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martedì 15 ottobre 2019
 
Colloqui col Padre
 

«Laureati e superspecializzati. Ma l'Italia non è il Paese per la mia generazione»

08/03/2019 

Caro padre, mentre le scrivo queste parole mi sento fortemente egoista. Ci sono nostri fratelli e sorelle in balìa delle onde e dei capricci di politicanti razzisti e ignoranti. E io chiedo loro scusa perché ho un tetto che mi protegge dalle intemperie e non ho nessuno alle calcagna che mi perseguiti per i miei credi religiosi e politici o per il colore della mia pelle. Perdonatemi, ma ora non riesco a trattenere più la rabbia e la frustrazione, comune a gran parte dei miei coetanei, nati negli anni '80. Abbiamo studiato, abbiamo raggiunto alte vette, siamo laureati, specializzati, con dottorato di ricerca e con master. Siamo spesso stati studenti Erasmus, abbiamo vissuto un clima di apertura e collaborazione all’Europa. Abbiamo imparato perfettamente altre lingue e collaborato con prestigiose università straniere. Ma, a meno di non fuggire a gambe levate dal nostro Paese, tutto questo in Italia non basta.

Possiamo fare facilmente lavori per i quali non è prevista la laurea, ma ogni qualvolta aspiriamo a qualcosa di più, dobbiamo superare concorsi su concorsi, selezioni su selezioni. E anche qualora abbiamo il merito di vincere un concorso pubblico, siamo sempre dei poveri precari, a cui rinnovano il contratto di 8 o 9 mesi per volta, senza possibilità di sapere se mai si verrà stabilizzati. Chi ha già avuto dei figli si trova a dover spostare l’intera famiglia nella sede di destinazione per soli 9 mesi, poi tornare a casa, pregare per il rinnovo, spostarsi nuovamente, ritornare a casa, attendere e rispostarsi.

Non so, forse non siamo temprati nell’acciaio, ma io trovo tutto questo estremamente destabilizzante per il lavoratore e la sua famiglia, in genere con bimbi piccoli, costretti continuamente a cambiare scuola e ambiente. Chi, come me, i figli li vorrebbe, non può avere questa aspirazione. Come si fa, se ci si vede con il proprio marito o compagno per due giorni scarsi a settimana? Come si può programmare un futuro sapendo che non si sa dove ci si troverà di lì a pochi mesi? Come si può, già in partenza, privare il padre dello stare con i figli e con la propria moglie? Dov’è qui l’idea di famiglia, di condivisione del quotidiano? Perché la mia vita deve svolgersi lontana dal mio compagno? Mi si potrà dire perché non c’è lavoro e bisogna accontentarsi. Il lavoro c’è, ma ci sono dirigenti che decidono per te.

L’anno scorso ho chiesto un trasferimento per il quale il mio dirigente non ha concesso il nulla osta. Non ha mai risposto alla richiesta, nonostante i solleciti. Un capriccio, un mero capriccio senza giustificazione. Quest’anno sarà la stessa cosa, dovrò stare nuovamente da sola, lontana da casa e dal mio compagno, lontano dalla mia famiglia. Ho iniziato ad avere attacchi di panico e crisi depressive al solo pensiero di riprendere servizio nella sede dell’anno scorso. Dopo tutti i sacrifici che abbiamo fatto per studiare e fare esperienza, dopo l’impegno economico che abbiamo richiesto ai nostri familiari, ritengo che questo non sia un bel trattamento. Alla soglia dei 40 anni, dopo gli studi e le esperienze intraprese, vorremmo solo poter avere dei figli e una famiglia, vorremmo poter contare su uno stipendio minimo, ma stabile, vorremmo non doverci continuamente spostare, continuamente dimostrare che sì, siamo bravi e con esperienza perché ci siamo sempre impegnati. Vorremmo che le nostre vite non dipendessero dagli egoismi, le gelosie e le ripicche tra dirigenti. L’Italia non è il Paese adatto per la mia generazione. Ho resistito finora, ma credo che sia giunto il momento di andare via. Anzi, è già tardi, sono già vecchia. Perdoni lo sfogo.

LETTERA FIRMATA

Carissima, capisco il tuo sfogo e ho deciso di metterlo in risalto perché tutti se ne rendano conto: dirigenti, politici, imprenditori e chiunque ha la possibilità di rimediare a questo stato di cose. È terribile essere dei precari a vita, non vedere riconosciute le proprie qualità e competenze, trovarsi sballottati di qua e di là a causa della burocrazia o di persone egoiste. In tali condizioni è difficile anche solo pensare di mettere al mondo un figlio. E questa è una delle spiegazioni del calo crescente delle nascite in Italia: nel 2018 sono nati 449 mila bambini; 9 mila in meno rispetto al 2017, che già era stato per le nascite un anno record in negativo (dati Istat). Questo dà ragione anche della crescita continua degli italiani all’estero, che secondo il rapporto 2018 della Fondazione Migrantes sono oltre 5 milioni, con un aumento, dal 2006 al 2018, del 64,7%. Una tua espressione, cara amica, sintetizza bene tutto questo: «L’Italia non è il Paese adatto per la mia generazione».

Oltre all’accorata richiesta a chi ci governa e alle stesse imprese di intervenire al più presto, con delle politiche serie a favore dei giovani e delle famiglie, per il bene e la crescita del nostro Paese, voglio soffermarmi sulla tua situazione. Parli di attacchi di panico e crisi depressive, di rabbia e frustrazione. So bene che le parole non bastano, né la promessa di pregare per te e per tutte le persone che vivono la tua esperienza. Vorrei però farti sentire la mia vicinanza e incoraggiarti, cercando di offrirti un po’ di speranza. Non lasciarti abbattere dalle circostanze avverse, non perdere la fiducia in un futuro migliore, non abbandonare l’idea di un figlio. Fatti magari aiutare da una persona fidata, per esempio un sacerdote con cui confidarti e “sfogarti” ancora. Mi permetto anche di dirti di bussare alla porta del Signore, dedicando del tempo alla preghiera, chiedendo a Dio Padre luce e forza. Hai un compagno con cui condividi la vita: fatevi forza a vicenda, guardate alle cose belle che ci sono. Forse l’unica soluzione sarà andare insieme all’estero. Mi auguro di no. Con uno sguardo positivo sul mondo e sulla propria esistenza si possono aprire soluzioni inaspettate. E magari anche il cuore di qualche dirigente.

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