logo san paolo
venerdì 31 ottobre 2014
 
 

L'eredità di Margaret Thatcher

09/04/2013  Ha guidato la Gran Bretagna dal 1979 al 1990, prima donna in Europa a capo di un governo. Conservatrice e rivoluzionaria, ribelle e caparbia. Cosa resta del thatcherismo?

Il professore Giuliano Cazzola
Il professore Giuliano Cazzola

Ha ridotto al minimo lo stato sociale, demolito il potere dei sindacati, privatizzato molte aziende pubbliche e applicato fino in fondo le regole del libero mercato. Il ciclone Margaret Thatcher, anche per il suo modo di fare caparbio e la personalità divisiva, ha avuto critici feroci e sostenitori altrettanto accesi. Ma per il professore Giuliano Cazzola, esperto di tematiche del lavoro, ex dirigente della Cgil, poi deputato del Pdl prima di candidarsi con Mario Monti alle ultime elezioni politiche ora occorre consegnare il thatcherismo alla storia, valutandolo alla luce del contesto degli anni Ottanta.
«La rivoluzione thatcheriana», spiega, «ha avuto dei costi sociali enormi che, però, erano inevitabili, perché quel sistema produttivo era arrivato al capolinea. Non si sostiene un'economia con dei posti di lavoro divenuti improduttivi».

Qual è l'eredità politica che la Lady di Ferro lascia in tema di welfare e riforme del mercato del lavoro?
«La signora Thatcher è uscita di scena da oltre un ventennio. Da allora sono successe tante cose che non possono essere attribuite alla sua azione di statista. Posso solo ricordare i cambiamenti  che le sue politiche determinarono all’interno di un'economia malata di statalismo, dove tutte le industrie importanti (e non solo) erano state nazionalizzate, dove esisteva un effettivo strapotere delle Trade Unions, in proprio e attraverso il Labour Party: un potere che si riversava anche sui lavoratori in quanto l'iscrizione al sindacato era una condizione per l'assunzione e l'applicazione del contratto di lavoro. Un potere che la Thatcher ridimensionò attraverso l'uso della democrazia, stabilendo per legge che quelle clausole vessatorie per i lavoratori dovessero essere approvate con referendum. Cosa che le Unions non si azzardarono a fare, perdendo così insieme al  loro potere economico a che il loro peso organizzativo.
Oggi, prima della grande crisi, il livello di spesa pubblica era  più o meno quello di trent'anni fa. Solo che, nel 1979, alle voci sanità, pensioni, educazione andava meno della metà delle uscite totali; ora viene destinato il 61 per cento. All’inizio dell'era Thatcher l'aliquota massima sulle persone fisiche  raggiungeva l'83 per cento, anni dopo si era dimezzata al 40; quella minima era passata dal 33 al 23 per cento. L'aliquota complessiva  sui redditi delle società di capitali (dal 1980 al 1996) era scesa, nel Regno Unito, dal 52 al 33 per cento, mentre in Italia era salita dal 36 al 53. Si tratta di misure che hanno prodotto i loro effetti nel tempo».

Senza le basi poste dalla sua stagione, ci sarebbe potuto essere il New Labour di Tony Blair? 
«Blair è stato sicuramente un erede ed un continuatore, in un contesto di maggiore apertura sociale, della linea della Lady di Ferro, tanto che non volle mai modificare le sue innovazioni e ripristinare lo status quo, benché ne avesse la forza politica e dovesse contenere le sollecitazioni in tal senso sia della sinistra del Labour che delle Unions».

Secondo molti critici, soprattutto di sinistra, la sua linea dura di non trattare con i sindacati ha portato a far implodere il sistema industriale inglese. È d'accordo?
«In questa critica c’è del vero, anche se, come dicevo all’inizio, sono passati tanti anni  da quei tempi e da allora sono capitati tanti eventi che non possono essere inquadrati in quella logica.  Chi avrebbe mai supposto, allora, che alcuni decenni dopo l’economia  basata sulla finanza internazionale  avrebbe rischiato di travolgere tutto ? Certo, il Regno Unito adesso non è quella  potenza industriale che era stata nella sua storia. Oggi il suo modello di sviluppo rimane costruito sulla finanza, i servizi, la ricerca. Il Regno Unito, prima della Thatcher era la più importante economia del socialismo reale al di quà del Muro di Berlino. Il passivo delle aziende nazionalizzate era più consistente di quello delle nostre imprese a partecipazione statale. Sa quale fu la prima impresa che la premier volle privatizzare? Una società nazionalizzata che vendeva le cucine economiche. Erano arrivati a considerare strategica anche questo tipo di produzione. Il cinema ci ha rifilato le lotte dei minatori. Era tutto un grande Sulcis. Le miniere erano nazionalizzate ed improduttive».

