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L'allusione ai senatori: "rompete le righe"

25/02/2014 

La mano in tasca dice molto, quasi tutto, volendo. Il presidente del consiglio Matteo Renzi va in Senato e parla, parla, parla. Racconta quello che vorrebbe fare, e fin qui sarebbe tutto normale: ogni presidente del consiglio, prima di ottenere la fiducia delle Camere, spiega i contenuti del suo programma. Ma con la manina stracca nella tasca dei pantaloni non s’era visto ancora nessuno, neanche, per dire, quel Bettino Craxi che, imponente com’era, quanto a pose e gesti, forzati o meno, è rimasto bene in memoria. E sia ben chiaro, qui si evita accuratamente di parlare del Mascellone, per evidenti lontananze temporali e perché il Benito si mise fuori gioco anche per quella cupa teatralità che ostentava: ne fece quasi un punto d’onore, pur d’impressionare l’aula “sorda e grigia”.

Altri tempi, finiti in crusca. Ora, invece, è facile dividersi sulla mano in tasca del sindaco diventato premier: gesto strafottente o ingenua semplicità, a seconda di quanta simpatia personale sa raccogliere il nuovo che avanza. Eppure, non è disprezzabile neanche l’ipotesi che da quel gesto, tipico di chi parla sapendo di poter incantare l’uditorio, derivi uno dei primi cambiamenti nella forma che poi trascinerà, per incanto o bravura, anche la sostanza verso terreni favorevoli. Dove? Dalle parti del meglio, che l’Italia sta attendendo con pazienza infinita. Fatto sta che mai prima d’ora s’era sentito un discorso rivolto ai senatori della repubblica fatto di un’enfasi immediata, un ardore dei sentimenti, un invito a stare insieme così pressanti da sembrare, più che la ricerca del voto di fiducia, un sottinteso “sciogliete le righe”, cioè le pastoie che i parlamentari utilizzano per stare fermi, immobili, eterni statue viventi del nostro malcontento. Sciogliete le righe e lasciatevi andare al meglio, sembra dire Renzi. Che poi davvero riesca nell’impresa è ancora tutto da vedere e finché non vediamo... Ma anche qui lui l’ha detto, in finale di perorazione pro domo sua: se va male anche stavolta, il fallimento è tutto suo. Vogliamo crederci? Chissà, non diamo nulla per scontato ma intanto i troppi anni di crisi ci hanno resi scettici quando non sospettosi e mentre siamo qui come stoccafissi perché come ti muovi arrivano bastonate, ecco che il più giovane presidente del consiglio della storia ci dice che abbiamo le gambe, che sono anche belle e che possiamo/dobbiamo iniziare a correre. Vai avanti tu che noi…, gli dice il popolo in coro. Se poi per caso lui si mette a correre davvero, lo seguiranno volentieri.

E tornano alla mente un po’ tutti i precedenti: da quei presidenti della prima repubblica che illustravano in politichese stretto i loro programmi a senatori attenti più a impallinare che a dire sì, a quelli della seconda Repubblica, i più vari e anche molto eventuali… Abbiamo visto il presidente piacione antipolitico di professione e quello austero ma sorridente, quello sobrio coi conti in mano e quello pronto a fare rimasto poi al palo. Le cose non sono andate per il verso giusto, inutile negarlo, raffreddando gli animi anche dei più speranzosi. Dunque, se Renzi ci crede, beh, dia l’esempio. Se sarà buono, molti italiani lo seguiranno, più sicuri di sé, quasi sbarazzini, con una mano in tasca.

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