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domenica 16 giugno 2019
 
Violenza contro le donne
 

La legge sulla "porno vendetta", in attesa del Senato facciamo il punto

12/04/2019  Abbiamo chiesto al giudice Fabio Roia, tra i più esperti in tema di violenza contro le donne, di commentare con noi la legge sul Codice rosso

La legge sul “codice rosso” e sulla “pornovendetta”, in italiano come vuole l’Accademia della Crusca che ha contestato l’inglese “revenge porn”, è passata alla Camera la scorsa settimana dopo un dibattito acceso. In attesa del passaggio successivo in Senato e dell’eventuale approvazione definitiva, abbiamo chiesto a Fabio Roia, giudice di Milano, tra i più esperti in tema di reati contro le donne di aiutarci a fare il punto per capire meglio la nuova legge.

Questa legge serve davvero a coprire un buco normativo?

«Sì, perché la diffusione di immagini private a scopo vendicativo è un fenomeno purtroppo in crescita, favorito dalla propalazione a mezzo Internet, perché la Rete ha la doppia caratteristica di far sentire più sicuro chi trasmette le immagini e maggiormente vulnerabile la vittima, talora con esiti drammatici anche di persone che si sono suicidate. Prima dell'introduzione di questa norma si poteva contestare solo un reato di diffamazione o fattispecie minori che non consentivano interventi efficaci, adesso con questo limite edittale di pena si può adottare qualsiasi tipo di misura cautelare: dalla custodia in carcere al divieto di avvicinamento. È una norma che mancava e va doverosamente introdotta».

È un reato per cui la magistratura procede a querela della persona offesa. La querela si può ritirare, ma si dice che la remissione è solo processuale. È un bene che sia così o c’è il rischio di aumentare la “pubblicità”?

«Il problema si era già posto per lo stalking: quando una vittima vulnerabile rinuncia alla querela si pone il problema di controllare se la decisione di rinunciare sia davvero volontaria o se ci sia sotto la coercizione, anche subdola, di qualcuno. È questo il senso della remissione solo processuale. Riguardo allo stalking la Cassazione ha interpretato in modo che la remissione possa avvenire anche davanti alle forze di Polizia giudiziaria, purché si faccia una sorta di accertamento incidentale per vedere che la volontà della persona offesa non sia condizionata, non solo da minacce, ma anche da attivazione di sensi di colpa, persone vicine che dicano: “Per colpa tua, una persona con cui hai avuto una relazione e magari avuto dei figli, rischia il carcere". Ci sono tanti modi di condizionare la volontà».

La norma dice che è punito con la stessa sanzione anche chi riceve e inoltra questo materiale e si scrive testualmente “al fine di recare nocumento”, cioè di fare male alla persona offesa, ma chi divulga potrebbe non conoscere la persona, come si fa a provare in giudizio che ha divulgato per danneggiarla?

«Premetto che una persona di buon senso che riceve immagini sensibili dovrebbe sempre porsi il problema di ciò che trasmette. Questa legge mira anche a sensibilizzare all’uso corretto dei mezzi tecnologici: ti dice guarda che se ricevi immagini di rapporti intimi tra persone che non conosci non devi prenderti il riaschio di diffonderle, dovresti presumere di recare danno a qualcuno. La potenzialità di Internet è molto pericolosa, molti non si rendono conto quando divulgano immagini che appartengono alla sfera intima di una persona di fare danni enormi».

Se però da un lato sembra facile provare l’intenzione di recare danno da parte dell’ex fidanzato che diffonde per vendetta, per com’è scritto il testo sembra difficile che chi divulga avendo ricevuto magari senza conoscere la vittima abbia l’intenzione di farle del male…

«E’ un punto da valutare, anche se penso che si possa pure interpretarlo in senso inverso: per non presumere l’intenzione di fare del male devo poter provare di aver avuto un motivo valido per la trasmissione dell’immagine».

La legge in discussione chiede alle procure di sentire le donne vittime di violenza entro tre giorni, lei ha espresso perplessità, perché?

«Perché se da un lato si dà un segnale a trattare i casi di violenza sulle donne con massima priorità, dall’altro se la denuncia non ha lacune non c’è alcuna necessità di risentire la donna entro tre giorni. Anzi la convenzione di Istanbul e la direttiva a tutela delle vittime vulnerabili del 2012 danno indicazioni opposte, dicono che bisogna evitare quando si può di costringerle a raccontare più volte».

La nuova legge chiede per questi reati un’ennesima corsia preferenziale, non c’è rischio di intasarle, rallentando una giustizia già lenta?

«Direi che c'è bisogno della corsia preferenziale. Se teniamo conto dei dati Eures, secondo cui il 42 % dei casi il femminicidio è stato preceduto da una denuncia, bisogna fare qualcosa per valutare il prima possibile il rischio di esposizione della donna».

Le legge chiede di estendere i modelli virtuosi di specializzazione della giustizia in reati di genere, a Milano quella sulla specializzazione è stata una sua battaglia...

«Sì è molto importante, perché la competenza è una precondizione, se non c’è si rischia di sbagliare, e questo vale per tutti gli attori della protezione delle vittime vulnerabili: giudici, pm, avvocati, forze dell’ordine, personale di centri antiviolenza».

Intanto un'altra legge ha deciso che non ci sarà più rito abbreviato per i reati punibili con sanzioni da ergastolo, varrà anche per i casi di omicidio aggravato che con l’abbreviato e il bilanciamento delle attenuanti arrivano a 16 anni, tra cui molti femminicidi?

«Sì, perché la legge 4/2018 sugli orfani di femminicidio porta a partire dall’ergastolo anche per l’aggravante dell’omicidio del coniuge, ma questa riforma sull’abbreviato non mi vede favorevole perché l’abbreviato consentiva di arrivare a sentenza molto rapidamente ed evitava il dibattimento che per i parenti di una vittima di femminicidio è spesso straziante. Si sarebbe potuto ottenere lo stesso risultato modificando solo l'automatismo: trasformando lo sconto secco di un terzo della pena dell’abbreviato in un “fino a un terzo”, dando al giudice la possibilità di modularlo in uno sconto inferiore in casi gravi. Posso capire che una senzione da 16 anni per un omicidio in cui si bilanciano aggravanti e attenuanti possa generare smarrimento, perché si rischia di punire chi toglie una vita meno di un narcotrafficante, mi sarebbe parso opportuno cercare di evitarlo con una strada che non rallentasse ulteriormente la giustizia, come accadrà con la norma scritta com'è ora».

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