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sabato 19 gennaio 2019
 
Eraldo Affinati
 

Le parole che noi padri e figli non ci siamo mai detti

07/09/2015  Ricerca delle origini e solidarietà: il romanzo “La città dei ragazzi” di Eraldo Affinati proposto con Famiglia Cristiana.-

«Se riuscissimo a vincere questa scommessa, accettare la nostra fragilità di figli e assumerci la responsabilità di azione del padre, avremmo posto le basi per superare la crisi etica che oggi ci imprigiona». Un insegnante-scrittore riconosce suo padre, figlio illegittimo, costretto a scansare i pericoli della vita e a diventare grande in solitudine, negli occhi smarriti dei suoi alunni, anch’essi orfani o comunque fuggiti da casa in cerca di un futuro possibile. E capisce che, amando quei ragazzi, diventerà padre di suo padre, restituendogli finalmente ciò che gli era stato sottratto. Dentro il vortice di questo cortocircuito emotivo si dipana il racconto che Eraldo Affinati intreccia ne La città dei ragazzi, il toccante romanzo che verrà proposto la prossima settimana con Famiglia Cristiana.

Nel tuo libro parli di una famiglia molto particolare...

«È la comunità educativa fondata alle porte di Roma nel secondo dopoguerra da monsignor John Patrick Carroll-Abbing, basata sull’autogoverno, dove per anni ho insegnato italiano e storia. Un tempo gli ospiti erano italiani, i cosiddetti sciuscià, oggi sono ragazzi provenienti da ogni parte del pianeta, minorenni non accompagnati, spesso orfani».

Le storie che racconti rivelano due verità “elementari”: la prima è che il bisogno di conoscere le proprie origini è insopprimibile, perché senza di esse è impossibile capire chi siamo…

«A 15 anni lo percepisci appena. Hafiz, venuto in Italia a piedi dall’Afghanistan, compiendo il viaggio di Marco Polo, seppure in senso contrario, o Mohamed, che ha attraversato il deserto del Sahara a 10 anni, quando li ho conosciuti, sui banchi di scuola, erano dei sopravvissuti, pensavano solo a mettersi in salvo. Ora sono uomini e si guardano indietro: scoprendo le tracce che hanno lasciato alle spalle, prenderanno coscienza di sé stessi».

La seconda verità che emerge è addirittura banale: la mancanza dell’amore dei genitori o la loro assenza ci fa - come scrivi - soffrire come bestie…

«Io credo che ogni essere umano risponda, in primo luogo, al padre e alla madre. Però deve capire le domande che i suoi genitori gli hanno consegnato. Quali sono i talenti, le sensibilità, i carismi che loro, mettendolo al mondo, gli hanno affidato. Si tratta di un lavoro doloroso che può durare tutta la vita e talvolta resta incompiuto».

Uno dei tratti più originali del tuo libro è il muoversi fra reportage di viaggio e autobiografia. Anche tu sei stato un adolescente pieno di domande e inquietudini…

«Da ragazzo ero introverso, asociale. Non parlavo con nessuno. Mi sceglievo da solo gli scrittori da leggere. Ecco perché oggi quando vedo Romoletto seduto davanti a me con la testa nascosta dentro il cappuccio e lo sguardo spento mi viene il groppo in gola. Allora mi avvicino a lui con delicatezza, sapendo che posso pungermi».

C’è un nesso fra la tua storia familiare e la vocazione all’insegnamento?

«Mio padre era un figlio illegittimo e mia madre durante la guerra sfuggì alla deportazione dopo che suo padre era stato fucilato dai nazisti. Io sono diventato scrittore e insegnante anche per trovare le parole che i miei genitori non riuscirono a dire a sé stessi, prima ancora che a me e a mio fratello. È una forma di risarcimento per interposta persona. In La città dei ragazzi racconto la storia di un viaggio che ho fatto in Marocco per riaccompagnare a casa Omar e Faris, due studenti arabi. Cercavo di scoprire la sorgente del fiume d’umanità che continua a sfociare verso di noi. Ma soprattutto volevo salutare mio padre, scomparso da qualche anno. Nel testo creo un dialogo immaginario fra me e lui cercando di capire le cose che non ci siamo mai detti».

Il tema centrale del romanzo è quello della paternità, declinata in maniera originale e complessa. Intanto, non c’è solo la paternità biologica…

«È vero. Penso a Mustafa, che riesce a superare i traumi della famiglia mancante chiedendomi consigli d’ogni tipo. Ma penso anche a Santino, il quale mi attacca per ricostruire la sagoma del padre che lo ha tradito. Un figlio, biologico o acquisito, ti porta sempre in un luogo sconosciuto. Educare significa ferirsi».

Siamo tutti chiamati a diventare “padri dei nostri padri”?

«Solo così si diventa adulti».

Continui a farti padre dei ragazzi in difficoltà attraverso l’insegnamento dell’italiano agli stranieri, un progetto che condividi con tua moglie.

«La scuola si chiama Penny Wirton. È stata fondata nove anni fa da me e mia moglie, Anna Luce Lenzi, entrambi laureati su questo scrittore: ci conoscemmo grazie a lui. Abbiamo scritto un manuale e coinvolto centinaia di persone in tutt’Italia. Siamo andati avanti alla maniera di Cristoforo Colombo, scrutando dal ponte della navicella verso l’ignoto. Senza registri. Senza voti. Senza soldi. Non contando sui risultati immediati. Ora questa nostra città dei ragazzi si sta trasformando anche nel sogno di un’altra scuola, in un rapporto uno-a-uno fra insegnante e allievo. Il tentativo è di offrire un’occasione di riscatto agli adolescenti difficili, recuperando la loro capacità di intrecciare rapporti con coetanei stranieri».

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