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sabato 22 settembre 2018
 
Cinema
 

La mia vita da zucchina, il film che racconta le case-famiglia

28/11/2016  Lo splendido film di Claude Barras racconta con estrema delicatezza e poesia la vita di alcuni orfani accolti in queste istituzioni che cercano di ricreare un ambiente famigliare.

LA MIA VITA DA ZUCCHINA: LA TRAMA  Abbiamo appena finito di elogiare Palle di neve e già dobbiamo annunciare un nuovo, imperdibile e poetico film d'animazione, anche in questo caso prodotto in Francia: La mia vita da zucchina. Un film che prende a tema con infinita delicatezza e sensibilità la condizione dei bambini orfani, nell'accezione più ampia del termine, dando voce e visibilità al lavoro svolto nelle case-famiglia.

Zucchina - così lo chiama la mamma, anche se il suo vero nome è Icaro - ha 9 anni e, dopo un incidente, perde la mamma. Del papà, nessuna traccia: lo ha abbandonato da tempo. Un poliziotto accompagna il povero Zucchina in una casa-famiglia. All'inizio, resterà chiuso nel proprio dramma, poi, lentamente, si aprirà alla vita della piccola comunità di orfani nella quale è capitato. Finché un giorno il poliziotto, che non aveva mai smesso di andarlo a trovare...

La mia vita da zucchina, tratto dall'omonimo libro di Gilles Paris (Piemme), trasposto cinematograficamente da Claude Barras e adattato da Céline Sciamma, possiede la grazia e la forza poetica che solo i piccoli capolavori possono vantare. In maniera semplice, senza mai scadere nella tragedia o nella retorica, racconta il dramma di questo bambino, il suo dolore, il suo spaesamento quando viene portato nella casa-famiglia. Qui il film diventa anche il ritratto di questa istituzione che tenta di ricostruire, attorno a un'infanzia maltrattata e duramente provata, un ambiente famigliare, affettuoso e accogliente. Così conosciamo la giovane coppia che lo gestisce e la direttrice, solo in apparenza rigida e severa.  

LA MIA VITA DA ZUCCHINA: UN PROGETTO PER LE SCUOLE

Non sono tutte rose e fiori tuttavia, in una casa famiglia. E non solo perché i bambini devono riconoscere e saper accettare le loro ferita, ma anche per le dinamiche che si instaurano fra di loro. C'è chi sfoga la sua sofferenza facendo il bulletto, chi invece si chiude a riccio fino a nascondere la sua faccia... Zucchina entra in questa comunità già formata, deve trovare il suo posto e insieme un senso alla propria vita, ora che non ha più un padre né una madre...

In questa casa-famiglia, sotto l'occhio vigile della coppia che li accoglie e della direttrice, possono accadere però anche cose positive, si può scoprire l'amore e si può fare breccia nel cuore di qualcuno che ha un cuore grande.

Su La mia vita da zucchina esiste anche un "Progetto scuole", un'opportunità da cogliere, visto l'alto valore educativo e morale che incarna. 

LA TECNICA DELLO STOP-MOTION

  

A dare forze espressiva e poeticità a questo racconto non è solo la linearità della trama ma anche la tecnica utilizzata dal regista: La mia vita da Zucchina è un film d’animazione a passo uno (in inglese stop-motion o frame by frame), una tecnica simile a quella dell’animazione tradizionale, in cui però i disegni sono sostituiti da pupazzi, filmati fotogramma per fotogramma. Tra un fotogramma e l’altro i pupazzi vengono riposizionati per dare l’illusione del movimento: poiché i pupazzi in questione restano immobili quando vengono filmati, la raffinatezza dei gesti, la fluidità dei movimenti, le sottigliezze espressive sono determinati dalla qualità dell’animazione e degli animatori. Sono stati usati pupazzi alti circa 25 cm, costruiti artigianalmente combinando materiali diversi (schiuma di lattice per i capelli, silicone per le braccia, resina per il viso, tessuti per i vestiti) avvolti intorno uno scheletro articolabile adattato alla morfologia di ogni personaggio. I pupazzi vengono quindi collocati in un set realizzato in scala e illuminati dal direttore della fotografia, prima dell’intervento degli animatori.

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