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mercoledì 18 ottobre 2017
 
L'appello
 

«Io, lesbica, dico: fermatevi, l’utero in affitto è un business che sfrutta le donne»

03/03/2017  Daniele Danna, sociologa ed esponente della comunità Lgbt, contesta la sentenza di Trento: «Non è accettabile cancellare la madre biologica per legge». Lancia un appello alle coppie gay che rivendicano il diritto al figlio: «Dovrebbero riflettere meglio su cosa significa questo supposto diritto per noi donne, che ne deduco avremmo il dovere di fornire bambini». E spiega: «Non esiste una maternità surrogata “altruistica”, per non chiamare questo istituto giuridico con il suo nome, cioè un commercio di bambini, si finge che le donne non siano retribuite in quanto riceverebbero solo un “rimborso spese”»

Daniela Danna è ricercatrice in Sociologia all'Università di Milano
Daniela Danna è ricercatrice in Sociologia all'Università di Milano

«Cari compagni gay, vi invitiamo a non festeggiare la cancellazione della madre». Comincia così la lettera-appello di Daniela Danna, lesbica, sociologa dell’Università di Milano, autrice di diversi libri sulle coppie omosessuali ed esponente della comunità Lgbt, dopo la sentenza della Corte d'Appello di Trento che ha riconosciuto per la prima volta in Italia la doppia paternità ad una coppia gay, considerando valido il certificato di nascita dei due bambini nati all’estero grazie alla maternità surrogata e riconoscendo il loro legame genitoriale anche con il padre non genetico. Danna ha scritto anche un libro Contract children dove denuncia la maternità surrogata per quello che è: un business milionario fatto sulla pelle della donne ridotte a mere macchine da gravidanza. Non è sola Danna, in questa battaglia, perché il suo appello è stato sottoscritto da numerose altre femministe italiane, dalla scrittrice e giornalista Marina Terragni a Monica Ricci Sargentini a Paola Tavella e molte altre. «Gli stati e le leggi», si legge nella lettera, «non devono riconoscere una cancellazione della donna che ha fatto diventare genitori una coppia gay, e non devono accettare che questa madre cancellata sia stata un’operaia della gravidanza».

Che cosa non condivide della sentenza di Trento?

«Non è accettabile la convalida di un certificato di nascita in cui la madre non compare, nemmeno come anonima, perché significa che questa donna non ha mai avuto nessuna possibilità di riconoscere i figli. Al momento della nascita lei giuridicamente non esisteva, è stata solo uno strumento perché il padre avesse un figlio biologicamente suo (e in certi paesi non è nemmeno necessario il legame biologico). Nei casi di adozione a seguito del mancato riconoscimento da parte della madre subito dopo il parto, il certificato di nascita italiano riporta queste parole: “nato da donna che non consente di essere nominata”. Il diritto deve tenere conto della differenza tra i sessi: una donna che partorisce e diventa legalmente madre riconoscendo il neonato, deve poter condividere la potestà con chi le sta accanto, con la persona con cui ha una relazione (che in genere è appunto il padre del bambino). Ma un uomo ha sempre un rapporto indiretto con il neonato, anche se è suo padre biologico, e non può far legalmente sostituire la madre dal suo compagno né da chiunque altro. Questi, se cura il bambino nella sua crescita come compagno del padre, potrà poi fare domanda di adozione, come pure è stato riconosciuto in molti altri casi, ma davvero non ha senso che compaia al posto della madre sul certificato di nascita. Inoltre, proprio a gennaio la Corte di Cassazione ha richiesto che le informazioni sulla madre anonima siano conservate e rese accessibili. Un giudice può poi fare da intermediario se – come nella maggior parte dei casi accade – la persona adottata vuole chiedere di incontrare la madre, quando ha raggiunto una certa età: in Italia 25 anni, in altri paesi anche solo 16».

Nella sentenza si parla di Gpa (gestation pour autrui) “altruistica”. In base ai suoi studi esiste davvero una maternità surrogata non commerciale?