Nell'Italia di oggi, bloccata da lobby di potere e veti incrociati, servirebbe un leader politico come la Lady di Ferro?
«Non dimentichiamo che anche Margaret Thatcher ebbe dei problemi, non solo con i laburisti e i sindacati, ma anche con il suo partito Tory, che faceva dell’accomodamento, oggi diremmo dell’inciucio, la sua linea di condotta. Riuscì nel suo intento solo grazie alla popolarità che le venne dalla guerra delle Falkland in cui si ficcò da sola, contro il parere di tanti, compresi gli alleati Usa.  Poi, a pensarci bene, la Thatcher non cadde ad opera delle opposizioni ma del suo partito che l’aveva costretta, per la premiership, ad un voto di ballottaggio nel 1990, a cui lei si sottrasse. Quanto all’auspicio di avere in Italia, negli attuali frangenti, un leader come la Iron Lady è meglio non farsi delle illusioni. Il solo che ha avuto - sia pure in un contesto istituzionale diverso - la forza parlamentare della Thatcher è stato Silvio Berlusconi nel 2008. Abbiamo visto come è finita. No,  la Thatcher non abita qui. La sola che le somiglia un po' è  Elsa Fornero. Non ha caso è un’isolata».

Antonio Sanfrancesco

Il giuslavorista Pietro Ichino
Il giuslavorista Pietro Ichino

«Il bilancio dei suoi tre mandati come premier del Regno Unito è senza dubbio positivo». È il giudizio sull’era thatcheriana del giuslavorista Pietro Ichino, docente di Diritto del Lavoro all’Università di Milano e ora, dopo un’esperienza nel Pd, senatore eletto con la Lista Civica di Monti.

Professore, cosa resta della sua premiership sul welfare e le riforme del mercato del lavoro?
«Fondamentalmente questo: la sottolineatura di quanto la garanzia delle pari opportunità possa essere socialmente utile più che l’assistenzialismo. Garanzia delle pari opportunità significa abbattimento delle barriere corporative che difendono gli interessi degli insider contro la concorrenza degli outsider. Ma significa anche sollecitazione di quella responsabilità individuale, che l’assistenzialismo qualche volta tende ad addormentare».

Secondo alcuni analisti, le sue privatizzazioni e le lunghe lotte contro i sindacati (a cominciare da quella contro i minatori nel 1984-85) si sono tradotte in un liberismo sfrenato, determinando una società più ricca ma con più disuguaglianze sociali. È d’accordo?
«In parte sì, in parte no. Non c’è dubbio sul fatto che Margaret Thatcher abbia affermato con molto vigore l’incompatibilità tra "libertà" e "uguaglianza", facendosi paladina del primo valore a scapito del secondo. La sua tesi era che anche i più poveri avrebbero tratto vantaggio dalla maggiore mobilità sociale e dalla maggiore possibilità di arricchirsi offerta ai più fortunati; in parte questo è effettivamente accaduto in Gran Bretagna per effetto delle politiche thatcheriane, che hanno rimosso le pesanti incrostazioni corporative della società britannica anni '70, e questo spiega perché Tony Blair si sia ben guardato dallo smontare quanto la Lady di ferro aveva fatto. Però la stessa Thatcher sapeva bene che il mercato concorrenziale non si dà allo stato di natura: un vero regime di concorrenza richiede sofisticati interventi pubblici di regolazione, di controllo, di garanzia fattiva della simmetria di informazione tra gli operatori: tutt’altro che liberismo sfrenato. La crisi del 2008 è nata proprio dal difetto di questa regolazione dei mercati finanziari».

All’Italia è mancata una leader coraggiosa come lei?
«Sì. I politici italiani, a destra come a sinistra, sono per lo più rivoluzionari a parole, ma conservatori nei fatti; mentre Margaret Thatcher, pur appartenendo a un partito che si chiama "conservatore", ha compiuto una rivoluzione che è stata sostanzialmente condivisa dal partito laburista e di cui il Regno Unito oggi gode i frutti in termini di maggiore forza economica, produttività del lavoro e mobilità sociale. Certo, ha commesso anche degli errori; ma il bilancio positivo dei suoi tre mandati come premier è fuori discussione».

