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Libia, se questi sono uomini

08/02/2018  Gli orrori e i soprusi nei cosiddetti "campi di trattenimento", veri e propri lager del nostro tempo, nel racconto di chi è sopravvissuto.

Non sono prigioni, ma piuttosto campi di concentramento quelli che sentiamo  chiamare, erroneamente,  “le prigioni libiche”. Le prigioni sono luoghi in cui vengono rinchiuse le persone private della libertà personale per ordine dell'autorità competente. Le migliaia di persone rinchiuse in Libia, invece,  non hanno commesso nessun reato, non hanno subito nessun giudizio da un competente tribunale per essere private dalla loro libertà. Donne, uomini, bambini e adolescenti, rinchiusi nei campi di concentramento libici spesso vengono inoltre non soltanto privati dalla propria libertà, ma in molti casi sottoposti a torture, uccisioni,  percosse,  elettroshok, violenze sessuali. Oltre che privati dalla libertà, vengono privati di cibo e acqua, razionati al minimo indispensabile per mantenerli in vita, spesso con il solo obiettivo di poterli vendere a un altro mercenario per i lavori forzati in un altro campo libico.

 

Dai racconti dei profughi che riescono a scappare da questi luoghi di persecuzione, riceviamo  informazioni, a dir poco, raccapriccianti, di quanto accade.  “Eravamo rinchiusi in un luogo governativo, sudicio, sovraffollato di donne e bambini. Ogni giorno venivamo violentate dai nostri carcerieri e costrette anche a lavorare per loro. Quando arrivava un nuovo carico di donne e bambini, per poter fare posto alle nuove recluse, sceglievano tra noi le ragazze più deboli, oppure quelle incinte o con bambini piccoli e li uccidevano davanti ai nostri occhi. A volte sparavano, altre volte li prendevano a calci e bastonate e finivano per ucciderli massacrando la loro testa con i calcio del loro fucile. Poi eravamo obbligate a ripulire per terra il sangue delle vittime e poi, insieme alle guardie, sbarazzarci di  quei corpi privi di vita  o ancora agonizzanti, gettandoli in mezzo al deserto o nelle campagne circostanti.” Così ci racconta una richiedente asilo etiope. Mentre parla, ha lo sguardo assente, quasi come un corpo ormai privo di anima. Ed è grazie a lei che riusciamo a sapere delle vittime innocenti di un campo libico.

La giovane ci racconta poi in lacrime di quando hanno supplicato le guardie di non portar via i due bambini della donna che avevano appena ucciso, chiedendo loro di risparmiare almeno i piccoli, dei quali le recluse si sarebbero occupate al posto della ragazza assassinata. Non c’era stata nessuna pietà da parte dei carcerieri e i piccoli sono stati portati via e mai più tornati. “Di loro non so che che cosa ne hanno fatto", continua. "Erano molto piccoli, piangevano. Erano spaventati e si attaccavano a me per non essere presi dalle guardie, ma non li ho potuto trattenere….”. La giovane continua a denunciare le atrocità dei lager libici, interrotta da pianti disperati tra un racconto e l'altro.Vuole liberarsi di quelli orrori. Vuole che si sappia cosa accade in Libia perché lei, a tutto questo, è riuscita a sopravvivere e si sente nel dovere di raccontarci, “perché nessuno debba più subire queste atrocità”.

E mi parla di una giovane nigeriana  incinta e alla fine della gravidanza che era stata massacrata dalle guardie e che ad un certo punto, mentre stava morendo davanti a tutte le altre recluse, aveva  iniziato il travaglio di parto. Il piccolo era già quasi uscito dal suo grembo quando i carcerieri hanno deciso di portare via il suo corpo ormai inerme e con lei anche il bambino ancora vivo.

 

Quasi tutti i richiedenti asilo che giungono in Italia hanno evidenti segni di tortura fisica. E se per alcuni la tortura avviene già nel stesso paese di provenienza, per quasi tutti gli altri, queste le vengono inflitte in Libia.

