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martedì 12 dicembre 2017
 
il racconto
 

La Prima a Casa Verdi tra applausi e critiche: «Il tenore? Doveva mangiare più pastasciutta»

07/12/2017  Abbiamo visto “Andrea Chénier” di Umberto Giordano nella Casa di riposo per musicisti voluta dal Maestro. Tra applausi, elogi e qualche critica: «I cantanti di oggi? Molta voce, poca interpretazione»

È un loggione sui generis che proprio non vuol saperne della raccomandazione del maestro Riccardo Chailly che aveva chiesto di non applaudire alla fine delle arie dell’Andrea Chénier, l’opera di Umberto Giordano che apre la stagione della Scala di Milano. Qui a Casa Verdi – la casa di riposo voluta dal Maestro per i suoi colleghi in pensione – i musicisti davanti al maxi schermo in Sala Toscanini applaudono eccome dopo che un’appassionata Anna Netrebko (Maddalena di Coigny) ha finito di intitolare la celeberrima La mamma morta: «Fu in quel dolore / che a me venne l'amor! / Voce piena d'armonia e dice: “Vivi ancora! Io son la vita!”». «Certo», mormora il baritono Claudio Giombi, 81 anni di cui trentacinque alla Scala, «l’interpretazione di Maria Callas era un’altra cosa».

Bissy Roman, 92 anni, è stata pianista, musicologa, maestra di canto, regista d’opera: «Le belle romanze devono suscitare gli applausi, è come se a uno che ha fame gli dici: aspetta, mangia tra due ore. Come si fa a non applaudire dopo un acuto di Pavarotti?». Sulla sua sedia, il tenore Angelo Loforese, 97 primavere e piglio da principe rinascimentale, annuisce: «Io sono cantante, quindi sono di parte. Il successo dell’opera è dato anche dagli applausi. Non ha senso vietarli».

È il secondo anno che a Casa Verdi si organizza la proiezione della Prima della Scala condivisa. «Prima», raccontano gli ospiti, «la vedevamo ognuno nelle sue stanze». Sotto il busto austero e solenne di Giuseppe Verdi c’è chi chiede silenzio, chi commenta sottovoce, chi ha voglia di raccontare e chi chiede che alla Scala, prima o poi, torni in cartellone I quatro rusteghi di Ermanno Wolf-Ferrari tratto dall’omonima commedia di Carlo Goldoni. «Lo scriva, magari qualcuno ci fa un pensierino. Ci vogliono quattro bassi, non è mica facile», dice Giombi. E Andrea Chénier? «Un’opera difficile e impegnativa sia come personaggi che dal punto di vista vocale però per la Prima della Scala ci sta», spiega Loforese che ha interpretato Andrea Chénier svariate volte in giro per il mondo e ovviamente anche alla Scala. Ha cominciato da tenore, cantando in 75 opere, poi è virato a baritono. «Di solito», sorride, «si fa il passaggio inverso».

Casa Verdi, da sinistra: il maestro Armando Gatto e il baritono Lorenzo Saccomanni
Casa Verdi, da sinistra: il maestro Armando Gatto e il baritono Lorenzo Saccomanni

«Mio marito alla Scala lo scambiavano per attore»

A Casa Verdi le luci si abbassano in contemporanea con il Teatro del Piermarini, il maestro Armando Gatto, da buon direttore d’orchestra, chiede silenzio assoluto. La Rivoluzione francese è ormai alle porte e nel castello di Coigny la nobiltà francese continua a vivere spensierata. «Ecco, questo primo quadro è troppo urlato, sono tutti arrabbiati», sbotta Giombi che più volte nella sua carriera ha interpretato il sanculotto Mathieu e Pietro Fléville, il romanziere pensionato del re, in giro per il mondo: Vienna, Barcellona, l’Arena di Verona. «Questa è un’opera verista ed è difficile perché bisogna partire dall’interpretazione», spiega, «mentre i cantanti di oggi partono tutti dalla voce. Il canto di oggi non è quello di quarant’anni fa, viene privilegiata la quantità vocale ma non l’impostazione. Ogni frase è come se fosse una romanza, non ci siamo».

