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lunedì 23 ottobre 2017
 
 
Benessere

Mal di testa: lo stile di vita per dimenticarsene

21/04/2017  Oltre alle forme secondarie, il comune mal di testa non ha origini facilmente riconoscibili, ma il dolore può essere gestito con una terapia a base di farmaci specifici e prevenzione modificando alimentazione e stile di vita

Ventisette milioni di italiani soffrono di cefalea, circa il 55 per cento della popolazione, soprattutto donne. Ma il mal di testa non è uguale per tutti, sia in termini di durata che di intensità, frequenza, regione della testa interessata, associazione ad altri sintomi (come nausea, anomalie della vista o fastidio alla luce), modalità di insorgenza e, ovviamente, causa.

La classificazione tradizionale ne identifica principalmente due forme: quella primaria, dove il dolore costituisce già di per sé la malattia e non ha altre origini riconoscibili o per lo meno dimostrabili con le metodiche attualmente a disposizione, e quella secondaria, in cui il disturbo rappresenta il sintomo di altre malattie o problemi (fra cui traumi cranici, disfunzioni della circolazione celebrale, patologie del cervello o del metabolismo, infezioni virali e batteriche).

«La corretta diagnosi richiede una valutazione a più livelli, che può essere effettuata dal medico di famiglia quando la situazione non è particolarmente complessa, oppure rimandata al neurologo e, solo nei casi più gravi, agli esperti di un centro per la cura delle cefalee», spiega la dottoressa Sabina Cevoli, medico neurologo presso l’Irccs Istituto delle scienze neurologiche di Bologna. «Nella prima visita, l’elemento fondamentale è una buona raccolta della storia clinica, la cosiddetta anamnesi, dove lo specialista cerca di identificare attraverso un accurato dialogo con il paziente l’andamento temporale della cefalea, l’eventuale presenza di deficit neurologici, le condizioni scatenanti, la risposta ai farmaci, l’assenza di lesioni di natura organica e la possibile compartecipazione di abitudini di vita scorrette».

CONTA LA STORIA CLINICA

A quel punto, per maggiore chiarezza, si passa all’esame obiettivo neurologico, che consente di valutare clinicamente tutte le funzioni del sistema nervoso, da quelle più complesse alle più elementari, attraverso un’indagine approfondita su riflessi, sensibilità, orientamento, tono muscolare e altri parametri specifici. «Se vengono rilevati particolari campanelli d’allarme, possono essere prescritti ulteriori esami di laboratorio e strumentali per escludere le forme secondarie di cefalea», riprende la dottoressa Cevoli. «Si va dall’elettroencefalogramma alla Tac, fino alla risonanza magnetica: deve essere un neurologo a indicarne la necessità per evitare sia un inutile dispendio di risorse sanitarie sia l’ansia che spesso queste indagini generano nei pazienti».

Una volta esclusi con certezza danni, malformazioni o malattie, si arriva alla diagnosi di cefalea primaria, la più diffusa, alla quale solitamente il neurologo arriva già nella fase precedente (quella dell’anamnesi), facendo riferimento a classificazioni operative internazionali che ne descrivono le caratteristiche cliniche in maniera puntuale e precisa. «Si tratta di una patologia benigna e priva di conseguenze permanenti, ma comunque in grado di limitare o compromettere severamente la capacità di far fronte ai propri impegni famigliari, sociali e lavorativi», commenta Cevoli. Tra le forme più note, ne esistono tre.

Emicrania. In genere colpisce solo una parte del cranio, solitamente quella anteriore (fronte), laterale (tempie) o posteriore (nuca), presentandosi come un dolore acuto e pulsante. Può durare fino a 72 ore con sintomi variabili da soggetto a soggetto, che possono talvolta includere nausea, vomito, sensibilità alla luce e ai suoni. La manifestazione può avvenire con o senza aura, quei disturbi visivi, motori o neurologici che ne precedono l’insorgenza di 5-60 minuti e includono ad esempio la visione di improvvisi lampi di luce, annebbiamento degli occhi, formicolio agli arti, difficoltà nel parlare. La predisposizione sembra essere ereditaria.