Ma ci sono anche altre forme di tortura che non lasciano segni sul corpo, anche se sono  ugualmente  terribile, quanto quelle fisiche.  Come ad esempio quella a cui è stato sottoposto un ragazzino dell’Africa sub Sahariana che, fuggito dalla Somalia con la sorella più giovane, era stato costretto dalle guardie libiche a violentarla davanti ai loro sguardi, sotto minaccia di morte per entrambi se non lo avesse fatto. Lui racconta che, pensando di proteggere la sorella dalle violenze sessuali che avvengono quotidianamente all’interno del lager libici,  aveva detto a loro, ingenuamente,  che si trattava di sua moglie, che erano sposati e che lei aspettava il loro  bambino.  Non l’avrebbe comunque salvato dalle violenze, ma questo lui non lo poteva immaginare. In più, questa informazione palesemente falsa, per la somiglianza evidente dei loro volti, ha procurato ad entrambi una peggior pena, un male ancora maggiore. Consumata poi la violenza di gruppo sulla ragazzina, l’avevano uccisa davanti a lui.

Stipati come animali in ambienti di reclusione privi di luce, di circolazione d’aria, senza la minima condizione di igiene, nello stesso luogo dove dovranno arrabattassi per dormire seduti, l’uno attaccato all’altro, per mancanza di spazio fisico, hanno come solo pasto un pezzo di pane duro e l’acqua sporca e minimale per dissetarsi. In questi luoghi sono costretti ad starci per mesi, a volte anni. Mentre vengono sottoposti alle torture, i carcerieri spesso riprendono le immagini di violenza compiuta sui profughi per inviarle alle famiglie delle vittime e costringere i parenti dei detenuti  a pagare la loro liberazione. Ma se riescono ad ottenere i soldi dai familiari, spesso li vendono ad altri carcerieri. 

Altro carcere, ulteriori violenze. I cittadini somali ed eritrei valgono molto più di altri. I carcerieri sono spesso ben consapevoli che questi fuggono da un contesto di guerra e non hanno più la possibilità di tornare nel proprio Paese di origine, quindi sono disposti a pagare molto, pur di non essere rimpatriati. “Quando stanno per arrivare le guardie, solitamente sparano dei colpi di fucile in aria. Questo genera un panico totale tra noi perché sappiamo già che apriranno la porta della prigione e cominceranno a picchiarci indistintamente. Tutti cercano di mettersi lontano dalla porta, ma non c’é posto neanche per scappare in un altro luogo senza calpestare gli altri detenuti. Ci chiamano bestie. Anche i bambini vengano trattati così. Molti impazziscono, altri continuano a supplicare  Dio di farli morire, tanto grande è la sofferenza a cui siamo sottoposti in quei campi!”, aggiunge ancora un altro profugo della Sierra Leone, con lo sguardo verso il basso, gli occhi che non credono  più che  qualcuno possa capire ciò che sta raccontando.

E pensare che il lager Libico, in un certo senso,  è una nostra invenzione. Trattenere ad ogni costo i profughi in Libia, Niger, Marocco, nel Sinai, sono strategie finanziate dalla stessa Europa che, il 28 Aprile del 1951 scriveva la Convenzione di Ginevra per assicurare il diritto di asilo e metteva in evidenza i crimini contro l’umanità, dopo lo sterminio di oltre 6 milioni di ebrei nei campi di concentramento dei nazisti, diventato poi campo di sterminio.  Si fa fatica a pensare che lo stesso continente che ha scritto questa Convenzione per assicurare la tutela dei richiedenti asilo, ratificata da  circa 150 Stati nel mondo, faccia poi gli accordi con La Libia (uno dei pochi Stati che non ha ratificato al Confvenzione)  al solo fine di impedire l’ accesso dei profughi all’Europa.

Finiscono le parole laddove l’orrore diventa ancora più brutale, al punto che non riesco più a descriverlo. Ma questi individui, sopravvissuti ai lager dei nostri tempi, con il loro corpi, costituiscono un documento storico del quale non ci potremmo sottrarre, inevitabilmente, ad un giudizio.

Anche quelli senza nome, senza una possibilità più di raccontare la propria esistenza, raccolti in  mare come seme sparpagliato e senza più possibilità di germogliare. O quelli di cui voce non potremmo mai ascoltare, se non nel racconto dei sopravvissuti.  Perché il corpo è il documento storico degli esclusi, dei diseredati, degli uomini, donne e bambini che attraversano i lager di ogni dove e si presentano qui, davanti ai nostri occhi, con le loro storie spesso scritte sulla loro propria pelle, sulla loro anima. Storia di disumana attualità, molto simile ad  altre, già conosciute, in tempi che non volevamo  più ricordare.

 

                                                                                                           

 

 

 

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