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mercoledì 17 luglio 2019
 
Intervista a Riccardo Muti
 

«Le note? Medicina per lo spirito»

14/08/2018  Alla vigilia del concerto straordinario che si è tenuto a Norcia lo scorso 4 agosto per l'Umbria ferita dal terremoto, il Maestro ci ha raccontato i suoi 50 anni con il Maggio fiorentino: «Tutto splendido, i successi e le battaglie. Mi sono lamentato come Geremia, chiedendo a Chiesa e Stato di valorizzare la musica»

In un torrido pomeriggio di luglio Riccardo Muti siede su una poltroncina di platea del Teatro Alighieri di Ravenna. Il Maestro, che la sera prima ha diretto un concerto dell’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini per il Ravenna Festival (di cui la moglie Cristina è anima e cuore), ha appena fatto l’audizione di una cantante e si prepara alle selezioni per i giovani aspiranti direttori d’orchestra dell’Italian Opera Academy.

Muti, 77 anni compiuti il 28 luglio, ha un’agenda fitta di concerti che non prevede la parola “vacanze”, ma ha l’aria rilassata. Nelle ultime settimane non gli sono mancate le soddisfazioni, come il conferimento del prestigioso Praemium Imperiale giapponese per la musica.

«Sono stanco, ma preso da tanti impegni che vale la pena affrontare», confida. Il primo in agenda, il 4 agosto, è un concerto straordinario a Norcia, in piazza San Benedetto, «per la terra dell’Umbria martoriata dal terremoto del 2016». Muti dirige una selezione di brani del Macbeth di Verdi eseguiti dall’Orchestra Cherubini, dal Coro Costanzo Porta e da un cast di solisti.

Perché questo concerto a Norcia?

«Per dire: ci siamo. Noi artisti non risolviamo i problemi di chi è stato colpito dal terremoto, ma possiamo fare star meglio le persone in difficoltà. La musica può essere una medicina spirituale, me ne rendo conto anche a Chicago, dove spesso porto l’Orchestra a suonare nelle carceri minorili».

I festeggiamenti per i 50 anni di lavoro con l’Orchestra del Maggio Musicale e il premio giapponese le hanno ispirato qualche bilancio?

«Ho pensato che per me gli ultimi cinquant’anni sono stati un periodo bellissimo di lavoro e di successi, ma anche di lotte, combattimenti, prese di posizione e tante lamentazioni. Scelga lei a quale profeta biblico potrei essere paragonato, forse Geremia».

Oggi di che cosa si lamenta?

«Lamento che in Italia ci sono regioni intere senza un’orchestra sinfonica e senza un teatro vero. Compresa Matera, che nel 2019 sarà capitale europea della cultura. Il fatto che tanti studenti dei conservatori non possano sentire un concerto nelle loro città è un crimine culturale».

Perché accade questo?

«Perché non abbiamo attenzione verso quello che è stato il nostro passato. Eppure noi italiani abbiamo inventato l’opera a Firenze con la Camerata dei Bardi, il concerto con Corelli e i nomi delle note grazie a Guido d’Arezzo. Da decenni imploro i Governi, di ogni colore, di dare importanza alla musica e di aprire i nostri teatri, ma siamo sempre fermi. Nessuno capisce che dove c’è un livello culturale più alto, la società corre meno pericoli».

Ad applaudirla a Firenze, dove l’11 luglio ha eseguito il Macbeth, c’era il cardinale Betori. Almeno la Chiesa sta facendo la sua parte per la musica?

«L’importanza della Chiesa per la storia della musica l’ho ricordata anche a papa Francesco quando l’ho incontrato al Quirinale. Ma oggi non basta il Coro della Cappella Sistina, la Chiesa deve valorizzare di più la sua folgorante tradizione musicale. Nelle chiese sarebbe molto più edificante e spiritualmente incisivo cantare Palestrina anziché certi versi improbabili accompagnati dalle “schitarrate”. Come diceva Verdi, torniamo all’antico».

Ora l’accuseranno di passatismo.

«Non voglio dire, come faceva mio nonno, “ai miei tempi”, ma è un errore perdere il legame con il passato. Io forse sono fra gli ultimi rappresentanti di un mondo che sta finendo, il destino mi ha aiutato, ho suonato con grandi artisti, orchestre prestigiose mi hanno fatto l’onore di scegliermi come direttore, perciò ho creato questa Academy per trasmettere ai giovani quello che ho imparato».

Che cosa chiede ai giovani della Academy?

«Prima di tutto che si mettano al piano e siano in grado di insegnare a un cantante la concertazione per la costruzione drammaturgico-musicale dell’opera. Dirigere un’orchestra richiede preparazione e sacrificio, oggi spesso sale sul podio chi ha difficoltà a suonare o a cantare. Come diceva Toscanini, tutti possiamo muovere il braccio, ma fare musica muovendo il braccio è un’altra cosa».

Comandare a bacchetta un’orchestra ha sempre il suo fascino?

«Oggi il ruolo del direttore d’orchestra sta svanendo sempre di più, perché tutto passa nelle mani dei registi, alcuni dei quali sono assolutamente folli e inventano storie contrastanti con il messaggio musicale. Abbiamo visto personaggi dell’opera vestiti da astronauti o da bagnini, Aide di un kitsch spaventoso, Violetta che muore di overdose. Sono solo trovate stupide in cui vedo molta furbizia e poca genialità».

La fedeltà alla partitura viene prima di tutto?

«Ma lo sa che il primo assertore della fedeltà alla partitura è stato Alberto Sordi? In un film del 1956, Mi permette, babbo!, Sordi recita la parte del dottore in La Traviata e, quando Violetta muore, lui vuole a tutti i costi cantare una frase sempre tagliata (“È spenta!”), ma che si trova nel libretto. Alla fine Sordi ci riesce, anche perché il direttore si trasfigura nello stesso Verdi, che gli dà il suo assenso».

L’accusano d’essere autoritario...

«Non sono autoritario, ma severo verso me stesso, per rispetto per il lavoro che faccio. Ma oggi severità e rigore vengono scambiati per cattivo carattere».

Con i suoi quattro nipoti lei che nonno è?

«Così come ho fatto con i miei tre figli, non impongo nulla. Facciano ciò che vogliono. Riccardo, che ha 10 anni, ama ascoltare Bruckner, ma a casa mia c’è una grande batteria con la quale i miei nipoti possono divertirsi a suonare ciò che vogliono. In casa Muti non siamo fondamentalisti».

Se avesse in mano una bacchetta magica per riportare in vita un compositore, chi sceglierebbe?

«Uno solo? Non vale. Se devo scegliere dico Mozart e Verdi, perché sono i compositori operistici ai quali ho dedicato più fatica e amore. Vorrei sapere se quello che ho fatto ha almeno la loro parziale approvazione. Chiederei: che ne dite? E sarei pieno di timore in attesa della risposta».

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