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"Io, giocatore compulsivo"

29/06/2014  Sasha, marchigiano di 44 anni, ha dilapidato una fortuna al gioco. Poi ha deciso di affrontare la riabilitazione. Da un anno non gioca e non beve. Qui ci racconta la lunga caduta e la rinascita.

    Sasha Alfieri ha 44 anni e non gioca, non beve più dalla primavera del 2013. Prima aveva dilapidato "centinaia di migliaia di euro in gioco d'azzardo", ci racconta. "Non al casinò, perché non ne ho mai sentito il fascino, ma alle slot machine che prendono all'amo anche pensionati e adolescenti. Danno una dipendenza pure visiva. Io ci trascorrevo ore e ore".

    Sasha vive a Senigallia, in provincia di Ancona, e una volta terminata la riabilitazione al Centro San Nicola che sorge non lontano dalla sua città, ha aperto uno stabilimento balneare. Non si cela dietro pseudonimi perché "con una dipendenza, se non commetti reati, non devi vergognarti. Devi farti aiutare. Io ho scritto un libro, "Fate il vostro gioco": sarà uno specchio per tanti; per me, è stata soprattutto un'autoterapia".

    Alcool e gioco l'avevano reso schiavo e lui sa perché: "Fin dall'infanzia avevo una marea di problemi. Un padre alcolista, una gemella disabile. Per quarant'anni sono stato crocerossino in famiglia e da ragazzo è cresciuta la rabbia. Dall'alcool in compagnia sono passato ad associarlo alle macchinette da gioco nei bar. Le cose nascono per gradi, ma te ne accorgi solo quando hai i due piedi dentro. Il gioco all'inizio era un passatempo nelle ore buche, poi è diventato una via di fuga dalla tristezza  che mi portavo dentro fin dall'infanzia. Tutto nasce da grovigli emotivi personali. Se una persona non si struttura e non trova passioni più sane, quella è una via di fuga che la società ti mette a disposizione. E' chiaro che le responsabilità sono personali, ma fuori trovi di tutto e di più".

    Sasha Alfieri ha un figlio di 15 anni e con lui è sempre stato un genitore calmo: "Io ho avuto un padre alcolista e ho dilapidato capitali nel gioco. Non vorrei che lui soffrisse ciò che ho sofferto io". Poi, l'anno scorso, la scelta di ricoverarsi per la riabilitazione, "perché non riuscivo più a essere come una volta e perché mi sentivo in colpa per l'incapacità di vivere la mia vita nel senso giusto, anche spirituale. Avevo perso la voglia di lavorare su me stesso".

    Dei due mesi al Centro San Nicola ricorda: "Eravamo gruppi piccoli e il contatto con gli psicologi era quotidiano. L'ambiente è bello, il ritmo lento, c'è silenzio e ci sono i "passi" che compi all'interno. Tutto questo ti porta a conoscerti, a metterti in equilibrio e a riuscire a vivere nel quotidiano. Lì non si viene giudicati. Poi, alla fine, il miracolo lo facciamo noi. Quando sono uscito, all'inizio ero timoroso. Tuttora vado agli incontri e ho continuato la terapia con la psicologa del Centro. Si tratta sempre di conservare un dialogo interiore".

    Oggi Sasha non prova più attrazione "nè per l'alcool nè per il gioco. Mi sono riappropriato di passioni sane come la musica e lo sport. Però ho la consapevolezza che magari sono più esposto di altri alla dipendenza. So che sono cose che mi hanno fatto male. Le ripeto, l'importante è indurre chi ha problemi di dipendenza a farsi aiutare, senza giudicare. Altrimenti, chi ne è vittima si nasconde".

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