Interviene la moglie, Catherine, insegnante d’inglese: «Lo sa che mio marito alla Scala lo scambiavano tutti per attore? Mi chiedevano: ma chi è quell’attore che canta?». Sorride. Dalle file davanti chiedono silenzio. La festa nel castello di Coigny riprende con il ballo e qualcuno degli ospiti di Casa Verdi è perplesso: «Il coreografo doveva rendere meglio il ballo del primo quadro dove il gusto è ancora rococò mentre questa danza è troppo ottocentesca». Non c’è intervallo, si passa immediatamente dal primo al secondo quadro. Dalle danze frivole al Terrore dove imperversa Robespierre e il poeta Andrea Chénier deve difendersi dagli strali del governo rivoluzionario. «Questo passaggio diretto mi piace molto», dice Giombi, «in fondo l’intervallo era una roba inventata dai borghesi per sfoggiare gli abiti nel foyer. Giordano da buon verista ha scritto atti brevi, concisi, massimo trenta minuti».

Casa Verdi, il baritono Claudio Giombi con la moglie Catherine
Casa Verdi, il baritono Claudio Giombi con la moglie Catherine

«Il baritono di solito si fa odiare, qui risulta persino simpatico»

  

L’intervallo arriva dopo un’oretta. Gli ospiti di Casa Verdi applaudono ma sembrano più guardinghi rispetto agli spettatori della Scala. Interviene Lorenzo Saccomanni, 79 anni, baritono, una carriera che lo ha visto protagonista sui più importanti palcoscenici del mondo: «Ho visto Andrea Chénier migliori, il colore della voce di Yusif Eyvazov non è granché, Del Monaco e Corelli erano un’altra cosa. La più brava resta Anna Netrebko. Il baritono in quest’opera è importantissimo, di solito nelle altre opere è antipatico e si fa odiare, qui invece no. Risulta quasi simpatico. E struggente quando dichiara il suo amore a Maddalena». Saccomanni canticchia: «Io t’ho voluta, allor che tu piccina…». È qui da sei mesi: «A Casa Verdi mi trovo benissimo, è la ventottesima opera del Maestro. Il fratello di Boito aveva scritto “Ricovero per vecchi” e Verdi corresse subito: “Casa di riposo per musicisti”».

Da quanto ha aperto i battenti, nel 1902, questa Casa nel centro di Milano ha accolto più di un migliaio tra cantanti, orchestrali, compositori, direttori d’orchestra. Ognuno con la propria storia, i ricordi di una vita, la carriera e le foto scattate sui palcoscenici di tutto il mondo. Giombi commenta sornione: «La Mandelli aveva detto che stasera avrebbero fischiato Andrea Chénier, non mi sembra proprio. Il tenore ha una voce perfetta, mi ricorda il timbro di Aureliano Pertile». “La Mandelli” è Luisa Mandelli, 95 anni, che stasera, da buona loggionista, è alla Scala. Fu la serva Annina nella Traviata del 1955 alla Scala diretta da Luchino Visconti accanto a Maria Callas. Bissy Roman s’accomoda sulla sua poltrona e comincia a passare in rassegna i protagonisti di questa prima scaligera: «Il tenore se l’è cavata però non ha mangiato abbastanza pastasciutta, aveva bisogno di un po’ più di sole, doveva andare a Napoli, quanto amo il Sud», dice. E la Netrebko? «Fantastica, la ascoltai nel ’93 al Metropolitan di New York e dissi: “Questa farà carriera”. Oggi la applaudono  ovunque. E poi mi lasci dire una cosa: adoro Umberto Giordano, è stato un grande compositore. Che coraggio scrivere un’opera storica così complessa. Ha portato sul palco la Rivoluzione francese». Sono quasi le 20.30 quando si leva in alto la mannaia della ghigliottina: Andrea Chénier si appresta a morire. Accanto l’amata Maddalena che si è sostituita a un’altra prigioniera. Cala il sipario e alla Scala finisce in gloria: undici minuti di applausi. Perfino i loggionisti lanciano fiori.

Anche a Casa Verdi sono soddisfatti. Il tenore Loforese si commuove: «Sono un ex cantante, ma vedere un trionfo del genere mi emoziona». E il giudizio? «Andrea Chénier doveva avere più personalità ma è un personaggio complesso, non è facile. Chailly, però, è stato bravissimo».

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