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domenica 21 luglio 2019
 
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Greta Scarano. «Così sono entrata nella divisa di Emanuela Loi»

18/07/2018  L’attrice, protagonista della fiction che l'ha ricordata pochi mesi fa, ci ha raccontato così, prima della messa in onda, come è diventata la poliziotta della scorta di Paolo Borsellino che ha perso la vita nella strage di via D’Amelio. «Ti sdoppi: sei allo stesso tempo te stessa e il tuo personaggio»

Dice proprio così Greta Scarano: «Disintegrata». Ed è la parola esatta. Emanuela Loi è finita a brandelli in via Mariano D’Amelio il pomeriggio del 19 luglio 1992, aveva 24 anni. Stava facendo scorta a Paolo Borsellino, coprendo un turno domenicale.

Quel giorno Greta Scarano non aveva neanche sei anni e a quell’età un grave fatto di cronaca è appena l’eco di un’impressione che turba gli adulti di casa: «Ripensandoci mi rendo conto che la sorte della “ragazza sarda” – a casa mia la nominavano così – aveva colpito molto mia madre e mia nonna, ma poi l’episodio è stato lavato via dalla mia memoria, finché non mi è stato proposto questo film».

Il film è Emanuela Loi, il terzo della serie “Liberi sognatori” (su Canale 5 il 28 gennaio), diretto da Stefano Mordini, un regista che Greta Scarano chiama «un investimento». A Emanuela Loi Greta è arrivata da lì, e da un copione che l’ha riportata a quel vago ricordo d’infanzia: «Come le altre volte, ho detto sì perché mi è piaciuta la storia: assieme alla sintonia con il regista è uno dei fattori decisivi per accettare un ruolo. Conta che mi piaccia, che non mi costringa a ripetermi e che sia disegnato bene nella sceneggiatura».

Greta Scarano è un’attrice che studia e si documenta per entrare nella parte, e stavolta ha dovuto vedersela con la difficoltà di una storia, tutta da ricostruire, rimasta nell’ombra fino all’ultima ora e diventata clamorosa per la sua fine: «Di Emanuela si sa davvero poco, non c’è grande documentazione cui appoggiarsi. Quando ho fatto Sabrina Minardi (l’altro suo personaggio reale, in La verità sta in cielo, ndr), avevo dei filmati, ho potuto sentire la voce, carpire il modo di parlare, avere un’idea, potendo fare anche un lavoro mimetico, calandomi in lei. Emanuela l’ha dovuta ricreare da dentro, lavorando un po’ più di fantasia e di interpretazione, senza sapere come fosse fatta, come parlasse, che voce avesse, ho visto solo qualche foto, senza poterle somigliare: è stato molto importante parlare con sua sorella Claudia che, disponibilissima, mi ha raccontato la sua sorellina solare che si immaginava maestra e aveva fatto il concorso in Polizia per accompagnare lei e alla fine è stata presa al posto suo e poi ha seguito quella strada. Mi ha narrato le paure, la normalità, la nostalgia di casa, ma anche il coraggio che Emanuela ha avuto di restare a fare, in tempi e luoghi difficili, un mestiere rischioso, che però ha fatto suo a poco a poco».

Abituata a cambiare pelle in ogni ruolo, determinata a non restare intrappolata in nessuno, Greta Scarano, figlia di un’infermiera e di un neurochirurgo, presa nei corsi di teatro fin da bambina, convinta che l’essenza del suo lavoro sia interpretare e che tutto il resto sia solo un divertente contorno, ha cercato di costruirsi la sua Emanuela Loi: «Mi son dovuta fidare del copione, ho pescato dentro di me la bimba un po’ maschiaccio che sono stata, per ritrovare le sue sensazioni di ragazza in un mestiere da uomini, com’era il servizio scorte allora, dove le donne erano pochissime: Emanuela lo faceva da poco e c’era arrivata presto, dopo il corso a Trieste. So che aveva un buon rapporto con Antonio Montinaro (caposcorta di Falcone, uno dei tre morti a Capaci, ndr). Da quello che ho capito, Emanuela era vista con curiosità dai colleghi, ma ne aveva conquistato la stima perché era brillante, intelligente: mi sono fatta l’idea che le piacesse quel lavoro».

NELLA VITA DEGLI ALTRI

Greta prova a descrivere come è “diventata” Emanuela, il rapporto che si è creato. A un certo punto ha un lapsus, che rende l’idea più di molte spiegazioni: chiama Claudia Loi «mia sorella». «Volevo dire la sorella di Emanuela, ma è così: ti sdoppi, sei contemporaneamente te stessa e lei mentre la interpreti. Io poi sono un’empatica anche nella vita, non posso restare indifferente, mi immedesimo, anche se poi, volendo fare bene questo lavoro, devi restare razionale, sarebbe un dramma rimanere intrappolati nei ruoli. Se l’obiettivo è raggiungere il pubblico, emozionarlo, comunicare, devi sapere entrare in un personaggio, ma anche saperne uscire: se vedo anche un grande attore americano che ripete sé stesso, alla fine, io, da spettatrice, mi annoio».

A patto che un’attrice ormai affermata riesca ancora a vedere un film da vera spettatrice: «Io sì, ci riesco».

Un po’ diverso è rivedere sé stessi: «Rivedendomi in Emanuela Loi, mi ha colpito la sensibilità con cui gli altri attori si sono calati in questa vicenda umana. La cosa che più mi auguro è che il film sia piaciuto a Claudia, la sorella di Emanuela: in fondo se lo abbiamo fatto è perché Claudia tiene viva Emanuela e coltiva il ricordo di lei e della famiglia, che dopo di lei si è consumata nel dolore. Mi piacerebbe molto averle reso qualcosa di Emanuela, anche se sono consapevole che potrebbe non accadere. Il giudizio di Claudia è quello cui tengo di più».

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