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Benessere

La cura della luce

01/03/2016  Sono sempre più numerose, anche in Italia, le persone che so€ffrono di depressione. Invece dei tradizionali farmaci, sta prendendo piede una nuova proposta: si tratta della fototerapia...

Una volta, la chiamavano melanconia. Il manuale diagnostico dell’American psychiatric association distingue tra un “disturbo depressivo maggiore” e uno “minore”. Quello maggiore include i malesseri che vengono anche chiamati depressione clinica, depressione endogena, disturbo unipolare e depressione ricorrente. Tutti sono anomalie dell’umore che, in varia misura, fanno perdere la gioia di vivere, tolgono il desiderio di svolgere attività solitamente considerate piacevoli, abbassano l’autostima. Le persone più sensibili, intelligenti e creative sono particolarmente esposte a questa patologia. Ne soff‰rirono il pittore Vincent van Gogh, gli scrittori Alessandro Manzoni, Henry James e Cesare Pavese, il presidente americano Abraham Lincoln, il drammaturgo Tennessee Williams. Nell’esercito dei depressi contemporanei spiccano personaggi di successo: il cantautore Leonard Cohen, il calciatore Gigi Buff‰on, la showgirl Belèn Rodriguez, l’attrice Charlise Theron, il regista Woody Allen, il cantante Elton John... Fama e ricchezza, dunque, non sono buoni antidoti per questo male. Anzi, forse lo favoriscono.
Al di là dei casi personali che fanno notizia, la depressione ha un peso sociale enorme e crescente: l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) prevede che, nel 2030, diventerà la seconda malattia più diff‰usa nel mondo e che nel 2020, nei Paesi occidentali, sarà la principale causa di disabilità dopo le malattie cardiovascolari.
Per capire le dimensioni del problema, vediamo qualche dato epidemiologico. Nell’Unione europea, con Svizzera, Islanda e Norvegia, vivono 514 milioni di persone: 30,3 milioni soff‰rono di depressione maggiore. In questa popolazione, il rischio di suicidio è 30 volte maggiore rispetto al normale. Lo stato depressivo, inoltre, è correlato a un più probabile sviluppo di altre malattie: cancro, diabete, patologie cardiache. La malattia di Alzheimer e la malattia di Parkinson, spesso, si annunciano con episodi depressivi, che si ripeteranno nel corso dello sviluppo della patologia specifica. In Italia, il costo medio per paziente depresso è di 4.062 euro l’anno a carico del Servizio sanitario nazionale per ricoveri ospedalieri, visite specialistiche e farmaci.
In Europa, la depressione causa annualmente 36 giornate di congedo dal lavoro per paziente. Lo dice la ricerca Idea su un campione di 7.000 adulti tra i 16 e i 64 anni. Il costo indiretto dovuto all’assenza dal lavoro raggiunge i 4 miliardi di euro l’anno in Italia e i 54 in Europa. Secondo il rapporto OsMed sull’uso dei farmaci, da noi la depressione colpisce, sia pure con diversa intensità, il 12,5 per cento delle persone assistibili, ma solo un terzo di questa popolazione si cura con farmaci antidepressivi. Tra i costi indiretti, difficili da conteggiare, ci sono anche quelli dovuti ai familiari convolti nell’assistenza di parenti depressi.
Non sempre questa malattia è facilmente riconoscibile, e quindi è sottodiagnosticata. Gli stessi pazienti, spesso, non ne ravvisano i sintomi in disturbi cognitivi di per sé evidenti, come l’incertezza nel prendere decisioni, la difficoltà di concentrazione, l’indebolirsi della memoria e della capacità di lavoro, la comparsa di stati ansiosi. All’origine possono esserci fattori genetici, biologici, psicologici, ambientali, sociali o un mix di tutti questi. Il sesso più colpito è il femminile: la probabilità di soff‰rire per un serio episodio depressivo entro i 70 anni è del 27 per cento negli uomini e del 45 per cento nelle donne. Conta anche l’età: l’inizio dei sintomi si colloca tra i 30 e i 40 anni; negli anziani, in forma moderata, diventa molto comune.
Non esistono test per la diagnosi, così come non c’è una cura valida in assoluto: farmaci e psicoterapie di vario tipo sono approcci diversi, ma talvolta complementari. La stimolazione transcranica magnetica o elettrica ha dato esiti controversi. I farmaci antidepressivi sono numerosi e talvolta abusati (si pensi alla di‰ffusione della fluoxetina cloridato, nota in Italia con il nome commerciale di Prozac). A livello biochimico, il meccanismo depressivo si manifesta con un equilibrio alterato dei neurotrasmettitori, le molecole scambiano messaggi tra le cellule del cervello. La riduzione di serotonina, noradrenalina e dopamina determinata dall’alcaloide naturale reserpina, con il conseguente aumento di cortisolo nel sangue, induce i fenomeni ed è su questo meccanismo che agiscono alcuni farmaci.
