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sabato 24 agosto 2019
 
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La Raggi taglia i fondi e provoca la chiusura delle case famiglia per bambini senza genitori

16/12/2018  Già chiuso un centro per minori di Roma. Il Comune non ha pagato le rette pro capite al giorno da un anno. Altri due istituti faranno la stessa fine. Dal Comune capitolino nessuna pietà: si arrangino, noi non le sovvenzioniamo più e non paghiamo i debiti.

Una struttura già chiusa e altre due che rischiano di fare la stessa fine. «Il blocco totale dei pagamenti da parte della giunta capitolina per le case famiglia, i centri per minori e altre realtà simili  sta mettendo in ginocchio noi e molte associazioni del territorio», denuncia Matteo Mennini, presidente di Bambinipiùdiritti onlus, che rappresenta una rete di associazioni (con capofila Virtus italia onlus e come partner su Subiaco la cooperativa Ceas e su Genazzano la cooperativa La Sonnina . «La casa famiglia di Genazzano, che si occupava di minori stranieri non accompagnati l’abbiamo dovuta chiudere il 31 ottobre di quest’anno con undici minori dentro. E tutti i progetti che avevamo fatto per il cosiddetto accompagnamento all’autonomia dopo i 18 anni, quindi progetti di formazione e inserimento lavorativo, sono stati interrotti».

I minori erano coinvolti nel progetto “Terra in vista” all’interno di una azienda agricola, con corsi di formazione sull’ambito turistico, produttivo, di allevamento, di agricoltura. «Purtroppo», spiega ancora Mennini, «il comune di Roma non ha pagato le rette pro capite al giorno dal 31 dicembre dello scorso anno. Non siamo quindi stati più in grado di sopportare le spese ordinarie quotidiane e abbiamo dovuto chiudere. La stessa cosa sta per capitare a Subiaco dove abbiamo venti minori suddivisi nelle due strutture. Il credito che abbiamo accumulato al 31 ottobre sono superiori agli 885 mila euro. Ragazzi che rischiano di dover lasciare la casa famiglia proprio alla vigilia di Natale». Nessun interlocutore a dare giustificazioni. «L’amministrazione capitolina non risponde», dice ancora Mennini, «non abbiamo avuto la possibilità di confrontarci con l’assessorato ai servizi sociali ed è tutto in mano alla componente burocratica. E sul versante della ragioneria c’è il blocco totale su tutte le associazioni. Sembra quasi una operazione scientifica per far soccombere questa realtà sociale che a Roma si è sempre impegnata». E intanto, «con il decreto Salvini le cose peggiorano. I minori di cui ci occupavano, con la chiusura della casa famiglia sono stati rimandati indietro nei centri di prima accoglienza, là dove si arriva all’inizio quando vieni segnalato dalle forze dell’ordine. I percorsi di inclusione sono stati completamente congelati, solo in pochi sono stati ricollocati in altre comunità. Lì stiamo cercando di riprendere i contatti per riprendere in mano il percorso formativo e scolastico, ma è un percorso in salita».

Oltre alle difficoltà economiche Mennini denuncia, «con l’entrata in vigore del decreto sicurezza, anche un aggravio delle procedure per l’accompagnamento all’autonomia. Chi ha chiesto protezione umanitaria, al compimento dei 18 anni, non potrà andare in uno Sprar, ma finirà in un Cas senza poter completare il percorso di inclusione anche con uno spreco dei soldi investiti dalle amministrazioni fino a quel momento. La presa in carico del minore finisce nel fumo più totale. Anche perché è stato abrogato il silenzio assenso per la conversione del permesso di soggiorno, del minore, per motivi umanitari quando diventa maggiorenne. Il compimento dei 18 anni diventa una corsa contro il tempo per completare il percorso di accompagnamento all’autonomia, se le burocrazie, come avverrà con l’abrogazione del silenzio assenso allunga i tempi i ragazzi si troveranno per strada con la valigia. La legge Zampa accelerava il processo, ed era un modo intelligente per mettere a frutto i soldi investiti nell’integrazione. Adesso invece arrivano a 18 anni e o vengono messi per strada o ritornano in un Cas (centro accoglienza straordinaria) come all’inizio del percorso. I ragazzi adesso sanno che le cose sono cambiate e c’è il panico. E noi ci troviamo a gestire questo panico con quattro cinque mesi di arretrati sugli stipendi, senza riuscire a pagare affitti e utenze, accerchiati dalla miopia della politica».

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