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lunedì 18 marzo 2019
 
Stasera in tv
 

Alla disperata ricerca della figlia perduta

12/04/2018  Va in onda stasera su Iris in prima serata "La sconosciuta" di Giuseppe Tornatore, un film crudele su una donna ucraina che lavora in una città del Nord e ha un oscuro e dolorso passato. «Un thriller diverso», dice il regista in un'intervista a Famiglia Cristiana, «che va alla ricerca dei sentimenti. E del senso della maternità».

Quando uscì nel 2006 La sconosciuta fece incetta di premi: cinque david di Donatello tra cui quello per  il miglior film e la miglior regia a Giuseppe Tornatore,  quattro Nastri d'argento (di nuovo per la regia). Per l'occasione Giuseppe Tornatore aveva rilasciato un'intervista a Famiglia Cristaina partendo dalla colonna sonora di Ennio Morricone.

«La musica, per me, è sempre stata determinante nell’ideazione e nella realizzazione di una pellicola», spiega Tornatore, siciliano di nascita ma ormai romano d’adozione. «Ci sono storie in cui mi è servita per impastare situazioni e personaggi, tipo Nuovo Cinema Paradiso o L’uomo delle stelle. In altri film, invece, ha assunto un rilievo tutto suo, quasi fosse essa stessa protagonista. Penso a La leggenda del pianista sull’oceano e a Una pura formalità. Parecchi accosteranno La sconosciuta alle atmosfere di quest’ultimo titolo».

In effetti, sempre di giallo trattasi...

«Ma qui non c’è l’assassino da scoprire. È un thriller diverso, in cui si cerca un sentimento. E diverse sono le musiche. A Ennio ho chiesto stavolta di sperimentare, di andare oltre i soliti temi che si usa ripetere per fare da contrappunto a un film: l’amore, il mistero e così via. In La sconosciuta la musica sorprende, va controcorrente, spiazza. Proprio come vuol fare il film».

Obiettivo centrato. Perché se è vero che Tornatore è uno che cerca spesso di cambiare registro, mai come stavolta lo spettatore resta sorpreso e "aggredito" dalle immagini. Al cuore e allo stomaco. Una storia crudele, cruenta che, va detto, non è adatta a ogni sensibilità.

Una discesa agli inferi

Centro dell’intera vicenda, misteriosa e ricca d’incastri come un puzzle sospeso tra presente e passato, è Irena. Giunta sei anni fa dall’Ucraina in una fredda città del Nord Italia (il film è stato girato in una Trieste resa irriconoscibile), questa donna sfiorita ma ancora affascinante, apparentemente dimessa ma con insospettate riserve di fierezza e di ribellione, ha fatto la trafila di tante ragazze emigrate dai Paesi dell’Est: promesse, illusioni, prostituzione, umiliazioni. Quando ottiene, grazie all’aiuto di un meschino portinaio, il posto di cameriera in casa degli orafi Adacher (Donato e la moglie Valeria), facendo pure da tata alla piccola Tea, tutto pare volgere al meglio. Invece, è l’inizio della discesa agli inferi. Perché Irena si porta dietro un passato da incubo, dolori irreparabili. L’aria cheta cela un bluff letale. Chi è davvero La sconosciuta? Che cosa la tormenta e cosa cerca? Il dramma esploderà con l’ingresso in scena di Muffa, odioso sfruttatore.

Se l’atrocità di alcune scene indurrebbe a volgere gli occhi altrove, lo stile visionario della regia e la bravura degli attori tengono incollati allo schermo. Nei panni di Muffa, Michele Placido è di mostruosa bravura. E convincenti sono Claudia Gerini, Pierfrancesco Favino, Margherita Buy, Alessandro Haber. Ma a reggere tutto è la straordinaria interpretazione della protagonista, Ksenia Rappoport, attrice russa di Tv e teatro.

Tornatore, non usa troppa durezza?

«Quando abbiamo girato la scena della forbiciata, uno della troupe mi ha chiesto se volessi imitare Tarantino. Ma la violenza sullo schermo non l’ha mica inventata lui, così come non è stato Hitchcock a inventare il thriller. Io avevo già girato sequenze dure per Il camorrista, il mio film di esordio con Ben Gazzara. La violenza è un registro espressivo. E qui, secondo me, ci voleva tutta».

Per rendere più forte la denuncia?

«Con i nuovi media, oggi la circolazione delle notizie è così rapida che non ha più senso girare un film di denuncia. Se uno sa qualcosa, la denuncia deve farla in Questura: è materia per giudici e giornali. Io racconto un mistero, che dedico alle immigrate che scivolano silenziose tra noi e che vuol far pensare».

Come le è venuto lo spunto?

«Dopo aver perso quattro anni a cercare di metter su la produzione di Leningrado, progetto lasciato incompiuto da Sergio Leone, avevo bisogno di fare un film. Tra le storie che tengo dormienti in un cassetto, i miei amici produttori, Giampaolo Letta e Mario Spedaletti, hanno subito puntato il dito su questa. A ispirarmi era stato un ritaglio di giornale, in cui si narrava di una donna che, col marito, faceva figli su ordinazione».

Tema vero del film è la maternità...

«Sì, è una specie di allegorìa sulla maternità a opera di una donna che prima non se n’era mai curata. Le violenze subite possono rendere chiunque crudele, pure una mamma. Se poi Irena sia buona o cattiva è difficile dirlo: bene e male sono facce della stessa medaglia».

Tornatore, non sarà che questo film segna pure la sua uscita dall’incubo?

«Ma io sto benissimo. Non riuscire a far film è normale per un regista. In questi giorni sto lavorando a Pechino: giro un corto per un film-puzzle con altri registi, che lancerà le Olimpiadi». 

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