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venerdì 20 ottobre 2017
 
lirica
 

Alla Scala "Il ratto dal serraglio" di Mozart. Nel segno di Strehler

18/06/2017  Il magico Mozart del regista triestino torna nel teatro milanese a vent’anni dalla morte. Sul podio Zubin Metha che diresse l’opera al suo debutto a Salisburgo nel 1965. Il regista Mattia Testi: «Strehler sapeva creare la poesia con piccole cose. Il suo Ratto lo dimostra»

Nulla è più effimero della musica o di una rappresentazione teatrale: si spegne l’ultimo accordo, si chiude il sipario, e tutto finisce e svanisce. Eppure ci sono spettacoli che rimangono nella storia, che continuano a vivere per decenni. Ogni sera diversi: ma sempre accolti dall’applauso del pubblico. “Il ratto dal serraglio” (Die Entführung aus dem Serail) di Wolfgang Amadeus Mozart messo in scena da Giorgio Strehler nel 1965 e poi ripreso dalla Scala nel 1972 è stato incluso da una rivista inglese “nei cinque più grandi spettacoli della storia dell’opera dell’ultimo cinquantennio”. Il sovrintendente della Scala Alexander Pereira ha spiegato che “quando lo ha visto nell’elenco degli allestimenti ancora nei magazzini del Teatro ha subito pensato di riprenderlo e di affidarlo alla direzione di Zubin Mehta, che aveva diretto la prima storica di Salisburgo”. L’occasione? Il ventennale della morte di Giorgio Strehler e il decimo anniversario di quella dello scenografo e costumista Luciano Damiani. Detto e fatto: sabato 17 giugno “Il ratto dal serraglio” è tornato alla Scala, con repliche fino al 1° luglio e la diretta televisiva (e nei cinema) prevista per lunedì 19. Una occasione da non perdere. A ricostruire la magia della regia è stato chiamato Mattia Testi che non aveva lavorato alla “prima”, ma alle successive repliche scaligere. Con una semplice frase ha descritto la grandezza di Strehler: “sapeva creare la poesia con piccole cose. Il suo Ratto lo dimostra”.

Un gioco di teatro nel teatro

E se lo ricorda bene anche Zubin Mehta: “Ero giovane nel 1965 e non capivo bene l’italiano. Il primo giorno Strehler mi fece una spiegazione di 20 minuti. Io annuivo, ma non comprendevo nulla. Poi, mano a mano che lo spettacolo si creava in scena capivo che stava per realizzarsi un capolavoro. Lui urlava sempre, e sempre in italiano: intuivo solo le parolacce. Ma alla fine….che magia!”. Fu un successo strepitoso: “Alla prima c’era Karajan entusiasta, e c’era Luchino Visconti che non finiva di fare complimenti. Solo a Klemperer (grande direttore tedesco del tempo, ndr) non piacque per nulla. L’ho fatto per altre otto estati a Salisburgo. E poi è stato proposto per altri quattro anni”. In due parole: un allestimento indimenticabile che poi conquistò la Scala nel ’72 e che ora ritorna con un cast da tutti definito eccellente, con Lenneke Ruiten nel ruolo di Kostanze. Ma cosa è cambiato da allora ad oggi? “Era ed è un gioco di teatro nel teatro, nel quale i personaggi si trasformano in silhouette quando cantano e tornano in piena luce quando recitano”, perché il Ratto” è un’opera che alterna musica e recitazione.

“Allora era una grandissima novità” - spiega di nuovo Testi - “oggi dobbiamo adattare le luci alla nostra sensibilità. Ma l’idea di fondo non cambia”. Dal punto di vista del soggetto Mehta sottolinea “la modernità dell’intuizione di Mozart: nella sua musica c’è infatti una grande attenzione per il mondo e la sensibilità della donna”. Ed anche il personaggio di Selim – il principe turco che tiene prigionieri i due protagonisti essendo innamorato di Kostanze e che alla Scala viene interpretato da Cornelius Obonya, straordinario esponente di una dinastia di attori austriaci – dimostra il genio di Mozart, come spiega lo stesso Obonya: “Selim è un uomo ricco e potente, ma dentro di sé non ha l’amore, e quindi non ha la musica. E per questa ragione Mozart ha voluto un attore”. E sarà proprio il musulmano Selim alla fine dell’opera a comprendere le ragioni del cuore di Kostanze e Belmonte, donando loro la libertà. E, conclude Obonya, “anche questa è una visione di Mozart che a noi pare di grande attualità”.

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