«Non esiste. Paesi come il Canada, l’Australia, la Gran Bretagna chiamano “altruistica” la “gestazione per altri” che configurano come istituto giuridico da sottoporre all’approvazione di un tribunale. Per non chiamare questo istituto giuridico con il suo nome, cioè un commercio di bambini, si finge che le donne non siano retribuite in quanto riceverebbero solo un “rimborso spese”. In nessuno di questi Paesi i giudici controllano che si tratti effettivamente di spese sostenute, e comunque nel concetto di “rimborso spese” entrano sempre anche i cosiddetti “mancati guadagni”, cioè il salario per la gravidanza. Questo non significa che le donne spesso non facciano anche volentieri questo lavoro, ma io – e non sono la sola – affermo che le madri non hanno il potere legale di vendere i loro figli, nemmeno ai padri biologici, né di fare della gravidanza un lavoro con tanto di obbligo di consegna del prodotto. Se queste donne sono davvero altruiste non dovrebbero peraltro venire retribuite».

Perché, assieme ad altre intellettuali, ha deciso di lanciare un appello alle coppie omosessuali contro la maternità surrogata?

«Nonostante le coppie gay siano una minoranza tra coloro che vanno all’estero per tornare con bambini che hanno di fatto comperato dalle loro madri, sono gli unici che rivendicano apertamente un presunto “diritto all’omogenitorialità” attraverso la Gpa. Dovrebbero riflettere meglio su cosa significa questo supposto diritto per noi donne, che ne deduco avremmo il dovere di fornire bambini, visto che questi non crescono sugli alberi. Famiglie Arcobaleno richiede ufficialmente dal settembre scorso una cosiddetta “Gpa etica” in cui la madre è chiamata “portatrice” e non ha nessun diritto di riconoscere i neonati. Come in Canada, siamo all’altruismo forzato! E ci sono molti casi di donne che vorrebbero proseguire la loro relazione materna a cui i tribunali tolgono i figli perché hanno firmato un contratto. Questo è inumano, come ciò che è successo nel maggio 2015 in Gran Bretagna, quando una bambina di 15 mesi è stata sottratta alla madre perché l’avrebbe promessa a una coppia di amici gay. Perché Famiglie Arcobaleno e tutto il movimento gay non riflettono su questo e altri evidenti casi di ingiustizia? Si continuano ad esibire le “portatrici” felici di esserlo, e nulla si dice dei casi di conflitto e di come risolverli, se non che “un contratto è un contratto”».

A parte alcune eccezioni, i movimenti femministi italiani sono molto timidi nel denunciare la maternità surrogata che riduce il corpo della donna a mera macchina riproduttiva. Perché secondo lei c’è questa timidezza? Si tratta anche di scarsa consapevolezza?

«Beh, non c’è “timidezza” dappertutto. Il movimento “Senonoraquando-Libere” ha in programma un incontro internazionale presso la Camera il 23 marzo prossimo, il 16 a Milano “RUA” (Resistenza all’Utero in Affitto) si interroga su cosa fare. Dove le femministe, soprattutto le giovani, non sono contrarie alla Gpa ritengo che sia per mancanza di informazioni su cosa accade e soprattutto su cosa è la “gestazione per altri”, cioè un istituto giuridico mediante il quale si istituisce una forma giuridicamente speciale di gravidanza che nega che la donna che partorisce possa essere la madre legale della neonata. Possono sembrare sottigliezze legali, come la differenza tra adozione e comparsa sul certificato di nascita per il caso di Trento, ma sono questi gli espedienti attraverso i quali il mercato si estende fino a coprire la procreazione e la filiazione, che diventano oggetto di commercio per un capitalismo assoluto alla ricerca di profitti persino nella riproduzione. Il fatto che ci siano campagne di aree cattoliche e di estrema destra contro noi omosessuali e lesbiche in generale, campagne che utilizzano la diffusa contrarietà alla Gpa per attaccarci come persone, non aiuta a voler chiarire di che cosa stiamo parlando quando riflettiamo su questo istituto giuridico, esistente solo in pochi Paesi stranieri».

