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domenica 23 settembre 2018
 
Medio Oriente
 

Iran: il pugno di ferro del regime stronca la protesta

03/01/2018  Il capo delle guardie della rivoluzione annuncia: "La sedizione è finita". Il bilancio delle manifestazioni è di 21 morti e centinaia di arresti. I giovani sono scesi in strada contro il carovita e la disoccupazione, poi la rivolta ha assunto sempre di più un carattere politico, ma senza leaders e una chiara strategia.

"La sedizione è finita". Con queste parole il general maggiore Mohammad Ali Jafari, capo delle Guardie rivoluzionarie iraniane, ha annunciato la fine dell'ondata di protesta che ha scosso l'Iran nell'ultima settimana. L'annuncio è arrivato in coincidenza con lo svolgimento di varie contromanifestazioni organizzate mercoledì 3 gennaio in varie città dell'Iran. I manifestanti hanno gridato slogan a sostegno del regime, agitando cartelli con le foto dell'ayatollah Ali Khameni, Guida suprema del paese, e del fondatore della Repbblica islamica, l'ayatollah Khomeini.

La protesa di questi giorni, con scontri in cui sono morte almeno 21 persone, ha rappresentato il più vasto movimento antigovernativo che ha infiammato l’Iran dopo la “rivoluzione verde” del 2009, scoppiata in seguito alla rielezione alla presidenza di Mahmoud Ahmadinejad. Le proteste sono cominciate per contestare le difficoltà economiche e la corruzione, ma con il passare dei giorni hanno assunto un carattere antigovernativo. La scintilla della protesta si è accesa giovedì 28 dicembre nella città di Machhad, dove i manifestanti hanno gridato slogan contro l’aumento del prezzo della benzina e della uova e  contro i tagli alle politiche sociali. La protesta si è poi estesa a decine di altre città e alla capitale Teheran. Tuttavia Teheran, al contrario di quanto accadde con la rivolta del 2009, non è il centro della protesta. Questa volta scendono in strada i giovani delle province rurali, di solito considerate convinte sostenitrici del regime.

Protestano soprattutto i giovani e le donne. L’età media degli oltre 450 arrestati è inferiore ai 25 anni. I giovani (oltre il 50 per cento della popolazione iraniana ha meno di 30 anni) sono i più colpiti dalla crisi economica. Secondo le statistiche ufficiali, la disoccupazione giovanile tocca il 20 per cento, ma il dato reale, secondo alcuni esperti, potrebbe essere quasi il doppio. L’alleggerimento delle sanzioni economiche, frutto dell’accordo internazionale sul nucleare siglato nel 2015, ha rilanciato solo in parte l’economia iraniana e larghe fasce della popolazione non vedono segni di benessere.

La protesta, con il passare dei giorni, ha assunto sempre di più un carattere politico. Tuttavia si tratta di un movimento di contestazione senza leader riconosciuti e senza una precisa strategia. Fra l’altro, per tentare di limitare l’ampiezza delle manifestazioni, le autorità hanno bloccato o in qualche modo ostacolato l’accesso a Internet. 

Secondo l’ayatollah Ali Khameni, guida suprema dell’Iran, le manifestazioni sono fomentate dai “nemici dell’Iran, che hanno rafforzato l’alleanza per colpire le istituzioni”. Più sfumato il presidente Hassan Rouhani, il quale ha riconosciuto la necessità di alcuni interventi nel settore economico. Sulla protesta soffia sul fuoco, a colpi di tweet, il presidente americano Trump, il quale fin dalla campagna elettorale del 2016 ha messo nel mirino il regime di Teheran. Grande prudenza, invece, da parte dell’Europa. La visita a Teheran del ministro degli esteri francese Jean-Yves Le Drian, prevista per il 6 gennaio come antipasto di una prossima visita in Iran del presidente Macron, è stata rinviata.

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