri. Chi infatti ama l’altro, ha portato la Legge a compimento» (Romani 13,8-9). Dunque l’autorità è sempre vista – e valutata – in riferimento alla “nuova legge” dell’amore, deve, cioè, armonizzarsi con l’amore di Dio per le sue creature: è questa autorità al servizio di Dio che i cristiani devono riconoscere. I cristiani dunque non possono accettare passivamente qualunque autorità e la sua legge: per questo, nei primi secoli, si rifiutavano di riconoscere all’imperatore una dignità divina, contestando, in tal modo, la sua autorità.

Col suo intervento sulla pena di morte, papa Francesco richiama alla centralità di questo amore, che la Chiesa ha dovuto continuamente riconquistare attraverso i secoli. Constatiamo infatti che a lungo nella Chiesa si è mantenuto il riconoscimento, all’istituzione politica legittima, del potere di condannare a morte, in vista della difesa della comunità e del bene comune: così il Catechismo del Concilio di Trento e quello di Pio X; anche Pio XII, nel 1952 (allocuzione del 13 settembre), si pronuncia in questo senso. Papa Francesco ha dato una spiegazione di questa tradizione: «Nei secoli passati, quando si era dinnanzi a una povertà degli strumenti di difesa e la maturità sociale ancora non aveva conosciuto un suo positivo sviluppo, il ricorso alla pena di morte appariva come la conseguenza logica dell’applicazione della giustizia a cui doversi attenere. Purtroppo, anche nello Stato Pontificio si è fatto ricorso a questo estremo e disumano rimedio».

Il concilio Vaticano II imprime una svolta: la Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo (Gaudium et spes 27; 28; 51) condanna «ogni specie di omicidio», sostenendo che Dio ha affidato agli uomini il compito di proteggere la vita, e sottolineando che anche l’autore di delitti conserva la propria dignità di essere umano. Paolo VI non si è pronunciato direttamente sulla questione, ma – pur non contestando formalmente il diritto degli Stati di infliggere la pena capitale – è intervenuto, nel 1970, chiedendo di non uccidere i condannati nei processi di Burgos e Leningrado. Per quanto riguarda poi Giovanni Paolo II, numerosissimi sono i suoi interventi che affermano l’inviolabilità della vita umana e tale è stata anche la posizione di Benedetto XVI.

Da un Catechismo all'altro

Si comprendono così le ragioni della modifica del Catechismo. Quando fu pubblicato, nel 1992, esso riconosceva, in accordo con «l’insegnamento tradizionale della Chiesa», alla «legittima autorità pubblica» il diritto e il dovere di infliggere pene proporzionate alla gravità del delitto, «senza escludere, in casi di estrema gravità, la pena di morte» (n. 2266). Il Catechismo aggiungeva che l’autorità deve limitarsi a usare mezzi incruenti, se questi sono sufficienti a raggiungere lo scopo di difendere le vite umane, proteggere l’ordine pubblico e la sicurezza delle persone (n. 2267). Questa formulazione era già di per sé sufficiente a impedire il ricorso alla pena di morte da parte degli attuali Stati, che dispongono delle risorse per impedire al colpevole di rendersi ancora pericoloso, pur senza ucciderlo.

Il testo però suscitò un forte dibattito in seno alla Chiesa, perché pur escludendo l’applicazione della pena capitale nella pratica, continuava ad accettare in linea di principio il potere dello Stato di infliggerla. Si arrivò così a una prima modifica del testo, nella nuova edizione del Catechismo pubblicata nel 1997, dove si ammette il ricorso alla pena di morte solo per difendere con efficacia dall’aggressore ingiusto: è evidente che tale necessità di difendersi è ammissibile solo in presenza di un pericolo grave, attuale, non altrimenti superabile; e che tale necessità non sussiste più nel momento in cui l’aggressore è stato fermato e viene sottoposto al giudizio; in tal modo si applica allo Stato, in maniera rigorosa, la logica della legittima difesa: lo Stato può uccidere solo per difendere la comunità nel corso di un pericolo (pensiamo ad una sparatoria tra le forze dell’ordine e un criminale armato), mentre non possiede in sé il potere di dare la morte, con una sentenza, quando il pericolo è stato superato.

Il recente intervento di Francesco completa questo percorso dottrinale, rendendo esplicito il principio di inammissibilità della pena di morte che, nelle precedenti edizioni del Catechismo, era attuato di fatto, ma non ancora dichiarato esplicitamente. Controlliamo dunque quale edizione del Catechismo abbiamo in casa, e aggiungiamo la modifica, per non sbagliarci, in attesa della nuova edizione. Sappiamo però che la faccenda non finisce qui, perché il cristianesimo è una religione vivente: per questo, come spiega il Catechismo al n° 25, «Tutta la sostanza della dottrina e dell’insegnamento dev’essere orientata alla carità che non avrà mai fine».

IL NUOVO TESTO

  

«Per molto tempo il ricorso alla pena di morte da parte della legittima autorità, dopo un processo regolare, fu ritenuta una risposta adeguata alla gravità di alcuni delitti e un mezzo accettabile, anche se estremo, per la tutela del bene comune. Oggi è sempre più viva la consapevolezza che la dignità della persona non viene perduta neanche dopo aver commesso crimini gravissimi. Inoltre, si è diffusa una nuova comprensione del senso delle sanzioni penali da parte dello Stato. Infine, sono stati messi a punto sistemi di detenzione più efficaci, che garantiscono la doverosa difesa dei cittadini, ma, allo stesso tempo, non tolgono al reo in modo definitivo la possibilità di redimersi. Pertanto la Chiesa insegna, alla luce del Vangelo, che la pena di morte è inammissibile perché attenta all’inviolabilità e dignità della persona, e si impegna con determinazione per la sua abolizione in tutto il mondo» (n. 2267).

IL VECCHIO TESTO

«L’insegnamento tradizionale della Chiesa non esclude, supposto il pieno accertamento dell’identità e della responsabilità del colpevole, il ricorso alla pena di morte, quando questa fosse l’unica via praticabile per difendere efficacemente dall’aggressore ingiusto la vita di esseri umani. Se, invece, i mezzi incruenti sono sufficienti per difendere dall’aggressore e per proteggere la sicurezza delle persone, l’autorità si limiterà a questi mezzi, poiché essi sono meglio rispondenti alle condizioni concrete del bene comune e sono più conformi alla dignità della persona umana. Oggi, infatti, a seguito delle possibilità di cui lo Stato dispone per reprimere efficacemente il crimine rendendo inoffensivo colui che l’ha commesso, senza togliergli definitivamente la possibilità di redimersi, i casi di assoluta necessità di soppressione del reo sono ormai molto rari, se non addirittura praticamente inesistenti» (n. 2267).

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