Sono di aiuto amminoacidi come glutammina, arginina, ornitina e carnitina, magnesio, vitamine del gruppo B, antiossidanti come la vitamina C e D, che negli adulti sembra funzionare anche a livello preventivo. Non ci sono prove di efficacia, invece, per œfitoterapie a base di Ginkgo biloba o di Hypericum perforatum (la popolare erba di san Giovanni).
Una ricerca di frontiera promettente è la fototerapia. Gli aspetti di base di questo approccio sono stati presentati da Fabio Benfenati, coordinatore del Center for synaptic neuroscience and technoloˆy dell’Istituto italiano di tecnologia di Genova. «Stiamo lavorando su cellule che producono particolari proteine chiamate opsine, che furono identiœficate negli anni ’70: si tratta», ha spiegato, «di molecole sensibili alla luce. L’idea è di utilizzarle per dare ordini ai neuroni. Attraverso virus innocui programmati per veicolare materiale genetico, è possibile inserire nelle cellule neuronali il gene che codifiœca l’opsina, facendo sì che il neurone modiœficato divenga sensibile allo stimolo luminoso e risponda a comandi impartiti dall’esterno con la precisione di qualche millesimo di secondo». Agendo sul cervello con la luce, si potrebbe stimolare o inibire in modo specifiœco solo i neuroni che sono stati indotti a generare le opsine fotosensibili, mentre la stimolazione elettrica, usata nell’uomo ad esempio nella terapia del morbo di Parkinson, provoca eccitazione nelle cellule nella zona in cui viene inserito l’elettrodo, senza distinzione della tipologia.
Ma senza ricorrere a tecnologie così avanzate e ancora lontane dalla clinica, si può agire sugli stati depressivi con una esposizione a luce di adeguata intensità e colore. La cosa non stupisce, se si pensa a quanto sono di‰use le depressioni stagionali. Si parla in questo caso di Sad, Seasonal a‰ective disorder di cui, solo nel Regno Unito, soff‰rono due milioni di persone. In tali soggetti, in inverno si riscontrano spesso livelli inferiori di serotonina, fenomeno che potrebbe essere legato all’aumento di appetito: uno studio del 2014, ha rivelato che il 27 per cento delle persone colpite da Sad durante l’inverno mangia troppo. C’è anche chi ne soff‰re in estate, per la prolungata presenza del sole. Nei Paesi a latitudini medio-alte, i colpiti da Sad estiva sono appena un decimo di quelli con Sad invernale, ma nei Paesi equatoriali, dove il sole cala a perpendicolo sull’orizzonte e si passa rapidamente al buio, la Sad estiva è prevalente: sembra che questo disturbo stagionale possa scatenare l’autolesionismo.
Uno studio del 2014, pubblicato nella rivista Jama psychiatry, ha esaminato le statistiche della mortalità in funzione della stagione su un periodo di quarant’anni in Austria. È emerso che un maggior numero di persone tentava il suicidio intorno al solstizio estivo o nei 10 giorni precedenti. Dopo due settimane di sole, il tasso di suicidi si riduceva, come se ci fosse un adattamento. Certo, molti fattori possono portare alla depressione, ma i nessi tra esposizione alla luce e salute mentale sono abbastanza evidenti: basta pensare ai ritmi circadiani, scanditi da particolari cellule dell’occhio (cellule gangliari, non deputate alla visione ma a registrare la luce azzurra) e dai segnali nervosi che vengono inviati al nucleo soprachiasmatico (un piccolo “grumo” di neuroni nell’amigdala, al centro del cervello) e di qui all’epiœsi.
In attesa di sviluppi della fototerapia, si consolida l’esperienza su altre linee di ricerca sperimentale. Da qualche anno è disponibile l’agomelatina, una molecola con struttura simile alla melatonina che, nei depressi, agisce sui recettori della melatonina e della serotonina. Un anestetico, la ketamina, viene sperimentato nella depressione maggiore, ma richiede prudenza perché si tratta di un allucinogeno e gli eff‰etti terapeutici hanno durata breve, di poche settimane. In generale, l’approccio farmacologico, se adottato da uno psichiatra esperto, è rapido ed efficace nella sua azione ma, evidentemente, non può risolvere quei casi in cui la depressione non è endogena ma ha importanti cause ambientali o sociali, come la perdita di una persona cara, del lavoro e della sicurezza economica. Proprio perché siamo in pari misura mente e cervello, anima e corpo, una società equa e solidale rimane la miglior prevenzione contro gli stati depressivi.

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