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martedì 11 dicembre 2018
 
Il caso
 

Le indagini di Spataro e i cinguettii del ministro degli Interni

04/12/2018  Un tweet di primo mattino diffuso dal ministro mette a rischio un'operazione di Polizia, il Procuratore di Torino replica con un comunicato chiedendo cautela per il futuro. La risposta non si fa attendere e il galateo istituzionale va all'aria.

«Basta parole a sproposito. Inaccettabile dire che il ministro dell'Interno possa danneggiare indagini e compromettere arresti. Qualcuno farebbe meglio a pensare prima di aprire bocca. Se il procuratore capo a Torino è stanco, si ritiri dal lavoro: a Spataro un futuro serenissimo da pensionato». Così Matteo Salvini, ministro dell’Interno ha risposto ad Armando Spataro, magistrato di lungo corso, capo della Procura della Repubblica di Torino, che diffondeva un comunicato in cui si doleva del rischio corso, di primo mattino, da un’indagine del suo ufficio a causa di una (un poco paradossale) fuga di notizie di matrice istituzionale: un tweet con cui il ministro applaudiva a un’indagine non ancora conclusa col rischio di compromettere arresti e mandati di cattura.

Anche volendo sorvolare sull’eleganza (non proprio inglese), la risposta non è a proposito, né per il tono, molto lontano dal minimo sindacale di galateo istituzionale tra poteri dello Stato separati, né per il merito, perché se parole intempestive ci sono state, almeno per la tempistica, erano nel tweet diffuso dal canale ufficiale del ministro: «anche a Torino altri 15 mafiosi nigeriani sono stati fermati dalla Polizia». Prima di diffondere cinguettii, con cui vantarsi del successo di un’operazione, sarebbe quantomeno auspicabile che, chi per ruolo certo conosce le dinamiche delle indagini, in quanto al vertice della Polizia di Stato, «voglia», come ha scritto Spataro nella nota in cui tra l’altro correggeva imprecisioni sul numero delle misure cautelari e sul reato contestato, «informarsi sulla tempistica al fine di evitare rischi di danni alle indagini in corso».

Eppure il tema è di strettissima attualità, visto che lo ha affrontato, meno di un mese fa, anche la Corte costituzionale: il 7 novembre scorso la Corte infatti, accogliendo un conflitto d’attribuzione tra poteri dello Stato, aveva dichiarato contraria alla Costituzione la norma contenuta in un articolo della legge 177 del 2016 secondo cui la Polizia giudiziaria avrebbe dovuto riferire ai superiori gerarchici, che al vertice rimandano al Ministero dell’Interno, notizie relative a indagini giudiziarie, questo perché la norma è stata ritenuta lesiva delle prerogative del Pubblico Ministero, che per la Costituzione è il titolare dell’azione penale e «dispone direttamente della Polizia giudiziaria».

Tradotto in soldoni la Corte ha ribadito che il Pm è il responsabile funzionale e diretto della Polizia giudiziaria, spetta soltanto a lui decidere se, quanto e quando, le notizie possono uscire per non compromettere il buon esito delle indagini, perché a questo serve il segreto investigativo in Italia: a tutelare l’indagine dal rischio di una fuga di notizie. Si presume che per un ministro dell’Interno siano concetti scontati. Anche senza sottilizzare sul fatto che, prima di qualificare qualcuno di mafioso, come ha fatto il ministro con gli arrestati/arrestandi, servirebbe quantomeno una sentenza.

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