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lunedì 15 ottobre 2018
 
Crisi del liceo classico, crisi di sistema
 

Nicola Gardini: il liceo classico non è mai stato nemico della scienza

04/02/2017  Nicola Gardini autore del best seller "Viva il latino": "Il classico è in crisi, come lo è la matematica: sta passando nelle classi dirigenti l'idea che si possano risolvere problemi complessi con il "fai da te".

Nicola Gardini insegna Letteratura italiana e comparata a Oxford, ha scritto un libro,  Viva il latino, che ha avuto in Italia uno straordinario successo: nove edizioni in poche settimane. Analoga fortuna ha avuto Greco, lingua geniale di Andrea Marcolongo: eppure il liceo classico sta segnando il passo. Ci si chiede come si concilii la corsa in libreria con la fuga dallo studio delle lingue classiche.

Professor Gardini, che idea si è fatto di questa contraddizione. Com’è che si corre in libreria a comprare libri che celebrano lingue antiche che nessuno vuole più studiare?

«Non è una contraddizione. Occorre considerare un quadro più ampio. Il liceo classico perde iscritti, perde credito sociale, ma in crisi sono pure le facoltà scientifiche (pensiamo alla matematica, per esempio, uno dei vanti internazionali dell’università italiana) e, parimenti, sempre meno diplomati si iscrivono a un corso di laurea. Il sapere altamente formalizzato si sta svilendo. Probabilmente, si sta riconfigurando. Ma prima di un riassetto generale avviene lo smarrimento delle ragioni e degli obiettivi. Noi siamo in questa fase».

Si è fatto un'idea del perché stia accadendo questo?

«Le cose complesse e difficoltose, che richiedono studio e applicazione, sono le prime a rimetterci. La diffusa tecnologia ha istillato nelle persone e nei politici la falsa idea che per mandare avanti il mondo bastino quattro nozioni pratiche; non il sapere, ma il fai da te, che poi è sempre una serie di istruzioni comandate. La distruzione sistematica del sapere è già stata tentata nel corso della storia più recente, nei regimi dittatoriali, e si è visto con quali risultati. Non dimentichiamo che nei gulag l’apparizione di un volume della Ricerca di Proust (ce lo racconta un grande scrittore come Šalamov) attirava i detenuti come un’ancora di salvezza. Dunque, non sta segnando il passo il liceo classico: sta segnando il passo l’amore per il sapere, anzi, la fede nel sapere. E di contro, trionfano, come in un sistema immunitario debilitato, le infezioni: la faciloneria, la superficialità, e la demagogia di certi. Il liceo classico ha dato il meglio di sé e ha ricevuto il massimo del credito sociale nell’Italia del dopoguerra. Era la scuola che formava la classe dirigente. Oggi, in effetti, chi è la classe dirigente? Dove si forma? Dove si deve formare? Bene: il liceo classico ha probabilmente esaurito un suo compito storico. Ma questo non significa che quello che ci si insegna non abbia più alcuna validità. Il latino e il greco sono nell’ordine delle conoscenze due pilastri, sotto tutti i punti di vista: linguistico, culturale, etico, filosofico, storico. E stanno accanto alla biologia, alla fisica, alla matematica… Tanti attacchi al liceo classico nascono anche da una tendenziosa polarizzazione delle differenze tra cultura umanistica e cultura scientifica. Ma lettere e scienze non sono contrarie. Sono sorelle, si pongono gli stessi interrogativi, attraverso procedimenti diversi».

C’è l’idea che il liceo classico sia una scuola un tantino polverosa, inadatta a chi voglia scalare il mondo scientifico. Lei come la vede?

«Niente di polveroso di per sé. Quanta polvere sta accumulata, invece, su un computer di qualche anno fa! Quanta polvere può volare in classe anche quando il professore di matematica svolge male il programma, non spiega, non dimostra… La polvere la facciamo noi: non le cose che vanno messe alla luce. Il liceo classico non è mai stato nemico della scienza. Una volta lo si faceva per accedere a medicina e a ingegneria. Non dimentichiamoci che il liceo classico non ha solo il latino e il greco, ma anche la matematica, la fisica, l’astronomia, la biologia, la chimica… Chi vede la polvere, ce l’ha sugli occhiali».

Lei insegna in Gran Bretagna. Mediamente gli accademici inglesi sono divulgatori più abili e meno diffidenti dei colleghi italiani. Perché i professori universitari italiani in genere fanno fatica a scendere a livello del grande pubblico?

«È vero, in Inghilterra si parla in modo chiaro e semplice, e non tanto per amore della divulgazione, quanto per una forte allergia all’intellettualismo. Lo snobismo esiste anche lì, naturalmente, ma prende altre forme; è implicito, non è rivendicato nei comportamenti spiccioli. Lo studente chiama il professore per nome, per esempio. Ma questo non abolisce le distanze: le colloca su un piano invisibile, dove la superiorità non ha bisogno di essere dimostrata. Fatto sta che, certo, maggiore disponibilità verso gli studenti in Italia sarebbe molto produttiva; darebbe fiducia a tutti… Anche gli studenti, però, devono impegnarsi, lavorare sodo, non aspettarsi nulla da nessuno».

C’entra qualcosa questo concetto elitario del sapere con la crisi del liceo classico a suo avviso? «Élite è la parola maledetta di questi anni. Le élite, invece, servono. Parlo di élite culturali, di individui più esperti di certe questioni, di persone buone e oneste e preparate, donne e uomini, che aiutino a orientare il pensiero, a proporre idee e opinioni, a criticare, a svelare le magagne e le cattive abitudini di una società e di una mentalità. Dove sarebbe arrivata l’Italia degli anni Cinquanta e Sessanta senza le élite culturali, senza gli intellettuali? Il sapere può e deve creare un’immagine di esclusività. Ma niente è più inclusivo del sapere, quando vogliamo sapere. Demolire e demonizzare le élite culturali non significa democratizzare. Anzi: significa privare i più di riferimenti illuminanti, di pareri alternativi, di stimoli alla riflessione. I gruppi di potere restano, le élite del denaro. Ecco che cosa si ottiene a voler screditare chi pensa e vuole imparare».

Consiglierebbe a un figlio di studiare il latino, a dispetto di quel titolo provocatorio che lo qualifica come "lingua bella e inutile"?

«Naturalmente. L’inutile del mio titolo è uno sberleffo agli arroganti e agli stolti. Il latino è uno dei campi del sapere più gratificanti e più capaci di stimolare l’immaginazione e il senso critico. È una scienza della scrittura, delle parole, del tempo antico. Fa con i testi scritti quello che la fisica fa con le particelle: ci mette nelle condizioni di ricercare le origini del mondo in cui viviamo e di conoscere quello che non siamo più in grado di riconoscere».

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