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«L'Europa, eldorado dei trafficanti»

08/01/2014  Nicolas Le Cos, presidente del Greta, il gruppo di esperti del Consiglio d’Europa nella lotta contro la tratta degli esseri umani, presenta il Rapporto frutto di un anno di analisi e missioni sl campo. Il risultato? Sconfortante. Le Cos indica cinque priorità...

«L’Europa non deve restare un eldorado per i trafficanti di esseri umani». A dirlo è Nicolas Le Cos, presidente del Greta, il gruppo di esperti del Consiglio d’Europa che monitora il rispetto della Convenzione sulla lotta contro la tratta degli esseri umani, giunta al quinto anno di vita.

Hanno appena pubblicato il Terzo Rapporto Generale, che diventa l’occasione per invitare gli Stati europei a «un soprassalto». Dice Le Cos: «Devono cambiare passo, per combattere la tratta insieme alle peggiori forme di sfruttamento che l’accompagnano: il traffico a fini di schiavitù, il lavoro forzato, il mercato d’organi, l’avviamento alla mendicità forzata o alle attività illecite».

Secondo il rapporto, le legislazioni nazionali devono adeguarsi qualora non prevedano queste declinazioni del fenomeno. In particolare, a proposito della definizione di tratta e dei mezzi impiegati dai trafficanti per ottenere il consenso delle vittime, «dovrebbe essere introdotto il concetto di “abuso di vulnerabilità affettiva o economica”».

È questa una delle cinque priorità contenute nel Rapporto, basato sulle missioni sul campo effettuate dall’1 agosto 2012 al 31 luglio 2013 in 10 Paesi (Armenia, Bosnia-Erzegovina, Francia, Lettonia, Malta, Montenegro, Norvegia, Polonia, Portogallo e Regno Unito).

Sempre gli esperti di Greta chiedono la fine di quelle zone d’ombra che permettono ai trafficanti di sfuggire alla giustizia e privano le vittime dei loro diritti. Dove? Soprattutto in quei Paesi che ancora non hanno introdotto la Convenzione sulla lotta contro la tratta degli esseri umani. Tra i membri del Consiglio d’Europa, ne mancano solo 7 su 47: Repubblica Ceca, Liechtenstein, Monaco e Russia non l’hanno neppure firmata, mentre Estonia, Grecia e Turchia devono ancora ratificarla. Nell’anno appena trascorso, invece, ci sono state le adesioni di Germania, Ungheria e Svizzera.

Per aumentarne l’efficacia, il Consiglio d’Europa ha deciso di estendere la proposta di adesione anche a Stati esterni e di appellarsi all’Ue affinché caldeggi la ratifica di tutti gli Stati membri che ancora mancano all’appello.

In terzo luogo, il Rapporto invita gli Stati a coinvolgere il settore privato e soprattutto i media per aumentare la prevenzione. Se i mezzi di comunicazione, ovviamente rispettando la privacy delle vittime, potessero sensibilizzare l’opinione pubblica, in particolare sulle nuove forme assunte dalla tratta, il settore dell’industria e del commercio dovrebbero essere coinvolti per evitare che i prodotti venduti non siano il risultato di forme di sfruttamento.

Gli Stati devono prendere serie misure per la protezione delle vittime di tratta.

«La quarta priorità – spiega Le Cos – è una valutazione indipendente dell’efficacia delle misure contro la tratta. Per esempio, l’impatto della penalizzazione dei clienti dello sfruttamento sessuale, considerato uno strumento contro la tratta da alcuni Paesi europei, andrebbe analizzato in tutte le sue conseguenze. È in particolar modo da verificare che non spinga le vittime nella clandestinità, o in una condizione di vulnerabilità maggiore, e che non destini risorse in procedimenti giudiziari a scapito delle inchieste sui trafficanti».

Infine, il quinto punto: in base all’articolo 28 della Convenzione, gli Stati devono prendere serie misure per la protezione delle vittime e dei testimoni contro le intimidazioni e le eventuali rappresaglie. «Purtroppo – sostiene Le Cos – manca ancora una messa in opera sistematica, a livello internazionale, e la protezione rimane talvolta aleatoria. Inoltre, è inaccettabile che, per quanto riguarda l’indennizzo delle vittime, alcune ne siano private, nonostante le prescrizioni della Convenzione. In certi casi, mancano fondi pubblici accessibili alle vittime, che magari hanno lasciato il territorio, oppure le procedure d’ottenimento sono troppo complesse».

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