Antonio Sanfrancesco

Margaret Thatcher con Ronald Reagan, presidente degli Stati Uniti dal 1981 all'89
Margaret Thatcher con Ronald Reagan, presidente degli Stati Uniti dal 1981 all'89

Ho capito chi era la Thatcher nell’estate dell’82, quando i miei genitori mi spedirono a imparare l’inglese a Brighton per un breve soggiorno sulle coste britanniche, come si usava allora. La famiglia che mi ospitava era composta da una coppia della working class. Lui era un muratore disoccupato un po’ attempato, con degli enormi basettoni bianchi, che girava per casa in canottiera e la domenica, dopo aver portato il caffé a letto alla moglie, faceva lavoretti in giardino. Lei, la mia "hostmother", era una delle tante Thatcher fatte e finite che allora si moltiplicavano come funghi in tutto il territorio inglese. Come la Lady di Ferro, aveva "il sorriso di Marylin e gli occhi di Caligola" (copyright di Mitterand), imitava le stesse pettinature marmoree e si comportava con crudeltà con gli studenti, accolti ai soli fini pensionistici, nel senso di hotel di quart'ordine (quattro cinque giovani provenienti da ogni parte del mondo, sparsi in un paio di camere).

Ricordo che aveva messo un lucchetto al frigorifero, per evitare incursioni notturne da parte nostra, nutriti con quantità da campo di concentramento tedesco e qualità da refettorio inglese. A pranzo e cena (si fa per dire) non faceva che disquisire su questa signora Thatcher: finalmente era arrivarto un vero uomo a Downing Street, un politico che aveva conosciuto le difficoltà in quanto figlia di un droghiere. E che soprattutto aveva dichiarato guerra ai fannulloni. Ci spiegava che era sfuggita a un'attentato in un hotel perché era rimasta in camera a lavorare. Insomma, una vera donna in cui specchiarsi, più della stessa Regina Elisabetta. Non importava che la sua politica economica stesse travolgendo il Paese con una durezza inusitata, scaricando in strada milioni di lavoratori, compreso suo marito, che vivacchiava col sussidio di disoccupazione. A lei andava bene così.

Margareth Thatcher ha segnato un'epoca, guadagnandosi addirittura la nascita di un termine simbolo di un'ideologia economica (il thatcherismo), riuscendo a conquistare per tutti gli anni '80 non solo i conservatori ma anche gli elettori laburisti come la mia hostmother, relegando sostanzialmente a un ruolo simbolico i rappresentanti dei labour (come Major, soprannominato "Minor"), incapaci ancora oggi di affrontare la storia economica.
Lei insieme all’altro simbolo degli anni '80, Ronald Reagan, forgiarono questo strano e controverso miscuglio di economia liberista, deregulation, tagli alle tasse e privatizzazioni selvagge che facevano del lavoratore sostanzialmente una pura merce. Alla base di queste teorie c'era la scuola degli austriaci e di uno dei suoi capofila, il filosofo economista Friedrich von Hayek, propugnatore della diffusione della proprietà privata come panacea di tutti mali sociali, oltre alla scuola monetarista (e liberista) di Chicago capitanata da Milton Friedman.

Inoltre, piaceva molto alla Thatcher un consulente di Reagan, Arthur Laffer, che nel 1981 aveva esposto a Gipper (il soprannome di Reagan, da un personaggio che aveva interpretato) la sua paradossale teoria sulla supply side economy: meno tasse avrebbero prodotto un maggior gettito fiscale. Pare che Laffer abbia disegnato in un ristorante la sua famosa curva, un "campanone" che aveva in ascissa le entrate fiscali e in ordinata i redditi. Quando le tasse erano troppo alte, i redditi cominciavano a scendere, fino allo zero. Poiché alla gente, quando ha troppe tasse non conviene più lavorare e produrre. Abbeverandosi a queste teorie e a quelle dei monetaristi di Chicago la Thatcher rivoltò come un calzino un Paese decotto dal punto di vista industriale, favorendo l'immissione di nuovi capitali stranieri dentro le industrie inglesi e distruggendo interi comparti economici a svantaggio di milioni di lavoratori. Celebre il suo arroccamento e la sua battaglia vinta per sfinimento con i minatori del Galles.

Agli inglesi l’Iron Lady piaceva perché l’Inghilterra usciva dall’angolo, non importava in quale altro angolo finisse. In realtà, col senno del poi, Margareth Thatcher anticipò una tendenza in atto anche nella nostra epoca della globalizzazione - quella dell’uscita dai mercati di interi settori in un’Inghilterra che stava cambiando pelle - e lo smembramento del welfare, con la nascita di nuove disuguaglianze sociali. Ma allora era quello che voleva la maggior parte del popolo inglese, inorgoglito dalla vittoria delle Falkland grazie al lancio di un mucchietto di morti sull’altare della causa imperialista. I ruggenti anni '80 sono andati così, marchiando forse ineluttabilmente l'Inghilterra per sempre, tra lotta all'inflazione e "sound money", - anche a costo di creare vagoni di disoccupati -  privatizzazioni di ogni genere, umiliazioni e smantellamento delle Union Trade, riforme fiscali che facevano soprattutto bene ai ricchi e poi forse anche ai poveri.

