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lunedì 01 maggio 2017
 
Il Commento
 

Velo sì, velo no

18/03/2017  Dopo la decisione della Corte europea si continua a discutere. Ma se un velo imposto da padri o mariti configura possibili reati di plagio o costrizione, quando è una libera scelta?

Come abbiam detto in un recente intervento, l'essere umano è l'unica creatura di natura "simbolica". Nessun'altra, infatti, reca segni artificiali della sua appartenenza: il colore o determinati tratti somatici distinguono le varie specie anche animali o vegetali, ma solo noi ci acconciamo, ci abbigliamo o portiamo segnali della nostra identità culturale o religiosa. Su questo si è espressa la Corte europea dichiarando non discriminatori alcuni licenziamenti di donne musulmane che portavano sul posto di lavoro il loro hijab (foulard). Non si tratta, dunque, di alcun provvedimento relativo alla sicurezza, come sarebbe stato se si fosse trattato di niqab o burqa (velo coprente il viso che impedisce il riconoscimento della persona), in quanto già norme vigenti lo interdicono, così come interdicono passamontagna, caschi integrali et similia.

La questione è chiaramente altra: sono ammissibili visibili segni di appartenenza a fedi o ideologie filosofiche e politiche in spazi "pubblici"? Nel caso specifico: chi lavora per un'azienda può esser costretto, pena licenziamento, a rinunciarvi?

La laicità alla francese ha prevalso, ma ci sono altri tipi di "laicità" che non sono altrettanto categorici: la Regina d'Inghilterra non è forse anche il Capo della Chiesa anglicana? Sulla banconota del dollaro non c'è forse stampato “In God we trust”? Mettere il nome di Dio sull'euro sarebbe assai meno accettabile... dunque anche l'Occidente ha sensibilità e prassi differenziate al riguardo.

Come già anni or sono, appunto in Francia, il divieto di portare un hijab a scuola ha avuto effetti paradossali: ragazze musulmane hanno smesso di studiare o si sono trasferite in scuole cattoliche. Resta da capire come mai. Se una famiglia mi affida sua figlia per tutto il percorso scolastico significa che crede nella validità del mio percorso educativo e formativo. Ho qualcosa da comunicare alla testa che sta sotto il velo oppure mi devo sentire minacciato da tale simbolo e quindi impedirle di seguire le lezioni insieme con ragazze non musulmane, non velate e a coetanei maschi?

Per parità di trattamento, poi, sarò costretto – ed è ciò che è avvenuto – a proibire anche agli altri di manifestare la propria appartenenza religiosa: via dunque la kippà dei giovani ebrei, ma anche croci troppo appariscenti per i cristiani... finendo nel ginepraio: chi deve valutare le dimensioni della croce? Quali possono essere le dimensioni di una croce affinché possa esser ritenuta "eccessiva"?

La povera Europa laicista si mette nei guai con le sue stesse mani.

Un velo imposto da padri o mariti configura possibili reati di plagio o costrizione... ma se è invece una libera scelta, perché mai sarebbe diverso da una microgonna o da piercing e tatuaggi talvolta significativi di adesione a movimenti punk o di altro tipo?

Sappiamo che le norme amministrative hanno praticamente impedito in Italia di avere moschee ufficiali e riconosciute, in barba al principio costituzionale della libertà di culto. Il bel risultato sono un migliaio di luoghi di aggregazione per i musulmani che non possono chiamarsi moschee situati in capannoni, garage, seminterrati... con quale vantaggio per la sicurezza resta un mistero. Ma il più grande tempio di Scientology è stato aperto a Milano nonostante tutte le restrizioni...

La realtà, che sta pluralizzandosi, non si ferma di fronte ai nostri «no» dettati da incapacità di gestione se non da interessate paure agitate a fini elettorali.

Il buon senso latita e le cose s'ingarbugliano aprendo la strada a situazioni ibride e pasticciate che forse potrebbero esser risolte caso per caso in base alle circostanze sempre variabili e legate ai differenti contesti.

Un libro straordinario ha già da tempo segnalato l'illusorietà di risolvere ogni cosa a colpi di regolamenti: «Bisogna che lo confessi: credo poco alle leggi. Se troppo dure, si trasgrediscono, e con ragione. Se troppo complicate, l'ingegnosità umana riesce facilmente a insinuarsi entro le maglie di questa massa fragile, che striscia sul fondo. (…) Esse mutano meno rapidamente dei costumi; pericolose quando in ritardo, ancor più quando tentano di anticiparli» (M. Yourcenar, Memorie di Adriano).

Intanto, nelle nostre miserie, si insinuano i più astuti: il premier turco Erdogan – non certo campione di democrazia, che perseguita i curdi, musulmani sunniti quanto lui, solo perché di altra etnia e ch'è stato capace persino di togliere la laurea ai docenti dissidenti da lui licenziati (neppure le leggi sulla razza nazifasciste erano arrivate a tanto!) - chiede di non discriminare le giovani velate in Europa e, già che c'è, sollecita i turchi che risiedono nel nostro continente a far più figli...

Ma Papa Francesco è stato fin troppo chiaro in proposito: «Solo lo Spirito può suscitare la diversità, la pluralità, la molteplicità e allo stesso tempo fare l'unità. Perché quando siamo noi a voler fare la diversità facciamo gli scismi e quando siamo noi a voler fare l'unità facciamo l'omologazione».

Come cattolico mi sento edificato da queste parole, ma visto che solo il Papa sa dire cose simili e nessun altro, come cittadino ne sono semplicemente terrorizzato.

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