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mercoledì 24 maggio 2017
 
Rifugiati
 

La "legge-Minniti": diritti negati per i migranti

13/04/2017  La Camera ieri ha approvato il decreto: “Ingiustizia è fatta”. Da ieri non tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge. Ecco perché

Ieri la Camera dei Deputati ha sancito che non siamo tutti uguali davanti alla legge. Gli italiani sono una cosa, gli stranieri migranti un’altra. Loro, gli immigrati, evidentemente figli di un dio minore, non hanno diritto a ricorrere in appello, qualora non venga accolta la domanda per il riconoscimento dello status di rifugiati o di protezione umanitaria. Il ministro Minniti ha chiarito che l’articolo 3 della Costituzione vale solo per gli italiani. Ma non solo, secondo l'Asgi (Associazione Studi Giuridici sull'Immigrazione), anche l’articolo 111 (il diritto a un giusto processo) e l’articolo 24 (il diritto di difesa). Idem per l’articolo 6 della Convenzione europea sui diritti umani (che prevede il diritto al contraddittorio): infatti, il richiedente asilo perde il diritto a essere sentito in Tribunale. Spetta al giudice valutare se sarà necessario o meno ascoltarne le ragioni. Se questi diritti venissero negati a qualunque cittadino italiano si parlerebbe di “giustizia ingiusta” e di “giustizia negata”. E invece 240 parlamentari, che hanno votato il decreto, non hanno avuto nulla da ridire (176 i contrari, 12 gli astenuti).

Ha prontamente reagito l’organizzazione non governativa Intersos: «Con l'approvazione del decreto Minniti e le nuove norme sull'esame delle richieste d'asilo, che eliminano la possibilità di ricorrere in appello in caso di diniego, si comprimono pesantemente i diritti dei rifugiati presenti nel nostro Paese. Fino ad oggi oltre la metà dei giudizi di diniego espressi da parte delle prefetture, venivano ribaltati in appello. Da oggi questa possibilità viene cancellata».

 

«Si tratta di un grave passo indietro», prosegue Intersos, «purtroppo in scia con una serie di decisioni, dall'accordo con la Libia al decreto sulla sicurezza nelle città, che vanno nella direzione della restrizione dei diritti e dell'esasperazione del tema della sicurezza, a scapito delle politiche dell'accoglienza e dell'integrazione».

Qui e in copertina: il ministro dell'Interno Marco Minniti.
Qui e in copertina: il ministro dell'Interno Marco Minniti.

Il provvedimento viene messo sotto la luce dello “snellimento delle procedure” per renderle più rapide. Ma “snellire” conculcando un diritto (quello a opporre appello contro una decisione che, appunto, otteneva ragione in oltre la metà dei casi) non è un passo avanti, è una riduzione dei diritti, quindi di democrazia.

 

Non c’è solo questo. Il decreto che oggi diventa legge contiene anche una camaleontica trasformazione (ma solo nel nome) dei famigerati Cie: d’ora in poi non saranno più “Centri di identificazione e di espulsione”, ma Cpr, ossia “Centri di permanenza per il rimpatrio”. Gli immigrati, d’ora in poi, non avranno nulla di cui preoccuparsi, perché tali nuove prigioni – assicura il decreto – dovranno essere «di capienza limitata (100-150 posti al massimo)» e dovranno garantire «condizioni di trattenimento che assicurino l'assoluto rispetto della dignità della persona». Difficile immaginare come, vista l’esperienza di questi anni.

Giusto per completare il (fosco) quadro di questa norma, si parla anche dell’identificazione dei migranti: lo straniero che giunge «in modo irregolare» in Italia viene condotto «per le esigenze di soccorso e di prima assistenza» presso appositi «punti di crisi». Ma qui cosa accade? Insieme al soccorso e all’assistenza viene fatto il «rilevamento foto dattiloscopico e segnaletico», ossia la schedatura. Se il migrante si rifiuta di sottoporvisi, secondo la nuova legge si «configura il rischio di fuga» e quindi viene internato nei Centri di permanenza per il rimpatrio. Un altro articolo che fa a pugni col diritto e col principio per cui “la legge è uguale per tutti”.

 

Questi gli aspetti più rilevanti del “decreto-Minniti”. A quando, invece, una seria politica dell’immigrazione?

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