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Il Papa nella regione Cenerentola

03/07/2014  Sabato 5 luglio Jorge Mario Bergoglio visita il Molise. Un territorio minuscolo, dove la crisi morde più che altrove. E anche le tradizionali reti parentali sono in affanno.

Campobasso,
dal nostro inviato

L’ultima volta Karol Wojtyla aveva tuonato: «Non arrendetevi, non rinunciate a progettare il futuro». Era il 19 marzo 1995 e Giovanni Paolo II lasciava una consegna che oggi il Molise misura alla vigilia del viaggio di papa Francesco.
Dopo la Valle d’Aosta è la regione più piccola d’Italia, meno di 350 mila abitanti, poco più dell’1 per cento di tutto il territorio nazionale, nessuna pianura, solo colli e montagne, borghi appesi all’interno e la costa breve e scintillante sull’Adriatico. Don Franco D’Onofrio, direttore della Caritas di Campobasso, dice: «Wojtyla nessuno lo ha ascoltato. La politica non ha fatto nulla, anzi ha fatto danni. I problemi sono aumentati e i soldi diminuiti».
Papa Bergoglio il 5 luglio atterra in una delle periferie d’Italia, dove la povertà negli ultimi tre anni ha visto la curva impennarsi e dove la gente sconta la tragedia di politiche locali di corto respiro. Don Franco è icastico ed efficace nella sua analisi: «Eravamo zona di caccia del re di Napoli e tali siamo rimasti ». I numeri fanno spavento e a contrastarli sul campo c’è solo la Chiesa. L’indice di vecchiaia è il più alto d’Italia, il saldo demografico naturalmente è negativo, lo spopolamento alle stelle e i terreni agricoli sono abbandonati.

La crisi ha colpito come un maglio una condizione già precaria e la politica ha fatto il resto con scelte scellerate. Così ai Comuni i capitoli di spesa per gli interventi e i servizi sociali sono stati ridotti di due volte e mezzo di più della media nazionale e il denaro specificamente destinato al contrasto della povertà è oggi di tre punti e mezzo sotto la media nazionale. I senza tetto e senza cibo si vedono a Campobasso, il capoluogo della regione, ma anche nei paesi sulle colline dove, spesso, nemmeno l’aiuto di parenti e vicini oggi riesce più ad arginare la povertà estrema. Osserva don Pino Romano, vicedirettore della Caritas di Campobasso: «È difficile anche mettere una pezza, perché il buco dell’emarginazione è troppo grande».
E allora vanno su, in un doloroso processo circolare, tutte le forme di disgregazione sociale, dalla dipendenza dal gioco all’indebitamento e all’usura, che disoccupazione infinita adulta e giovanile tende a far diventare cronico. L’edilizia è crollata, l’agricoltura registra un lento abbandono, il terziario pubblico e privato, di cui vive in pratica la regione, inciampa sui fasti del passato e le spending review del presente.

Ma la crisi morde anche le piccole cose. Il Fondo nazionale per la distribuzione delle derrate alimentari agli indigenti, bloccato da febbraio, in vista di una complessiva riforma europea del welfare di prima necessità, ha colpito duro la solidarietà molisana.
Solo nella diocesi di Campobasso, con il cibo del Fondo 27 parrocchie aiutavano 1.300 persone ad apparecchiare la tavola. Don Franco ripensa alle parole di Wojtyla e osserva: «La Chiesa si è sostituita allo Stato, i poveri sono stati considerati roba nostra, la crisi anche. La politica non ha mai impostato progetti e incoraggiato le imprese. E cambiare mentalità sarà una fatica che richiede decenni». La Caritas ha pubblicato Rapporti con le analisi e intanto ha costruito e ha inventato. C’è la Borsa lavoro, 300 euro al mese per un giovane che vuole provare e per l’imprenditore che lo aiuta spese zero, perché – dall’assicurazione ai contributi – paga tutto la Caritas.
Fino all’anno scorso vi potevano accedere giovani dai 16 ai 32 anni. Adesso si arriva fino a 50 anni. Nel 70 per cento dei casi gli apprendisti vengono poi assunti. E poi ci sono il microcredito e la Banca Rosa, che prende il nome da una signora che ha lasciato alla Caritas un cospicuo gruzzolo.

Spiega don Franco: «Diamo anche venti euro, prestito d’onore, interessi zero. Qui c’è gente che non mangia». E poi borse di studio, appartamenti gratis agli immigrati e idee per la riorganizzazione sociale e un’economia vincente sul territorio: «Pensare e non spaventarsi ». Così in agricoltura sono tornati i giovani e molti sono laureati. Si riprendono le vecchie fattorie, trasformano le stalle e le tecnologie aiutano l’immaginazione. A Ferrazzano hanno riaperto un antico panificio e in prima fila nel dire basta alla crisi c’è il parroco don Nicola Maio. La stessa cosa a Macchiagodena, dove sono state recuperate le vecchie case del centro storico, su stimolo di don Francesco Romano.
E la cooperativa delle fragole degli immigrati, quella delle mele a Petrella Tifernina. L’ultima impresa si chiama “Casa degli Angeli” e verrà inaugurata da papa Francesco: dormitorio, mensa, emporio solidale, sportello legale, ambulatorio, centro di aggregazione multietnico, servizio di ricerca per l’affitto. Nasce dalla collaborazione di molte associazioni con le istituzioni e il sogno è che diventi un tavolo permanente di sussidiarietà reale e la si finisca con la delega alla Chiesa. Spiega don Franco: «Potrebbe essere il riscatto anche per la politica e l’esempio di come dalla crisi si può uscire facendo rete con buone pratiche. Ma senza deleghe e progettando insieme». Come aveva chiesto Karol Wojtyla vent’anni fa.

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Papa Francesco in Molise: lavoro, poveri, giovani e Celestino V
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