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mercoledì 16 ottobre 2019
 
Cooperante italiano ucciso: parla la Focsiv
 

«Noi continuiamo a lavorare in Kurdistan, con l'Isis a due passi»

30/09/2015  «Il nostro impegno prosegue anche in Mozambico e nel Sahel, non lontano da dove opera Al Qaida», spiega Gianfranco Cattai, presidente della Federazione degli organismi cristiani di servizio internazionale volontario. «Ma ci muoviamo sempre con la massima prudenza. Ci siamo ritirati ad esempio dalla Somalia e da certe zone del Mali. Spesso comunque l'insicurezza percepita è maggiore rispetto a quella reale».

Gianfranco Cattai. In alto: bambini in un campo profughi ad Erbil (foto Reuters).
Gianfranco Cattai. In alto: bambini in un campo profughi ad Erbil (foto Reuters).

«Se dietro all'uccisione di Cesare Tavella, il cooperante italiano assassinato in Bangladesh, ci fosse la mano dell'Isis, sarebbe un precedente allarmante, perché finora il Paese non dava elementi di preoccupazione». Parla Gianfranco Cattai, presidente della Focsiv, la Federazione degli organismi cristiani servizio internazionale volontario. Fermo restando, ovviamente, il dolore per la tragedia («conosciamo bene la comunità di Bagnacavallo (Ravenna), il paese d'origine del cooperante») secondo Cattai è necessario prima di tutto stabilire se l'omicidio sia riconducibile al Califfato o se si sia trattato di un tragico esempio di insicurezza urbana. «Questi elementi sono fondamentali per valutare il livello di rischio, che potrebbe non essere esteso all'intero Stato ma circoscritto ad alcune aree».

L'omicidio di Tavella è l'ultimo episodio di un'inquietante catena di violenze, che impone una riflessione sul destino dei volontari nel mondo. «Di sicuro c'è un clima di tensione che implica minor sicurezza, ma questo vale per tutti, non solo per i cooperanti in prima linea. E va osservato che l'insicurezza percepita a livello globale è nettamente superiore rispetto alla situazione reale dei singoli Paesi in cui operiamo». In oltre quarant'anni di impegno, grazie al contributo di 73 organizzazioni, la Focsiv ha formato più di 20.000 volontari. Attualmente sono un migliaio quelli attivi negli 80 Paesi con cui la Federazione ha contatti. «Non mandiamo nessuno allo sbaraglio» assicura il Presidente «Abbiamo contatti costanti con la Farnesina e fonti locali per i Paesi dove non è presente una rappresentanza diplomatica italiana. Possiamo contare su reti di relazioni collaudate e affidabili, che ci consentono di valutare, caso per caso, i livelli di rischio. E siamo estremamente prudenti prima di inviare i nostri volontari».

«Ci sono alcune zone» prosegue Cattai «in cui gli organismi Focsiv non operano più direttamente, a causa della forte instabilità e dei rischi connessi. E' il caso della Somalia e di alcune aree del Mali. In questi contesti si cerca di intervenire a distanza». Ma ci sono anche territori dove i volontari sono tuttora presenti, nonostante tensioni e violenze. Un esempio: il Kurdistan. «Siamo a Erbil e Kirkuk: due casi limite, con i miliziani Isis a pochi chilometri. La cittadinanza è esposta a gravi pericoli: mancano acqua e cibo. E' una situazione di emergenza che non ci sentiamo di abbandonare». Azioni di questo genere sono riservate solo a chi abbia già grande esperienza: «Di solito i volontari che partono sono cittadini italo-curdi, che conoscono bene la zona e hanno fiuto sufficiente per valutare la situazione. Anche i tempi di permanenza sono brevi, proprio per evitare un'eccessiva esposizione».

Situazione analoga in alcune regioni del Mozambico e aree del Sahel dove grava la minaccia di Al-Qaida. Che si tratti di insicurezza reale o percepita, i timori legati al volontariato internazionale sono comprensibili. Ma c'è anche chi non si lascia scoraggiare: 500 giovani del Servizio Civile si stanno preparando per partire, grazie ai progetti di cooperazione degli organismi Focsiv. «Chiaramente in questo caso le cautele sono quanto mai elevate: i ragazzi opereranno in luoghi protetti e avranno tutte le garanzie necessarie».

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