Cefalea di tipo tensivo. È il mal di testa dei muscoli di collo e spalle, tanto da essere diffuso soprattutto fra chi svolge attività sedentarie o vive particolari situazioni di stress. Si presenta come un dolore localizzato in zona frontale o a livello della nuca oppure percepito come un peso o un cerchio alla testa, che può durare da mezz’ora a una settimana e spesso è accompagnato da uno stato di malessere generalizzato. A differenza dell’emicrania, migliora con l’attività fisica o specifici esercizi rilassanti e generalmente non è associato ad altri sintomi. Se non trattata, può evolvere nella forma cronica con episodi quotidiani o molto frequenti, di durata variabile da minuti a giorni.

Cefalea a grappolo. Chiamata così per l’intensità degli attacchi, che si ripetono ciclicamente nelle 24 ore seguendo sempre lo stesso schema, è una forma rara che colpisce soprattutto gli uomini oltre i 40 anni e causa un dolore continuo, lancinante, ma di durata inferiore rispetto all’emicrania (tre ore al massimo), localizzato su un solo lato della testa, intorno all’occhio e alla tempia corrispondente. Altri sintomi associati sono lacrimazione degli occhi, naso ostruito o che cola, rossore al volto, sudorazione o brividi. La letteratura scientifica la descrive come il dolore più forte che l’uomo possa provare, superiore a quello avvertito durante una colica renale, tanto da essere stata soprannominata “cefalea del suicidio”.

IL GIUSTO TRATTAMENTO

  

«Nella maggior parte dei casi, il mal di testa non passa da solo e tende a ripresentarsi nel tempo con maggiore frequenza e intensità, se non trattato tempestivamente e in modo adeguato», specifica la dottoressa Cevoli. «Per evitarne la cronicizzazione, caratterizzata da un dolore che si protrae da dieci a quindici giorni al mese, il disturbo non va accettato come un compagno periodico, normale e abitudinario della propria quotidianità, perché esistono soluzioni adeguate, efficaci e con un buon profilo di tollerabilità».

Il primo approccio terapeutico alla cefalea primaria è generalmente sintomatico, cioè mirato ad alleviare il dolore acuto: esistono analgesici da banco da gestire in automedicazione, senza necessità di alcuna prescrizione medica, che normalmente agiscono nell’arco di due ore quando il dolore non è eccessivo grazie all’azione di vari principi attivi (paracetamolo, ibuprofene, naprossene sodico, acido acetilsalicilico...). I rimedi sono tanto più efficaci quanto prima vengono assunti, per cui sopportare a lungo il dolore non è mai una buona soluzione, e – qualora non dovessero funzionare – lo specialista potrà prescrivere farmaci più specifici per l’attacco acuto.

«Se invece gli episodi mensili sono frequenti e invalidanti, lo specialista può valutare una terapia di prevenzione farmacologica a base di alcuni antidepressivi, calcioantagonisti, betabloccanti e antiepilettici, da scegliere in base agli effetti collaterali e alle caratteristiche del singolo paziente. Spesso, alcuni pazienti sono spaventati all’idea di assumere uno psicofarmaco: va detto che quelli utilizzati per la cefalea sono prodotti specifici, che vanno ad agire sul dolore ma non creano dipendenza né assuefazione», tranquillizza Cevoli.

Nei casi più severi di emicrania cronica, si può anche ricorrere alla tossina botulinica, il cui utilizzo per fini terapeutici è stato approvato nel 2014 dall’Aifa (Agenzia italiana del farmaco) ed è rimborsabile dal Servizio sanitario nazionale. Oltre a spianare le rughe, infatti, piccole iniezioni sottocute di botulino in almeno 31 punti strategici (che sono situati fra spalle, nuca, tempie e fronte) possono ridurre la frequenza del mal di testa, perché vanno ad agire sulle terminazioni nervose, e tra l’altro hanno il vantaggio di presentare poche controindicazioni ed effetti collaterali rari.

STRATEGIE DI PREVENZIONE

Al di là del trattamento dei sintomi, esiste una profilassi per prevenire gli attacchi? «Si può agire sui fattori scatenanti, ovvero su quell’insieme di elementi e situazioni che in base all’anamnesi sembrano essere in grado di indurre il dolore», illustra il professor Gioacchino Tedeschi, direttore della I Clinica neurologica dell’Azienda ospedaliera universitaria – Università della Campania “Luigi Vanvitelli”.

