logo san paolo
giovedì 21 settembre 2017
 
 

Tunisia, la strada per diventare cittadini

31/10/2013  Nel libro "La rivolta dei dittatoriati" (Mesogea), Ouejdane Mejri e Afef Hagi descrivono il cammino di una generazione - quella delle autrici stesse - nata e cresciuta sotto la dittatura. E che ora sta scoprendo cosa vuol dire partecipazione e democrazia.

Ci sono quelli che si oppongono alla dittatura e la combattono. Ci sono coloro che sono perseguitati dalla dittatura. Ci sono gli artefici del regime dittatoriale, coloro che consapevolmente la creano e la alimentano, la assecondano e ne diventano strumenti. "C'è invece chi cresce tra i suoi tentacoli, respirando il suo alito soffocante e sopravvivendo alla sua ferocia". Sono i dittatoriati. "Siamo nati oppressi e cresciuti impauriti. Oggi siamo ribelli". A scriverlo sono Ouejdane Mejri e Afef Hagi, entrambe tunisine che da anni vivono in Italia, autrici del libro "La rivolta dei dittatoriati (pubblicato da Mesogea, con prefazione di Gad Lerner). Dittatoriati: una definizione forte, che nel vocabolario non esiste. «Questa parola l'abbiamo inventata noi, non l'abbiamo trovata da nessuna parte», spiega Ouejdane Mejri, 36enne docente di Informatica al Politecnico di Milano, blogger e presidente di Pontes, l'associazione che riunisce i tunisini in Italia.

«Noi dittatoriati tunisini siamo nati e cresciuti interioriozzando una serie di meccanismi di sopravvivenza e di difesa che ci hanno permesso di andare avanti, di convivere con il regime senza farci schiacciare da esso». I dittatoriati non sono complici della dittatura, la subiscono, perché di essa sono permeati. «Quando arrivi in un Paese, come l'Italia, che esercita la democrazia», osserva l'autrice, «ti confronti con un'altra cultura e un'altra modalità di vivere i diritti e i doveri, con la cittadinanza, allora apri gli occhi e ti riconosci dittatoriato.  Un immigrato che ha vissuto tutta la sua vita sotto un regime, senza alcuna idea di partecipazione cittadina, senza aver mai esercitato l'espressione della libertà politica, poi parte, arriva in un altro Paese come l'Italia, lì si stabilisce, fa dei figli, porta sempre su di sé il retaggio e il peso del suo essere dittatoriato. Questa condizione fa sì che l'immigrato si scontri con il concetto di democrazia, che lui non ha vissuto, in un Paese che vuole insegnargli il concetto di cittadinanza. Il problema è: cosa significa per lui essere cittadino? Per chi viene da una dittatura il percorso è molto più difficile».

I dittatoriati ovviamente non sono solo i tunisini...
«I dittatoriati sono i cinesi, sono tanti altri popoli che tuttora vivono sotto le dittature. Perfino tanti italiani del Meridione che ho incontrato si sono riconosciuti nella definizione di dittatoriati, in riferimento al sistema creato dalla mafia, dalla camorra, dalla criminalità organizzata: sono persone che cercano di sopravvivere e difendersi da sistemi che impongono i loro meccanismi e le loro forme di controllo. Il concetto di dittatoriato riguarda dunque anche l'Italia».

Quando hai sviluppato la consapevolezza di essere dittatoriata?
«Personalmente il momento in cui mi sono riconosciuta dittatoriata è stato quando ho cominciato a studiare filosofia alla scuola superiore, quando ho cominciato a scrivere i temi sulla libertà. L'educazione in casa e l'struzione a scuola erano tutti orientati alla sopravvivenza a una dittatura. A casa i genitori ti insegnano a stare attenta, a scuola non ti insegnano lo spirito critico. Il sistema scolastico era ottimo per darti le nozioni, le conoscenze, ma non per offrirti la capacità di pensare e giudicare».

