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mercoledì 15 agosto 2018
 
reportage
 

Iraq, un voto all'ombra di Stati Uniti e Iran

13/05/2018  Nel Paese diviso tra sciiti e sunniti il tentativo di rafforzare una fragile democrazia dopo 15 anni di guerra.

Nassiriya

Dopo 15 anni di guerra L’Iraq volta pagina, o almeno cerca di farlo, con le nuove elezioni politiche. Ma formare un governo sarà come mettere insieme un gigantesco puzzle. Le liste in lizza sono centinaia, le coalizioni almeno 30 e poche hanno un peso determinante, capace di surclassare le altre.
Qui a Nassiriya, in quest’oasi nel deserto dell’Iraq meridionale attraversata dall’Eufrate che noi italiani conosciamo bene per il contributo di sangue versato dei nostri militari in nome della pace, la maggioranza della popolazione è sciita e molti voteranno per al-Fatih al Mubin (luminosa conquista), il partito degli ex comandanti delle milizie. L’Iraq è conteso tra l’Iran, che negli anni scorsi ha aumentato la sua influenza nel Paese, e gli Stati Uniti, cui è molto vicino l’attuale premier  Haydar al-Abadi. Lo sciita moderato al-Abadi intende correre da solo con una lista denominata Nassr (Vittoria) per sfruttare la popolarità guadagnata con la sconfitta dell'Isis. Il suo predecessore e più importante sfidante, Nuri al-Maliki, sostenuto espressamente da Teheran, rimarrà a capo della lista Stato di Diritto, fino a ora il più grande blocco sciita in Parlamento.C’è anche una coalizione di milizie sciite che corre sotto il nome di al-Fatah, guidato da Hadi al-Amiri, già combattente delle forze militari a maggioranza sciita su cui pesa l’ombra di Teheran, molto interessato a queste elezioni.

Nei piani di Teheran le milizie filo iraniane, come le Unità di mobilitazione popolare, radicate nelle città sante di Karbala e Najaf, dovranno avere più di una semplice voce in capitolo. L’Iraq è una terra di conquista contesa tra Iran e Stati Uniti che lotta ostinatamente per la sua indipendenza. Tanto per capire come stanno le cose, gli iracheni hanno espresso rabbia sia a livello diplomatico che in manifestazioni di piazza, nei confronti di due ufficiali iraniani che negli ultimi giorni hanno parlato dell’Iraq nei termini di una colonia iraniana. Anche l'Arabia Saudita, cui fa capo la corrente sunnita, non sta a guardare.

Quest’anno si celebrano anche i 15 anni da quel marzo 2003, quando una coalizione multinazionale guidata dagli Usa di George W.Bush iniziava l’operazione “Iraqi Freedom” per abbattere il regime di Saddam Hussein, reo di avere armi di distruzione di massa che non aveva. Le immagini del 9 aprile 2003, con la statua di Saddam che veniva abbattuta dai soldati statunitensi, fecero il giro del mondo e sembravano preludere a un futuro luminoso di pace e prosperità fiilo-occidentale.
Ma la democrazia in Iraq è ancora tutta da costruire. Faticosamente e lentamente, in un Paese che ha dovuto affrontare una guerra devastante e che ne sta ancora pagando i frutti. Ogni mese circa 100 mila iracheni, uomini, vecchi, donne, bambini, tanti bambini, fuggiti dalle loro abitazioni a causa delle violenze degli jihadisti dell’Isis, lasciano i campi profughi per rientrare nelle loro zone. Secondo l’Onu il numero degli iracheni sfollati è superiore a due milioni e trecentomila, mentre il numero degli abitanti che ha potuto rientrare nelle proprie abitazioni o in alloggi di fortuna nella propria terra è di 3,5 milioni.

In attesa che i profughi tornino a casa e nella speranza di respirare una boccata di democrazia con le nuove elezioni, l’Iraq assomiglia sempre più a uno Stato di polizia. Nel percorso dall’aeroporto di Bassora a Nassiriya, 40 chilometri in mezzo al deserto, abbiamo contato 4 posti di blocco. E per visitare lo Ziggurat di Ur, l’antica città di 4mila e 500 anni fa, culla della Mesopotamia, dove sorge anche la casa di Abramo e dove vennero trovati resti di sacrifici di bambini durante gli scavi archeologici, dobbiamo attraversarne altrettanti. Ci vuole un permesso del governatorato in Iraq per muoversi da qualunque parte, anche per compiere pochi metri. L’antica città di Ur, uno dei luoghi più belli e misteriosi dell’umanità, potrebbe diventare un centro di attrazione turistica formidabile, capace di portare ingenti risorse economiche. E invece ci siamo solo noi, qui, in mezzo al deserto, nella luce del mattino che sale a picco sulla sabbia che circonda il palazzo templare che si è conservata nei millenni.

La partecipazione alle prossime elezioni politiche in Iraq è “un dovere nazionale e morale” e un’opportunità per far avanzare l’Iraq sulla strada della pace, della  democrazia e della giustizia. Lo sottolinea il patriarca di Babilonia dei caldei Louis Raèhael Sako, in un comunicato in cui si invitano tutti gli iracheni a rinnovare la loro iscrizione alle liste elettorali. Sono almeno nove le piccole formazioni politiche animate da dirigenti e militanti cristiani che prenderanno parte alla prossima competizione elettorale. Gareggeranno anche tra loro per conquistare i cinque seggi distribuiti nelle cinque province di Baghdad, Kirkuk, Erbil, Dohuk e Ninive, che il sistema delle quote riserva alle minoranze cristiane. Anche se non disponiamo di cifre certe, si stimano in Iraq, che è uno stato a stragrande maggioranza musulmana, almeno 400 mila abitanti di fede cristiana sparsi in tutto il territorio. L’Iraq è una terra di martiri cristiani. Sono passati dieci anni da quando l’arcivescovo cattolico caldeo di Mosul, Faraj Rahho Boulos, venne rapito all’uscita dalla cattedrale, tenuto in ostaggio e ucciso. La Chiesa cristiana irachena è impegnata a farne riconoscere il martirio e ad avviare la causa di beatificazione. L’iniziativa non sarà finalizzata solo a riconoscere il martirio dell’arcivescovo di Mosul, che è il simbolo di un fenomeno di violenza molto più esteso nei confronti dei cristiani. La Congregazione vaticana per le cause dei santi sta preparando un dossier in merito.

Quanto ai nostri martiri civili, questo Paese non sembra voler riconoscere il sacrificio di pace offerto dagli italiani. Qui a Nassiriya, nel luogo dell’attentato alla caserma dei carabinieri della “Missione Antica babilonia”, quando il 12 novembre 2003 un camion cisterna pieno di esplosivo guidato da due kamikaze scoppiò nel tentativo di penetrare all’interno, provocando la morte di 28 militari italiani, non c’è nemmeno una targa commemorativa. Ora c’è la nuova sede della Camera di Commercio, una palazzina azzurra e oro abbellita da grandi vetrate, costruita con i contributi americani, a due passi dall'Eufrate. Del sacrificio degli italiani nemmeno l'ombra. Nassiryia ha cercato di rimuovere in fretta, troppo in fretta.

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