«Fra i principali indiziati c’è lo stress psichico, non tanto al suo apice, quanto nelle fasi successive, per cui è più verosimile sviluppare mal di testa per esempio dopo un esame, durante i primi giorni di vacanza o nel fine settimana che nel pieno della tensione emotiva. Il motivo sta nei cosiddetti fattori endogeni, cioè in una serie di sostanze protettive che vengono prodotte dall’organismo durante lo stress, che ovviamente diminuiscono subito dopo».

A scatenare la cefalea possono essere inoltre l’affaticamento fisico e l’eccessiva attività, soprattutto quando è anomala rispetto alla normale routine, ma anche le variazioni ormonali, che avvengono ad esempio durante il periodo mestruale, dopo la sospensione dei contraccettivi orali o nel primo trimestre di gravidanza. «Molti pazienti sviluppano poi un’ipersensibilità alle variazioni climatiche, come l’aumento della temperatura, l’abbassamento della pressione atmosferica, l’eccesiva umidità o la presenza di un vento fastidioso», aggiunge il professor Tedeschi. «Anche l’alimentazione è una sorvegliata speciale, perché in alcuni soggetti la cefalea può derivare dal digiuno o al contrario da una grande abbuffata, così come dall’assunzione di cibi che contengono tiramina e istamina, ad esempio cioccolato, alcolici, insaccati, formaggi stagionati, dadi da brodo o frutta secca».

Da tenere sotto controllo sono poi la reattività personale alle stimolazioni sensoriali, come gli odori o i rumori (soprattutto se molto intensi), ma anche la mancanza – o al contrario l’eccesso – di sonno, e infine l’utilizzo di alcuni farmaci, che possono spaziare dai vasodilatatori agli antipertensivi.

I METODI DOLCI

  

«In definitiva, agire sullo stile di vita riducendo o addirittura abolendo gli eventuali fattori scatenanti è la prima carta da giocare per combattere la cefalea o, per lo meno, per diminuirne la frequenza o l’intensità», conclude il professore. «Talvolta, si parla di ulteriori terapie a basso impatto, solitamente costituite da integratori alimentari da assumere ogni giorno come strategia preventiva: tra le sostanze più studiate e utilizzate ci sono, per esempio, la vitamina B2, il coenzima Q10, il Tanacethum parthenum e il sale di magnesio, ma al momento non esistono studi scienti. ci solidi che possano provare la loro reale efficacia».

Ai trattamenti ufficiali si può anche abbinare la pratica di una tecnica dolce, come massaggi, yoga, meditazione, shiatsu e tutte quelle attività in grado di alleviare la tensione muscolare, favorire il rilassamento, correggere il ritmo respiratorio e, soprattutto, agire sull’equilibrio psicofisico. Di recente, ad esempio, è stato dimostrato che l’utilizzo per alcuni minuti al giorno di dispositivi che permettono la stimolazione superficiale di nervi periferici del capo (come ad esempio quello sovraorbitario) rappresenta un presidio utile nel ridurre la frequenza e l’intensità degli attacchi di emicrania. Lo stesso effetto si può ottenere con l’agopuntura, come dimostrato da una recente revisione Cochrane (www.cochrane.it), la migliore fonte d’informazione sull’efficacia degli interventi sanitari.

Viene da sé dunque che, nella profilassi dell’emicrania, questa tecnica orientale possa rappresentare un valido trattamento da affiancare o alternare ai farmaci per ritrovare sollievo e benessere.

UN’APP PER TENERLA SOTTO CONTROLLO

Dalla campagna di informazione e sensibilizzazione “I mal di testa togliteli dalla testa”, promossa da Angelini con il contributo scientifico dell’Associazione neurologica italiana per la ricerca sulle cefalee (Anircef), è nata un’app gratuita per Android e iOS che insegna a riconoscere e interpretare il proprio disturbo. iMalditesta (www.imalditesta.it) consente di registrare informazioni utili (come l’ora di inizio e fine dell’episodio, l’intensità dei sintomi e il possibile ruolo di fattori importanti) da condividere anche con il proprio medico, per isolarne le cause ed effettuare una valutazione diagnostica e terapeutica più approfondita.

GLOSSARIO

  

ANALGESICI
Paracetamolo, ibuprofene e acido acetilsalicilico tolgono il dolore. Non hanno bisogno di ricetta medica.

ANTIDEPRESSIVI
Sono prescritti nei casi più severi, ma quelli per la cefalea non creano dipendenza.

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