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Laura Boldrini: "La Libia ci manda via"

09/06/2010  La portavoce dell'Alto commissariato dell'Onu per i rifugiati spiega la decisione delle autorità di Tripoli di chiudere il loro ufficio nel Paese nordafricano.

Cacciato da Tripoli perché, secondo le autorità libiche, svolge sul territorio "attività illecite". Così, l'Alto commissariato dell'Onu per i rifugiati ha dovuto chiudere i battenti del suo ufficio nella capitale della Libia, interrompendo le attività umanitarie che svolgeva da anni nel Paese nordafricano, fulcro dei flussi migratori tra Africa ed Europa. Una notizia che ha sconvolto, oltre all'Unhcr, anche i Paesi europei, preoccupati per le conseguenze di una decisione del genere sulla politica internazionale in materia di immigrazione. A spiegare la situazione è Laura Boldrini, portavoce dell'ufficio italiano dell'Unhcr, che segue in questi giorni con grande preoccupazione la vicenda.

Laura Bodrini, la Libia parla di attività illegali dell'Unhcr. Come si spiega tutto questo?
«L'Alto commissariato per i rifugiati ha cominciato a operare nel Paese nordafricano 19 anni fa, su richiesta delle autorità libiche stesse: in quel momento c'era bisogno di un'assistenza. E da allora l'agenzia Onu che si occupa di rifugiati e richiedenti asilo ha sempre continuato a svolgere normalmente le sue attività nel Paese, senza un riconoscimento formale da parte della Libia. Fino al giorno in cui ci hanno mandati via. I libici dicono che avevano già fatto presente l'irregolarità della nostra presenza al coordinatore delle Nazioni unite, perché noi operiamo sotto l'egida dell'Undp (Programma dell'Onu per lo sviluppo). La Libia non ha firmato la Convenzione di Ginevra sui rifugiati, non ha una legislazione in materia di asilo. Ma nel Paese sono presenti tanti richiedenti asilo e rifugiati».

Quale scenario si prospetta nel Paese nordafricano?
«Noi, come agenzia Onu, siamo gli unici che sono riusciti a fornire una forma di assistenza e di protezione a rifugiati e richiedenti asilo in Libia. Se adesso noi non siamo più presenti, si crea una situazione di vuoto: i rifugiati non possono evidentemente tornare nei loro Paesi, ma neppure andare avanti, perché l'Italia con la politica dei respingimenti adesso rimanda tutti indietro. Così, i rifugiati si ritrovano come in trappola, in una sorta di limbo. Noi dell'Unhcr ci occupavano di registrare la gente che arrivava in Libia, nei nostri uffici di Tripoli, dove c'erano sempre code lunghissime, e provvedevamo alla procedura di asilo. Adesso le persone che vengono respinte non possono neppure essere rintracciate. Se già prima i respingimenti erano critici, ora la situazione peggiorerà ulteriormente».

La Libia non vuole affrontare in qualche modo il problema di tutta questa gente?
«Le autorità libiche sostengono che non si tratta di rifugiati ma di migranti economici. Con questa premessa è difficile discutere e trovare un punto di accordo. Ma noi ci auguriamo che si tratti di una fase transitoria, di una situazione di passaggio che serva a fare chiarezza e ad arrivare a una soluzione».

Pensate di avere un margine di trattativa con le autorità di Tripoli?
«Siamo in una fase delicata. Ci auguriamo di sbloccare quanto prima la situazione nell'ottica della riapertura del nostro ufficio. Le alternative diplomatiche che possiamo mettere in campo sono diverse: dallo scambio di lettere a un accordo di collaborazione. Speriamo che l'Unione europea e alcuni Stati membri in particolare, fra cui l'Italia, svolgano un ruolo importante per risolvere la situazione e convincere la Libia a firmare la Convenzione di Ginevra».



 
  
   

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