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giovedì 18 gennaio 2018
 
Scontri in Iran
 

Iran, la vera sfida non è togliere il velo alle ragazze

03/01/2018  Il problema per il Paese è trovare una strada che permetta di ricomporre interessi parimenti legittimi ma così diversi da lacerare il tessuto sociale. È la strada in salita della modernità, che si è manifestata in questi giorni con grande evidenza nelle proteste segnate da troppe morti e da tantissimi arresti

Quando si tratta dell’Iran e dei suoi problemi, a molti viene facile confondere l’idea di nazione con quella di religione. Certo, si tratta di una Repubblica islamica. Ma bisogna fare attenzione. L’Iran è, con Turchia ed Egitto, uno dei pochissimi Stati-nazione maturi del Medio Oriente. Lo spirito di patria è forte in tutte le componenti sociali e lo si è visto nel lungo periodo in cui il Paese perseguiva il suo sogno nucleare e scontava, per questo, le sanzioni internazionali: nessuna protesta, nessuna contestazione, nonostante le difficoltà e le ristrettezze, a quel progetto che veniva sentito come un diritto nazionale. Diverso è lo spirito religioso. Non è un problema di fede nell’islam ma di potere mondano: l’idea che l’ultima parola sul governo della società debba spettare alla gerarchia religiosa è lungi dal convincere tutti.

Una manifestazione a Teheran del 30 dicembre scorso. In copertina: un momento degli scontri nella capitale iraniana.
Una manifestazione a Teheran del 30 dicembre scorso. In copertina: un momento degli scontri nella capitale iraniana.

La spaccatura è emersa con grande evidenza in questi giorni di proteste segnate da troppe morti e da tantissimi arresti. Hanno cominciato i “conservatori”, puntando le loro contestazioni contro il Governo del presidente Hassan Rouhani, considerato un “riformatore”. Poi sono scesi in strada i “riformatori”, critici nei confronti dell’establishment religioso che blocca le riforme. Infine è di nuovo toccato ai sostenitori della Guida Suprema, l’ayatollah Alì Khamenei, e della gerarchia religiosa. Un’alternanza che potrebbe procedere all’infinito, perché affonda le radici non nei fantomatici complotti esterni di cui tanto si parla (fermo restando che a Usa, Israele e Arabia Saudita questa crisi certo non dispiace) ma in una serie di questioni specifiche interne all’Iran e nello stesso tempo comuni a tutto il Medio Oriente.

 

È proprio questa condizione ad aver fatto dell’Iran il pesce pilota della regione. Non bisogna infatti dimenticare che fu proprio questo Paese non arabo ad anticipare nel 2009, con la protesta per la rielezione del presidente Ahmadinejad, la Primavera che nel 2011 avrebbe scosso l’intero mondo arabo. Ed anche allora il tema era lo stesso: qual è il ruolo dei giovani in questo Paese e in questa regione?

Manifestazione davanti all'Ambasciata iraniana a Roma del 2 gennaio scorso.
Manifestazione davanti all'Ambasciata iraniana a Roma del 2 gennaio scorso.

L’Iran è un Paese di giovani: l’età media è 30 anni, il 40% della popolazione ha meno di 25 anni (in Medio Oriente il 30% della popolazione ha meno di 30 anni). E sono giovani istruiti, preparati, colti, grazie allo sforzo compiuto dopo la Rivoluzione islamica. Dalle 16 Università statali del 1977 si è arrivati alle 70 di oggi, affiancate da decine di Università private. Risultato: il tasso di iscrizione all’Università, in Iran, già nel 2015 è arrivato al 70%, meglio che in Italia, Regno Unito e Giappone. E il 70% degli studenti universitari sono ragazze. Molti di questi studenti, inoltre, integrano i loro studi con periodi di formazione e perfezionamento all’estero. Un migliaio di loro arriva ogni anno in Italia, per esempio. E l’Iran è all’11° posto assoluto per studenti mandati ogni anno negli Stati Uniti: 12 mila circa, ai quali si affiancano circa 2 mila tra visiting professors e ricercatori. Sono il fermento di un Paese che si va rapidamente urbanizzando: il 20% della popolazione iraniana oggi vive in sei sole città.

 

Il problema, per tutti loro, arriva con la fine degli studi, quando si scontrano con la disoccupazione (quella giovanile, in Iran, è al 26%, il doppio di quella generale), la frustrazione generata da competenze che non riescono ad applicare, le rigidità di una società che ha tante valvole di sfogo (i social network sono in genere accessibili, le antenne satellitari presenti ovunque anche se in teoria vietate…) ma porta netta l’impronta del potere dei religiosi. Poiché in Iran, checché ne dicano Donald Trump e Saviano, esiste una vita politica anche vivace, tale pressione si incanala in due manifestazioni. La prima è l’elezione di uomini politici che si presentano come riformatori del sistema. Tra il 1996 e il 2005 toccò, per due mandati, a Mohammad Khatami. Ora tocca a Hassan Rouhani, eletto nel 2013 e in carica fino al 2020. La seconda è la protesta, la manifestazione in nome delle riforme tradite.

 

Il problema vero, però, sta nel fatto che, a differenza di quanto scrive con grande disinvoltura la propaganda occidentale, quel modo di pensare non riguarda tutta la società iraniana. Quando i giovani universitari borghesi delle grandi città scendono in piazza per chiedere cambiamenti, inevitabilmente vanno a scontrarsi con i loro avversari naturali: giovani delle periferie e delle campagne che, al contrario, non si sentono per nulla garantiti dalle riforme. Ed è appunto ciò che succede in questi giorni. L’economia è in stallo, i progressi (anche dopo che l’Europa e altri Paesi hanno abolito le sanzioni) scarsi. Una parte del Paese dice: è colpa dei religiosi e dei conservatori che non permettono a Rouhani di fare le riforme. L’altra parte dice: è colpa di Rouhani che vuole fare le riforme per i suoi amici borghesi. Non dimentichiamo che una volta il presidente Ahmadinejad disse che il 60% della ricchezza nazionale iraniana è nelle mani di 300 persone. Vero o falso, non è l’unico a pensarla così.

 

A quest’altra faccia della luna lo status quo è indispensabile. Perché è beneficata dalla mano dei religiosi, che controllano 120 bonyad (fondazioni religiose) e una trentina di organizzazioni statali di welfare, per un valore calcolato in circa il 20% del Prodotto Interno Lordo nazionale, che sono decisive nel sostegno a larghe fasce della popolazione. Certo, le bonyad non pagano tasse e molti chierici si arricchiscono. Ma finché si procede con una certa ridistribuzione, gli strati meno abbienti della popolazione avranno sempre paura del cambiamento.

 

La vera sfida per l’Iran e per l’intero Medio Oriente, dunque, non è mettere o togliere il velo alle ragazze. Ma trovare una strada che permetta di ricomporre interessi parimenti legittimi ma così diversi da lacerare il tessuto sociale. È la strada in salita della modernità. Complottare o minacciare da fuori non ha mai aiutato a percorrerla, né lo farà nel caso dell’Iran.

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