Oltre al tradizionale orgoglio di isolamento e antieuropeismo, con il rafforzamento della  tradizionale "special relationship" con gli Stati Uniti di Ronald Regan. Un’epoca da cui l’ex impero della perfida Albione non è ancora uscita. Perchè scomparsa la Thatcher, il thatcherismo, tentazione economica sempre ricorrente, le sopravviverà.
                                                                                                           Francesco Anfossi

Margaret Thatcher con Roland Reagan (Reuters).
Margaret Thatcher con Roland Reagan (Reuters).

La scomparsa di un grande personaggio come Margaret Hilda Thatcher, anche se avvenuta quando l'età era già tarda e dopo una lunga assenza dalla vita pubblica e politica, ha un effetto sicuro: fa sparire i toni intermedi, mette in campo solo amici o nemici, elogi sperticati o critiche feroci. Il fatto curioso, nel caso dell'unica donna premier della storia inglese (dal 1979 al 1990), nonché prima donna premier in Europa, è che questo avviene in morte proprio come avveniva in vita.

D'altra parte, fosse il carattere o fossero le idee, la Lady che sarebbe diventata di ferro era stata divisiva sempre, anche prima di conoscere la grande politica. Subì due bocciature elettorali (1950 e 1951) per entrare in Parlamento solo al terzo tentativo. Fu tra i pochi conservatori a votare per la depenalizzazione dell'omosessualità e dell'aborto. Fu a favore della pena di morte quando l'Inghilterra decise di abolirla. E da ministro dell'Istruzione, all'inizio degli Anni Settanta, si guadagnò il soprannome di «Thatcher the milk snatcher» (Thatcher la ladra di latte) per aver tolto il latte gratuito agli scolari delle elementari.

Poi, dal 1975, la guida del partito e dal 1979 quella dell'intero Paese, precedendo di poco l'ascesa di Ronald Reagan, presidente Usa dal 1981. I due avevano molto in comune. Identica fiducia nelle teorie di Friedrich von Hayek, l'economista austriaco (premio Nobel nel 1974) che attribuiva lo sviluppo della civiltà all'espansione della proprietà privata. E uno spettro condiviso: l'Urss, mai temuta e combattuta come quando stava declinando. Ne risultò, per l'una come per l'altro, una ferrea convinzione nel binomio Stato forte - economia libera.

Per la Thatcher in economia ciò volle dire: nel primo mandato, lotta dura all'inflazione per rilanciare l'economia, anche a costo di far crescere la disoccupazione; nel secondo, privatizzazioni a oltranza (la compagnia aerea, il gas, le telecomunicazioni, l'acciaio…) e smantellamento del potere d'interdizione delle corporazioni sindacali; nel terzo, una riforma fiscale (la poll tax) che favoriva i forti e penalizzava i deboli e fece crollare i suoi indici di gradimento, e un'ostilità verso il processo di integrazione europea portata ai massimi livelli.

E lo Stato? In una parola, intransigente: verso i terroristi (1980, assalto di terroristi all'ambasciata dell'Iran a Londra), l'Ira (1981, muore di fame in carcere il militante Bobby Sands), l'Argentina (1982, guerra delle Falklands o Malvinas), la Libia (bombardata dagli Usa nel 1986 con l'appoggio inglese). Nei lunghi anni del suo governo, l'Inghilterra, è fuor di dubbio, conobbe una solida rinascita, nelle attività produttive e monetarie (il dominio della City sulla finanza nacque allora) sia nello status internazionale, appoggiato peraltro al ruolo di primo e più fedele alleato degli Stati Uniti che la Thatcher perseguì con tenacia.

Questo, come il caso Blair e la guerra in Iraq dimostrano, è uno dei lasciti a cui l'Inghilterra non ha saputo rinunciare, anche se nessuno dei leader conservatori successivi ha mai riconosciuto nella Lady il genitore politico. E infatti: nel 1990 la Thatcher fu fatta fuori da una congiura interna al partito, adesso il governo conservatore le nega i funerali di Stato. Ora i giornali inglesi scrivono che la Thatcher non ha cambiato l'Inghilterra ma ha cambiato il mondo. Se è vero ciò che dicono, resta da chiedersi: ci piace come l'ha cambiato, ci piace quello che il mondo è diventato?