Vietare il ricorso alla surrogata alle coppie omosessuali maschili potrebbe essere un buon metodo per arginare questo fenomeno ed evitare lo sfruttamento della donna?

«Non è una questione di divieti ma di invalidità del contratto che deve essere mantenuta anche se il contratto è firmato all’estero – da chiunque, gay o non gay. Per smantellare la Gpa bisogna non riconoscere quei certificati di nascita e mandare il messaggio che non si può tornare dall’estero con una neonata che non si è partorita. I paesi che consentono la Gpa sono pochi e la stanno vietando agli stranieri, non solo per la pressione politica ma per gli stessi scandali che sono effettivamente avvenuti, come quello dell’uomo australiano condannato per pedofilia che, con sua moglie, ha lasciato in Thailandia il gemello down della figlia commissionata a una madre retribuita, il caso del piccolo Gammy».

È vero, come sostengono molte coppie omosessuali, che la donna che si offre di partorire un figlio per altri è consapevole di quello che fa e quindi non c’è nessuno sfruttamento?

«Ci sono al contrario molti casi di donne “portatrici” che vogliono crescere i propri neonati. Alcune compaiono nel documentario Breeders, cioè “fattrici”, di Jennifer Lahn. Una californiana, MC, sta ora chiedendo la dichiarazione di incostituzionalità della legge sulla surrogazione alla Corte suprema dello stato della California per riavere i suoi figli. Il committente voleva farle abortire due embrioni su quattro perché secondo il contratto questo era un suo potere, la gravidanza infatti era “per altri”. Quanto a coloro che sono consenzienti, stanno semplicemente accettando un lavoro che non dovrebbe essere consentito fare, perché il prodotto è un bambino. Queste donne “si offrono” su richiamo delle agenzie e delle cliniche che organizzano la Gpa per compenso. Non lo fanno gratis. Nemmeno quelle che dichiarano che lo avrebbero fatto comunque. Infatti ora in Gran Bretagna le agenzie che per trent’anni sono state costrette al volontariato vogliono “professionalizzarsi” e farsi pubblicità (non ci sono abbastanza “surrogate”), e togliere alle donne la possibilità di riconoscere i figli: non stanno forse facendo una “gravidanza per altri”? Ne discute ora il Parlamento inglese, ma in realtà non ho letto pareri contrari».

Perché è pericolosa una sentenza, come nel caso di Trento, o una legge che istituzionalizzi la cancellazione della madre e del suo legame biologico con il figlio partorito?

«Perché nega la relazione che esiste già alla nascita tra puerpera e neonato. La capacità procreativa delle donne è così ridotta a un ruolo da contenitore di figli altrui, da cui vengono separate una volta partoriti. Ma i nove mesi della gravidanza, per la donna che la accetta, sono già una relazione, soprattutto gli ultimi quattro mesi in cui il feto si muove, gli ultimi tre in cui può udire e sentire. Inoltre i bisogni biologici e psicologici dei neonati sono trascurati e persino negati con il loro distacco forzato dalla madre. Nel patriarcato è sempre stato così, le donne sono solo i contenitori di figli altrui. Dagli anni Sessanta noi donne abbiamo cercato di liberarci da questo ruolo, ma su questa come su molte altre questioni sociali stiamo tornando indietro, verso la sottomissione delle donne. Ovviamente le donne che partoriscono devono avere la facoltà di rinunciare alla maternità sociale e poter dare in adozione i figli, ma l’adozione non deve essere una vendita».

I media raccontano in maniera veritiera il business che gira attorno alla surrogata?

«A volte lo fanno, ma per lo più mostrano un quadro falsato di questo istituto giuridico, in cui nascondono gli interessi di coloro che sfruttano la capacità procreativa delle donne per fare anche più soldi di quanti loro stesse ne guadagnino: negli Usa circa 20.000 dollari vanno alle agenzie, circa 10.000 agli avvocati e 10-40.000 alle madri retribuite, a seconda dell’esperienza. In Ucraina parliamo di meno di 40.000 dollari in totale, di cui un terzo circa vanno alle “portatrici”».

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