logo san paolo
sabato 15 dicembre 2018
 
L'Italia che resiste
 

"Io, giornalista sotto scorta, non mi arrendo e dico che..."

25/11/2016  Sit in a Roma della Federazione Nazionale della Stampa contro il carcere per i giornalisti e le querele temerarie. Presenti anche i giornalisti costretti a vivere scortati a causa delle minacce mafiose, come Paolo Borrometi, giovane cronista siciliano, direttore del sito d'inchieste laspia.it, che si racconta.

Paolo Borrometi
Paolo Borrometi

Quando una notte d’agosto del 2014,  gli bruciarono la porta di casa a Modica, fu tentato di mollare tutto. Smettere di fare il cronista e denunciare i crimini della mafia di Scicli e del Ragusano.  “Mi sentivo solo e avevo paura”. Poi il padre gli fece trovare un bigliettino sul quale gli scriveva: “Mai giù, sempre su”.  Il resto lo fece  la fede  e il rifugio nella preghiera. “Decisi di continuare a scrivere”. Quel bigliettino,  piegato in due, con quel messaggio tanto laconico quanto eloquente, sta custodito gelosamente nel suo portamonete: pronto, se ce ne fosse bisogno, a ridargli la spinta  a fare, comunque,  il suo dovere di giornalista.

Motivi  per arrendersi, Paolo Borrometi, 33 anni, ragusano, figlio d’avvocati,  giornalista collaboratore dell’Agenzia Agi, fondatore e direttore della testata giornalistica online “La spia”, ne aveva già avuti molti. La prima esplicita minaccia se la trova scritta sul fianco della sua auto: “Stai attento”. E poi l’agguato vigliacco in piena campagna il 16 aprile del 2014, quando due uomini incappucciati lo aggrediscono alle spalle, gli spezzano i tendini di un braccio torcendoglielo violentemente e, dopo averlo percosso e gettato a terra,  gli urlano: “T’affari i cazzi tui. U’ capisti?”. 

Ma  Borrometi decide di andare avanti e pubblica  le sue inchieste sul clan di Scicli che innesca le indagini della magistratura sulle infiltrazioni mafiose nel Comune siciliano, sì quello reso famoso dalla fiction del commissario Montalbano, il successivo commissariamento del Comune e il rinvio a giudizio del sindaco per concorso esterno. Sui muri compaiono, allora, altre minacce: “Borrometi sei morto”, ma lui resiste e rivela ancora sul sito i loschi affari tra mafiosi e ndranghetisti per lo spaccio di droga nel Ragusano. Le  intimidazioni si susseguono, per telefono e soprattutto su Facebook.

   Dal 2015 il giornalista è stato costretto ad abbandonare la Sicilia e trasferirsi a Roma dove vive sotto scorta. “Ricordo la telefonata dei Carabinieri che me lo comunicavano come fosse un incubo. Ma non avevo ancora realizzato  che la mia vita sarebbe cambiata del tutto. Sempre scortato in ogni movimento da quattro uomini, che mi seguono ovunque come un’ombra. In realtà il carcerato sono io e chi mi minaccia  di morte sta fuori. Quello che mi è accaduto non l’ho vissuto neanche nel peggiore degli incubi”, confessa Borrometi. Anche dalla Capitale continua  a denunciare il malaffare e inizia ad occuparsi di un altro filone criminale, ancora poco perseguito “perché erroneamente ritenuto meno pericoloso e più circoscritto: quello delle agromafie. “Un business che vale oltre 16 miliardi di euro l’anno, che parte da Vittoria, il mercato ortofrutticolo più grande della Sicilia, e arriva fino a Milano. Una torta che si sono spartiti Cosa Nostra, Stidda, camorra  e ‘ndrangheta: chi controlla il caporalato  che sfrutta i lavoratori sui campi, chi le condizioni della vendita all’ingrosso, chi il trasporto della merce. Ce n’è per tutti. E pensare che il Ragusano era considerata la provincia immune dalle infiltrazioni mafiose”, commenta sarcastico.