Fulvio Scaglione

Meryl Streep interpreta Margaret Thatcher nel film "The Iron Lady"
Meryl Streep interpreta Margaret Thatcher nel film "The Iron Lady"

Quanto la Thatcher abbia segnato la società inglese durante e dopo la sua storia di primo premier premier donna, durata dal 1979 al '90, lo si capisce anche osservando, in una veloce panoramica, come il mondo del cinema ha rappresentato le sue politiche economiche e il suo pensiero. Viene subito alla mente Grazie signora Thatcher (1997) che insieme ad altre pellicole rappresenta un po' il culmine di un  filone definito "cinema thatcheriano" desideroso di raccontare quegli anni di drammatiche proteste dei lavoratori piegati dalle politiche liberiste della Lady di Ferro, che portarono, in particolare alla chiusura di fabbriche e miniere e resero disoccupati migliaia di lavoratori. 

Il regista Ken Loach fu sicuramente uno dei più grandi nemici di Margareth Thatcher e nella sua filmografia, da sempre impegnata e desiderosa di difendere le battaglie degli ultimi, dedica grande spazio alla difesa della classe operaia di cui racconta il drammatico impoverimento di quegli anni. In Rif Raf (1990) descrive uno  spaccato del mondo operaio, disilluso e provato nella Londra degli anni Ottanta, ed è un disoccupato di Manchester lo sfortunato e tragico protagonista Piovono Pietre (1993) vittima e poi carnefice di uno strozzino cui si rivolge per acquistare l’abito delle Prima comunione della figlia.

 

Ma altri registi hanno dato voce alla crisi dei lavoratori di quegli anni: Grazie signora Thatcher (1997), il cui titolo originale è Brassed Off cioè "cacciati", di Mark Herman è dedicato alla banda locale di un immaginario paese dello Yorkshire formata da minatori. Con la chiusura della miniera rischia di sopraggiungere per loro anche la fine della loro esperienza musicale. 

Diverso il destino degli ormai celebri disoccupati di Full Monty (1997, regia di Peter Cattaneo) dove il tema della perdita del lavoro viene trattato con ben altri toni. Quelli di un'intelligente commedia capace comunque di una seria denuncia sociale. I protagonisti cercano una via d'uscita al loro dramma e la trovano nel dar vita, insieme ad altri disperati come loro, ad uno spettacolo di spogliarello maschile che, inutile dirlo, avrà un successo strepitoso.

Billy Elliot (2000), infine è la storia di una bambino, orfano di madre. Ricco di talento sogna di danzare sulle punte, cosa impensabile per il padre e il fratello, entrambi abbruttiti dal lavoro nelle fabbriche di carbone e alle prese con gli scioperi e le manifestazioni dei minatori del 1984. Oltre alla povertà che lo circonda, alla disillusione delle lotte sindacali, alla diffusa infelicità di tutte la famiglie oppresse dalla crisi, il piccole Billy Elliot deva affrontare la derisione per la sua passione da parte di un ambiente duro e cinico ma, alla fine capace di comprensione.

Orsola Vetri

 

I vostri commenti
1
scrivi

Stai visualizzando  dei 1 commenti

    Vedi altri 20 commenti
     
     
    Pubblicità
    Pubblicità
    Edicola San Paolo
    Collection precedente Collection successiva
    FAMIGLIA CRISTIANA
    € 104,00 € 89,00 - 14%
    CREDERE
    € 78,00 € 49,90 - 36%
    GBABY
    € 34,80 € 27,90 - 20%
    JESUS
    € 54,00 € 45,00 - 17%
    BENESSERE
    € 34,80 € 25,90 - 26%
    GBABY + GIOCHI + DIRE FARE GIOCARE
    € 64,20 € 47,90 - 25%
    VITA PASTORALE
    € 26,00
    IL GIORNALINO
    € 117,30 € 69,90 - 40%
    FAMIGLIA OGGI
    € 30,00 € 26,00 - 13%
    INSIEME NELLA MESSA
    € 20,40 € 0,00 - 2%
    I LOVE ENGLISH JUNIOR
    € 69,00 € 49,90 - 28%
    GBABY
    € 69,60 € 48,90 - 30%
    PAROLA E PREGHIERA
    € 34,80 € 33,50 - 4%
    SUPER G!
    € 46,80 € 29,90 - 36%
    GAZZETTA D'ALBA
    € 62,40 € 0,00 - 15%