Nel libro si legge che questa rivoluzione è anche una storia di madri e figlie. Tua madre come ha vissuto condizione di dittatoriata e la rivoluzione?
«La generazione di mia madre è cresciuta sotto un'altra dittatura, quella di Habib Bourguiba. Certamente le madri ci hanno protetto, ci hanno insegnato a stare attenti, ci hanno istruito su come salvarci, come muoverci, dove andare, cosa non fare. In una dittatura ci sono tanti motivi per avere paura, quella di Ben Ali era presente dappertutto attraverso i sistemi di polizia. Ma allo stesso tempo le mamme ci hanno trasmesso un senso di libertà infinito: oggi la mia generazione rimprovera ai nostri genitori di non aver fatto nulla, anni fa, per lottare contro Ben Ali. Oggi questro scontro generazionale è un grande dilemma in Tunisia. Però i nostri genitori non hanno mai soffocato l'idea di libertà dentro di noi, altrimenti non saremmo mai arrivati a ribellarci.  Loro non ci hanno salvato dalla dittatura, ma ci hanno sicuramente dato gli strumenti per combattere».

C'è anche da dire che i vostri genitori non avevano a disposizione Internet, la Rete, i social network, i mezzi comunicativi e l'apertura sul mondo così importanti per la rivoluzione...
«Certo. Noi abbiamo avuto tutte le condizioni giuste per poterci ribellare. Prima non si poteva, tutti erano impauriti. Le reti sociali hanno cambiato la configurazione della società e ci hanno dato gli elementi per immaginare una via di uscita. I nostri genitori non avevano questa possibilità di incontrarsi in uno spazio virtuale, invisibile, che ti protegge fisicamente, dove si può creare una comunità, si può dialogare e ci si può confrontare».

In Tunisia la lotta è ancora dura, il cambiamento sta passando attraverso profondi travagli e difficoltà.
«Ora è tutto da fare, noi partiamo non da zero ma da sotto zero. Dobbiamo costruire tutto su basi nuove. Dobbiamo ricostruirci noi come cittadini, liberarci da tutte le sovrastrutture che ci hanno dominato. La rivoluzione deve passare attraverso la crisi, la rottura, la sofferenza. E' un percorso che la società sta intraprendendo perché deve farlo. Ed è una guerra in primis con noi stessi. Non possiamo giudicare la rivolta dopo due anni, forse potremo farlo fra dieci anni. Stiamo camminando per arrivare alla definizione del nuovo cittadino tunisino. Questo travaglio passa moltissimo attraverso il corpo femminile: la donna che si denuda, quella si copre con il velo, le mogli e le figlie dei martiri politici, che sono diventate personaggi pubblici dando testimonianza di grande coraggio e dignità.  La Tunisia sta crescendo, si sta cercando. Eravamo allo sbando. Ora ci siamo staccati dal mondo di prima, ma dobbiamo capire cosa vuol dire essere uomo tunisino, donna tunisina, e anche donna tunisina in Italia.»

Donna tunisina in Italia: la ricerca che tu stessa stai vivendo...
«Il primo passo del mio percorso è stato affermare di essere una dittatoriata. Ora, la prossima tappa è diventare formalmente cittadina italiana. Adesso che ho acquisito la piena consapevolezza della cittadinanza tunisina, ora voglio percorrere in pieno il percorso di quella italiana: ho avviato le pratiche per richiedere la nazionalità. Adesso mi sento davvero pronta per farlo: formalizzare la mia appartenenza a una comunità e a un Paese di cui già mi sento parte integrante. Con la rivolta anche i migranti tunisini si sono liberati dal peso della dittatura. Noi immigrati abbiamo votato, dall'Italia abbiamo esercitato il nostro diritto di voto in Tunisia. Per noi il percorso di cittadinanza qui ora è molto più facile e naturale, perché siamo diventati veri cittadini nel nostro Paese di origine».

I vostri commenti
0
scrivi
 
 
Pubblicità
Edicola San Paolo