L'arresto di Gianbattista Ventura
L'arresto di Gianbattista Ventura

Così le minacce continuano, anzi, sui  social si fanno ancora più pesanti. “Ti scippo la testa anche dentro il commissariato”, arriva a scrivere il pluripregiudicato Gianbattista Ventura, fratello di Filippo considerato il boss della mafia di Vittoria. Nell’aprile scorso è stato arrestato per minacce aggravate dal metodo mafioso ai danni del giornalista ed è iniziato il processo a Ragusa.

       Borrometi, una passione per il giornalismo,  nata anche dalla lettura delle inchieste di Giovanni Spampinato,  assassinato a 26 anni per aver scritto verità scomode, ha le idee chiare sulla propria professione e non vuol sentir parlare di eroi. “Anche perché, spesso, fanno una brutta fine. La Sicilia è terra di eroi, lapidi e commemorazioni. Ma il giorno dopo s’è già scordata di tutto. Un popolo di cinque milioni di persone non può accettare d'essere schiavo di poco più di settemila mafiosi”. E pensa, invece, a un giornalismo “che faccia quello che deve fare e basta”.  Ne ammazzano di più il silenzio e l’omertà. “Io decisi di continuare  a fare inchieste quando, un giorno,  la nuora di un capomafia di Vittoria mi disse: ‘ Non capisco perché tu non faccia come tutti gli altri giornalisti’. Credo nella straordinaria rivoluzione dell’agire quotidiano. Un cronista non dovrebbe voltarsi dall’altra parte, ma raccontare ciò che vede. Questo ci viene chiesto e non altro. E questa è la lotta all’indifferenza di cui ci parla papa Francesco, unico vero, grande rivoluzionario del nostro tempo”. 

     Non ama le varie “Piovre” del piccolo e grande schermo, il giornalista sotto scorta: “Le fiction di mafia spesso confondono il confine tra eroe positivo e negativo. Perché quando si racconta in una fiction la storia di Giovanni Brusca si tralascia sempre l’abominevole omicidio del piccolo Di Matteo, sciolto nell’acido nitrico? Se i bambini ripetono ancor oggi le battute di Totò Riina, sentite in qualche film, c’è qualcosa di sbagliato in quelle narrazioni”.

    La menomazione permanente al braccio che l’agguato gli ha causato non è la cicatrice peggiore che porta il giovane cronista siciliano. “Casomai è il senso di isolamento e di paura che mi porto dentro, ovunque vada. Ho degli agenti di scorta magnifici, ma la scorta fondamentale è quella “mediatica”, quella che non parla tanto di me, o di altri nella mia condizione, ma che fa le inchieste sui crimini mafiosi, che tiene il riflettore acceso sulla malavita organizzata.   Lui, malgrado tutto, continua a farlo. L’ultimo articolo su laspia.it è di pochi giorni fa: indaga sui locali notturni del Ragusano che  si affidano a buttafuori pregiudicati legati alle cosche mafiose. Questo è l’unico giornalismo che concepisce. “Altrimenti avrei già cambiato mestiere”, conclude sorridendo prima di salutare e risalire sull’auto, scortato dai suoi angeli custodi.  

I vostri commenti
1
scrivi

Stai visualizzando  dei 1 commenti

    Vedi altri 20 commenti
    Policy sulla pubblicazione dei commenti
    I commenti del sito di Famiglia Cristiana sono premoderati. E non saranno pubblicati qualora:

    • - contengano contenuti ingiuriosi, calunniosi, pornografici verso le persone di cui si parla
    • - siano discriminatori o incitino alla violenza in termini razziali, di genere, di religione, di disabilità
    • - contengano offese all’autore di un articolo o alla testata in generale
    • - la firma sia palesemente una appropriazione di identità altrui (personaggi famosi o di Chiesa)
    • - quando sia offensivo o irrispettoso di un altro lettore o di un suo commento

    Ogni commento lascia la responsabilità individuale in capo a chi lo ha esteso. L’editore si riserva il diritto di cancellare i messaggi che, anche in seguito a una prima pubblicazione, appaiano  - a suo insindacabile giudizio - inaccettabili per la linea editoriale del sito o lesivi della dignità delle persone.
     
     
    Pubblicità
    Edicola San Paolo